10 giugno 1940: l’Italia dichiara guerra a Francia e Gran Bretagna

Il giorno della follia collettiva e il delirio del popolo con il Duce a piazza Venezia
di Luciano Di Pietrantonio - 9 giugno 2013

Rileggere gli avvenimenti, accaduti nella storia, in giorni particolari, che hanno condizionato e cambiato la vita del popolo italiano è sempre utile. Aver scritto una pagina buia e drammatica della nostra storia, può sembrare a distanza di 73 anni, retorico e insignificante, ma certamente ricordarli potrebbe aiutare a non cadere e soprattutto evitare, eventuali, nuove forme di follia collettiva.

Era un lunedì, il 10 giugno 1940, il giorno prima si erano conclusi due avvenimenti sportivi, molto popolari, che avevano suscitato grande interesse degli italiani, attraverso la stampa sportiva e la radio:

giornale coppi vince giro 1940*Fausto Coppi, un ciclista alle prime gare, 21 anni ancora da compiere, vince a Milano, il 28° Giro d’Italia. E’ il più giovane vincitore della storia del ciclismo nazionale. Aveva iniziato la corsa come gregario di Gino Bartali, il favorito, capitano della squadra Legnano, e a causa di una caduta per l’investimento di un cane, in una discesa, continuerà la gara con un femore incrinato, arriverà al 9° posto. Coppi conquista la maglia rosa con una grande impresa sull’Abetone. Qualche settimana più tardi partirà, dopo il grande trionfo, soldato per la guerra.

* Il campionato di calcio si era appena concluso con la vittoria dell’Ambrosiana Inter, dopo un infuocato ed entusiasmante duello con il Bologna. Erano i tempi di Giuseppe Meazza, due volte campione del mondo di calcio, con la nazionale italiana, nel 1934 e nel 1938, uno dei giocatori più popolari e famosi dello sport italiano.

I pensieri, le discussioni e i commenti, di quel famoso lunedì, erano rivolti a quei due avvenimenti che avevano suscitato tanto entusiasmo nel popolo italiano, anche se con valutazioni e sentimenti positivi e negativi, secondo le tifoserie del tempo. Comunque in l’Italia si percepiva un clima di preoccupazione e di attesa, visto il contesto nazionale e soprattutto europeo, perché era stato annunciato che Benito Mussolini, il Duce, avrebbe parlato al popolo italiano dallo storico balcone di Palazzo Venezia, il balcone dei grandi raduni del fascismo. In un famoso film del 1977: “ Una giornata particolare,” di Ettore Scola, con Sofia Loren e Marcello Mastroianni, viene descritto con particolari significativi il clima d’attesa e la preparazione dei cittadini per le adunate fasciste.

Alle ore 15, gli altoparlanti Marelli, collegati attraverso l’Eiar, l’operatore radiofonico in regime di monopolio, con quasi tutte le città italiane (Milano, Palermo, Torino, Bari, Bologna, Genova, Venezia, Napoli, ecc.) emettono le prime le prime voci di prova. Poi l’appello all’adunata e l’annuncio che alle ore 18, il Duce parlerà alla Nazione.

Dopo le ore 16, la folla comincia a radunarsi a Piazza Venezia, come nelle altre piazze dove erano stati collegati gli altoparlanti, e il colpo d’occhio sulla piazza era grandioso, sembrava una scenografia cesarea. Rivedere, oggi, su Internet quelle immagini rende l’idea del come eravamo.

Mussoli Dichiarazione Guerra 10 giugnoAlle ore 18, appena passate, la vetrata del balcone si apre puntualmente, il Duce inizia il discorso della dichiarazione di guerra, con queste parole:

“Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’impero e del regno d’Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata (Grida altissime dalla folla di “ Guerra! Guerra!”) agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche (il predominio nella vita pubblica di individui o gruppi finanziari) e reazionarie dell’occidente che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.”

Dopo aver tracciato le strade da seguire, in rapporto stretto con la Germania nazista di Hitler, grande alleata dell’Italia, “perché un grande popolo come l’Italia deve spezzare le catene di ordine territoriale, che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di 45 milioni di anime, non è veramente libero se non ha libero accesso agli oceani”. In un clima di entusiasmo quasi morboso, in tutte le piazze della nazione collegate con piazza Venezia, e nelle case, per chi possedeva un apparecchio radio, Mussolini concludeva il suo messaggio all’adunata, con voce stentorea, sostenendo con grande vigoria che: “ L’Italia proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. (La folla grida ripetutamente: “Si”) La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano indiano: vincere! (Il popolo prorompe in altissime ovazioni). E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Popolo italiano!… Corri alle armi… e dimostra la tua tenacia…il tuo coraggio…il tuo valore!” (I puntini sono le pause dovute ai lunghi applausi e alle grida del popolo in delirio). Così finiva l’oceanica assemblea, voluta dal Duce, che cambiò il destino dell’Italia di quel lontano, ma non troppo, lunedì 10 giugno di settantatre anni fa.

La gente ordinata, senza sussulti, dopo gli ultimi applausi, sfolla dalla grande piazza. La tensione cade e dentro sale una punta di tristezza. Nell’aria preme un’inconscia malinconia. Commenta Galeazzo Ciano, Ministro e genero di Mussolini, con queste parole: “Sono triste, molto triste. Che Dio assista l’Italia.” Al maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, il Duce confida: “Sarà una guerra di breve durata e di sicuro esito. Ho bisogno di alcune migliaia di morti per sedermi al tavolo della pace.” Hitler, che aveva temuto la possibilità di un accordo separato, dell’ultima ora, con la Francia e la Gran Bretagna, a causa dell’incertezza di Mussolini nel decidere cosa fare, la Polonia era stata invasa dai tedeschi il 1° settembre 1939, invia subito un telegramma nel quale si congratula con il Duce per la decisione presa e lo rassicura che il popolo tedesco e quello italiano saranno invincibili.

Giornale Dichiarazione Guerra 10 giugnoIl giorno dopo, martedì 11 giugno, la stampa nazionale, riportava a caratteri cubitali sui maggiori quotidiani: Il Popolo d’Italia, Corriere della Sera, La Stampa, Il Telegrafo, ecc., e si leggevano questi titoli: Popolo italiano corri alle armi; Vinceremo; Folgorante annunzio del Duce; il Sovrano affida al Duce il comando delle operazioni; la dichiarazione di guerra all’Inghilterra e alla Francia.

EvvivaLaGuerraNon esistevano giornali di opposizione, perché la censura fascista impediva la libertà di espressione durante il regime del ventennio, l’unica voce pubblica contraria – salvo la stampa clandestina che era di difficile diffusione – fu l’articolo dell’Osservatore Romano che titolava: “E il duce (abbagliato) salì sul treno in corsa”, che descriveva le ambiguità del regime e i rischi di una guerra che avrebbe coinvolto l’Europa e poi il mondo. Questo scritto mandò Mussolini e i gerarchi su tutte le furie, e fece dire a Roberto Farinacci, segretario del partito fascista, in un commento alla stampa: “ Bene, bene. La Chiesa è stata la costante nemica dell’Italia.”

All’euforia di quel famoso 10 giugno 1940, seguirà la disperazione del domani e degli anni della guerra. La piccola Italia, gettata nella fornace europea, si ritroverà fra i vinti, e l’avventura di Mussolini finirà cinque anni dopo in Piazzale Loreto, a Milano.

Allo sfacelo dell’Italia fascista risponderà, e per fortuna, l’Italia partigiana. Solo grazie alla Resistenza, l’Italia potrà, a guerra finita, non essere tartassata nei trattati di pace.

Oggi, ricordare quell’evento storico e drammatico, aiuta a capire come Mussolini conquistò il potere, in un contesto economico difficile e di crisi, e da Capo del Governo, dichiarò presentandosi alla Camera dei Deputati, a Montecitorio: “Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli.” Poi venne tutto il resto.

Ma oggi c’è chi sostiene, come il capo del Movimento 5 Stelle, che: “Il Parlamento potrebbe chiudere domani, nessuno se ne accorgerebbe. E’ un simulacro, un monumento di caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica. O la seppelliamo o la rifondiamo.”

Certamente non siamo nel 1922, ma anche il linguaggio della comunicazione è un segnale negativo, di degrado della vita sociale. E’ tempo che ciascuno – dai partiti alle imprese, dai sindacati a chi riveste ruoli di direzione pubblica e privata, e tutti coloro che vanno sotto il nome di società civile – faccia la propria parte, considerando i tempi che viviamo.

La democrazia si alimenta con la partecipazione, giorno per giorno, e non si conquista una volta per sempre, esistono sempre tentazioni autoritarie.


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