Categorie: Cronaca
Municipi: ,

100 anni fa la “marcia su Roma”. Alcune rilessioni

Il 28 ottobre ricorre il centenario della “marcia su Roma” del 1922

Non voglio scrivere una sintesi di quella triste vicenda, che ha segnato l’inizio del regime fascista, anche se per circa tre anni (fino alla “Leggi fascistissime” del 1925-1926) è stato un Governo parlamentare. Bensì desidero raccontare alcuni fatti per far riflettere.

Innanzitutto faccio presente che, per un assurdo scherzo del destino, pochissimi giorni prima del centenario della “marcia su Roma” è stato formato il nuovo Governo retto da una maggioranza di centro destra (che – precisiamo – avendo avuto un larghissimo consenso elettorale ha il diritto di governare), con una leader (che vuole essere chiamata “il Presidente” – e non “la Presidente” – del Consiglio), che ha iniziato la sua carriera politica in un Partito fondato nel 1947 da nostalgici del fascismo, del quale ha conservato la “fiamma tricolore” nel simbolo del nuovo Partito, da lei cofondato dieci anni fa e che dirige dal 2014. Al riguardo sembra fondata la teoria di Niccolò Macchiavelli (XV-XVI secolo) che la “storia è ciclica” e quella del filosofo e storico napoletano Giambattista Vico (XVIII secolo) dei “corsi e ricorsi storici”.

La prima cosa che desidero ricordare è che il due ottobre 1922 i fascisti assaltarono il Comune di Bolzano e costrinsero con la violenza il Sindaco Julius Perathoner a dimettersi. Alcuni storici hanno considerato questo gravissimo episodio la “prova” della “marcia su Roma” che avrebbero fatto tre settimane dopo. Dopo i fatti di Bolzano è stato emanato il Regolamento di disciplina della milizia fascista (le Camicie Nere), preparato dai quattro “quadrumviri della Marcia su Roma”, che ufficializzava il corpo armato – privato – fascista (una cosa inaudita in uno Stato democratico, quale era la Monarchia costituzionale sabauda), che poi, durante il regime, è equiparato alle Forze Armate.

Si deve ricordare che il fascismo trentino, ed ancora di più quello “giuliano” (della Venezia Giulia, cioè di Trieste e dell’Istria), alimentati dal forte “irredentismo” diretto a “liberare” dall’occupazione asburgica Trento e Trieste, sono stati molto violenti. Al riguardo, la prima importante azione punitiva organizzata dagli squadristi fascisti in Italia è stato l’incendio del Narodni Dom (Casa Nazionale o Casa del Popolo o Casa della Cultura, dove avevano sede le più importanti associazioni culturali slave) di Trieste il 13 luglio 1920 e di Pola il giorno seguente, con alcuni morti tra la gli occupanti slavi dei due edifici. In seguito, la domenica 24 aprile 1921 i fascisti causarono incidenti durante la Fiera di Bolzano, nel corso dei quali rimase ucciso, a colpi di pistola, il maestro Franz Innerhofer, direttore della scuola di Marlengo (un paese vicino al capoluogo tirolese).

Ricordiamo anche che il fascismo giuliano (chiamato anche “fascismo di confine” per la sua collocazione geografica all’estremo Est del territorio nazionale), è stato il secondo a nascere, essendosi costituito il 3 aprile 1919, appena 10 giorni dopo la fondazione, il 23 marzo a Milano, nella sala di Piazza San Sepolcro, dei Fasci italiani di combattimento, diretti da Mussolini. Inoltre, per la sua forte caratterizzazione irredentista, il “fascismo di confine” giuliano ha avuto una chiara connotazione razzista nei confronti degli Slavi, verso i quali è stata attuata una dura politica di “italianizzazione forzata”, allo scopo non solo di sostituire la loro lingua con quella italiana (stabilita nel 1923 con la Legge Gentile), ma anche di distruggere la loro cultura. Questo può aiutare a capire l’odio degli Slavi verso i fascisti (erano considerati tali anche gli italiani che svolgevano impieghi pubblici, dato che per   lavorare si doveva essere iscritti al Partito Nazionale Fascista), che ha portato nel 1943 e nel 1945 alle “foibe”, che comunque non si possono giustificare.  La stessa politica nazionalistica è stata attuata dal regime fascista verso i Tirolesi (abitanti la Provincia di Bolzano), per fortuna senza le tragiche conseguenze verificatesi nella Venezia Giulia.

Ricordiamo anche che la “marcia su Roma” ha avuto un significato politico fondamentale per il Partito Nazionale Fascista (nato dai Fasci italiani di combattimento al congresso tenutosi a Roma all’inizio di novembre 1921), tanto che  è stato considerato l’episodio più importante e conclusivo della “rivoluzione fascista”, che ha portato al potere Mussolini, e pertanto i fascisti morti nelle azioni squadriste per la “presa del potere” sono stati considerati Caduti ed Eroi, come i morti nella Grande Guerra. In verità, la “rivoluzione fascista” non è stata una “vera” rivoluzione dato che si è mantenuta la forma istituzionale dello Stato italiano, retto dalla Monarchia sabauda. Inoltre il 28 ottobre ha segnato l’inizio della “Era fascista”, con la nuova numerazione degli anni, contrassegnati dalla numerazione romana che precede la sigla E. F., messa dopo la numerazione tradizionale in numeri arabi.

Ricordiamo inoltre le responsabilità del Re Vittorio Emanuele III nell’instaurazione  del regime fascista non solo perché ha conferito il 30 ottobre 1922 l’incarico di formare il Governo a Mussolini (che era partito la sera precedente in treno da Milano, dove era rimasto mentre i quattro “quadrumviri” guidavano la “marcia”), ma anche perché  la mattina del 28 ottobre non ha voluto controfirmare il Decreto dello “stato d’assedio” in tutto il Paese, approvato dal Governo e comunicato la sera del 27 ottobre ai Prefetti, che il Presidente del Consiglio Facta gli aveva portato. In seguito al rifiuto del Sovrano di firmarlo, il Decreto fu revocato ed i fascisti poterono occupare impunemente molti Uffici pubblici, comprese le Prefetture, in numerose città. In pratica furono lasciati liberi di attuare il “colpo di Stato”, come vari storici hanno considerato la manifestazione armata fascista della “marcia”, che aveva un chiaro significato eversivo in quanto aveva lo scopo di portare Mussolini alla guida del Governo senza passare attraverso le elezioni politiche.

Ricordiamo inoltre la responsabilità di molti militari di alto grado, che scrissero una lettera, pubblicata alla fine di agosto 1922 dal quotidiano Il Giornale d’Italia, con la quale dichiaravano “a nome di tutto l’Esercito” la loro simpatia per il fascismo, purché chiarisse la sua posizione verso la Monarchia. Molto probabilmente questo spiega perché il regime fascista conservò la Monarchia sabauda e non trasformò lo Stato in una Repubblica Presidenziale autoritaria (di fatto una dittatura), come fecero altri Paesi retti da regimi filofascisti.

 

Giorgio Giannini

Timbrificio Centocelle

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento

Articoli Correlati