11 settembre 2011: la tragedia delle Torri Gemelle di New York, dopo 10 anni è più viva che mai

Si rinnova il ricordo dei terribili attentati di Al Qaeda che causarono la morte di 3 mila persone come noi
di Luciano Di Pietrantonio - 10 Settembre 2011

In questi giorni, in tutto il mondo occidentale e negli Stati Uniti in maniera particolare, vengono ricordati i terribili attentati terroristici che al Qaeda, l’11 settembre 2001, mise in atto causando la morte di 3000 persone: uomini e donne, giovani e anziani, lavoratori e professionisti, in una parola persone come noi.

Forse non esistono più parole per definire quell’evento che ha cambiato il mondo.

In questi giorni, l’unicità di questo evento ha rivoluzionato tutti i palinsesti televisivi e radiofonici, i ricordi e le testimonianze di chi è stato presente, le dirette e gli speciali dai luoghi teatro degli attentati, trasmissioni costruite per cercare di capire i tanti perché e i tanti dubbi, che ancora sono presenti nell’opinione pubblica, specialmente in quella americana, rappresentano motivi di incertezza e volontà di trovare risposte convincenti.

Anche la comunicazione sulla carta stampata, quotidiani e riviste nazionali e locali, e quella sui siti della rete, offrono dibattiti e scritti, spesso di grande buon senso, per ricordare e interpretare una pagina di storia che ha caratterizzato l’inizio del terzo millennio.

In questi giorni, anche Roma ricorda attraverso molte iniziative le vittime dell’11 settembre, tra le quali mostre fotografiche, concerti, messe in suffragio, ma un pensiero particolare va alle 173 vittime di origine italiana, che hanno trovato la morte a Ground Zero.

Ha scritto un noto giornalista italiano, commentando l’attentato alle Torre Gemelle, che dovevamo “immaginare il terzo millennio senza i fantasmi del XX secolo, ma l’11 settembre ci ha cambiato per sempre. Tutto passa, meno il dolore per chi non c’è più.”

Questi dieci anni sono stati lunghi e brevi, Osama bin Laden è stato ucciso, ma i timori del terrorismo islamico nelle forme fondamentaliste estreme sono sempre presenti, e i conflitti regionali nei continenti asiatici e africani, ormai assumono caratteristiche che travalicano la loro territorialità.

Le recenti vicende di molti paesi africani hanno dimostrato il superamento di forme terroristiche e l’affermarsi della partecipazione popolare alle lotte per la libertà e la democrazia.

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Forse non è anacronistico ricercare il malessere presente in molti popoli alle vicende degli ultimi due secoli a partire dal colonialismo e le conseguenze indotte da forme di dominio e di sfruttamento, è un retaggio storico che non si può escludere.

Ecco perché a dieci anni di distanza, dalla tragedia di New York, ci interroghiamo sui tanti lati opachi, e non riusciamo a darci risposte convinte ed esaurienti.

Le celebrazioni commemorative, forse, mantengono anche l’attenzione su questi aspetti problematici.

In questi giorni, e non solo, sarebbe utile leggere o rileggere un documento del 26 marzo 1967, ormai vecchio di 44 anni, ma di grande attualità: l’Enciclica Popolorum Progressio di Paolo VI.
Un enciclica promulgata dopo le conclusioni del Concilio Vaticano II, nella quale si affrontano i “problemi dei popoli e l’umanesimo planetario, per un mondo solidale, ove lo sviluppo è il nuovo nome della pace.”

Un documento che può aiutare a capire, anche il perché di tanti problemi di oggi, che sembra scritto in questo ultimo periodo. 


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