12 dicembre 1969: la strage di piazza Fontana a Milano

Così iniziò il terrorismo degli anni di piombo. Colpita duramente anche Roma
di Luciano Di Pietrantonio - 11 Dicembre 2012

Venerdì 12 dicembre 1969 a Milano, scoppia una bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a piazza Fontana. Diciassette morti (14 sul colpo) e 88 feriti. Altre tre bombe esplodono, nello stesso giorno, a Roma. Altri tredici feriti.

Colpite in maniera violenta e al cuore, le due città simbolo del nostro paese Milano e Roma: la prima, all’epoca, capitale economica e morale, in un luogo significativo per la finanza: una banca; la seconda, capitale politica e istituzionale, in un sito storico e di grande valore emblematico, come l’Altare della Patria a piazza Venezia.

Fu la fine di un sogno (e di tante speranze), quello nato nel 1968, con la contestazione studentesca che interessò l’Italia e l’Europa. Fu il cruento avvio della strategia della tensione, del periodo definito degli “Opposti estremismi” o degli “ Anni di Piombo”; iniziò e prese corpo – senza mezzi termini – il terrorismo in un’Italia, impreparata a fronteggiare questa emergenza.

Queste vicende di sangue cambiarono profondamente la storia del nostro Paese.Non solo una strage come quella di Piazza Fontana, ma una guerra combattuta in tempo di pace, durata fino alla metà degli anni Ottanta, sotterranea, condotta da un potere nascosto e brutale che non rispettava gli innocenti e che – attraverso omertà e connivenze – imponeva di fatto l’impunità per gli esecutori di questa e delle successive azioni terroristiche.

Qual era la situazione del Paese alla fine degli anni ’60? L’economia italiana era cresciuta rapidamente ed il miglioramento del tenore di vita era percettibile. La mortalità infantile si era fortemente ridotta e l’analfabetismo era praticamente scomparso. Con circa un secolo di ritardo rispetto ai tempi ufficiali, l’Italia cominciava ad essere una nazione, con una lingua diffusamente parlata dalla Sicilia fino alle Alpi. La Rai era riuscita, oltre a diffondere una lingua nazionale, a creare una certa attenzione verso i simboli nazionali, almeno in occasione di mondiali di calcio, olimpiadi, fenomeni ed eventi analoghi.

Il 1969 fu un anno ancora denso di contestazioni. Dopo le proteste studentesche arrivarono le lotte dei lavoratori per i rinnovi contrattuali, con forti contrasti nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche. Era il cosiddetto “autunno caldo”. Il potere sindacale era cresciuto nei posti di lavoro e nella società. Il miracolo economico italiano, che ci veniva riconosciuto in Europa, i rapidi processi di sviluppo industriale, il mutamento della condizione sociale e culturale rappresentavano la speranza e le aspirazioni di trasformare, per larga parte di lavoratori, la nostra società in una realtà con più lavoro, con più “stato sociale” e meno disuguaglianze.

Ma come avvenne e quale fu la successione delle esplosioni in quel sanguinoso 12 dicembre 1969? La prima esplosione avvenne alle ore 16,37 a Milano, nei primi attimi dopo l’attentato non ci si rese conto della reale natura della deflagrazione, tant’è che si era diffusa la notizia non dello scoppio di una bomba, bensì quella dell’esplosione della caldaia della banca stessa.

Le successive esplosioni e i segni evidenti dello scoppio di un ordigno smentirono quasi subito le prime voci circolate e misero i milanesi e il resto del paese davanti alla tragica realtà dei fatti. L’ordigno fu collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli. La potenza dell’esplosione è testimoniata dagli effetti distruttivi sui locali devastati.

Si scrisse in quell’occasione, da parte di giornalisti stranieri in Italia: “Non si sbaglierebbe a paragonare il trauma che provocò nel popolo italiano, con quello subito dagli americani dopo l’assassinio del Presidente J.F. Kennedy”.

Una seconda bomba, venne rinvenuta inesplosa, nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Vennero eseguiti i rilievi previsti e successivamente fu fatta brillare, distruggendo in tal modo elementi probatori di possibile importanza, per risalire all’origine dell’esplosivo e a chi aveva preparato gli ordigni.

Una terza bomba esplose a Roma, alle 16, 55 dello stesso giorno, nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone. Altre due bombe esplosero, sempre a Roma, tra le 17, 20 e le 17, 30, una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo Centrale del Risorgimento, in piazza Venezia, ferendo quattro persone.

Si contarono in quel drammatico 12 dicembre, cinque attentati terroristici, concentrati in un arco di tempo di circa 53 minuti, che colpirono contemporaneamente le due maggiori città d’Italia.

Le indagini vennero orientate inizialmente nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci possibili estremisti. Furono fermate per accertamenti, circa 80 persone, tra queste Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda, attivisti di due circoli anarchici di Milano. Gli arresti avevano interessato anche esponenti della destra estrema, con lo scopo che nei giorni seguenti le persone, ritenute a rischio, potessero dare vita a manifestazioni o altre azioni pericolose per l’ordine pubblico. I giorni successi furono caratterizzati da fatti, inerenti gli accertamenti per le indagini e la ricerca della verità, che ancora oggi, a distanza di 43 anni, non hanno avuto risposte convincenti, ma che hanno lasciato dubbi e grande incertezza nell’opinione pubblica.

Il 15 dicembre, tre giorni dopo l’attentato, morì l’anarchico Pinelli. Si trovava nella camera di sicurezza, della Questura di Milano. In un primo tempo venne sostenuta la tesi del suicidio, ma tale versione fu smentita nei giorni successivi, perché l’alibi di Pinelli si rivelò credibile. A tutt’oggi rimangono misteriose le cause della morte dell’anarchico milanese. Va ricordato che il fermo di Pinelli era illegale perché egli era stato trattenuto a lungo in Questura: il 15 dicembre 1968, egli avrebbe dovuto essere libero, oppure in prigione, ma non in Questura; infatti il fermo di polizia poteva durare al massimo due giorni.

L’altro anarchico Valpreda, venne indicato da un tassista come l’uomo che era sceso dal suo taxi in Piazza Fontana, il pomeriggio dell’attentato, con una grossa valigia. Fu interrogato e gli venne contestato l’omicidio di 14 persone e il ferimento di altre ottanta. Il taxista ottenne la taglia di 50 milioni di lire disposta per chi avesse fornito informazioni utili.

Nei media dell’epoca ci si rallegrò della rapidità delle conclusioni investigative. Ma le indagini successive vedranno prendere corpo l’ipotesi di un sosia di Valpreda, gli atti processuali successivi, un atteggiamento innocentista, che andava diffondendosi nell’opinione pubblica, sull’onda di un forte “battage” della stampa nazionale. Così si arrivò a scagionare Valpreda che dopo molte vicissitudini tornò libero.

A seguito della morte di Pinelli, il commissario Luigi Calabresi, addetto alla squadra politica della Questura di Milano, incaricato delle indagini, pur non essendo presente nel suo ufficio, dove era interrogato Pinelli, al momento della morte, fu ritenuto il mandante morale della fine dell’anarchico. Calabresi fu il destinatario di una dura campagna di stampa, di una petizione e di minacce da parte di gruppi di estrema sinistra e di fiancheggiatori che ebbero il risultato di isolarlo e renderlo vulnerabile. La petizione contribuì ad isolare e colpevolizzare il commissario, già bersagliato da parte del giornale “Lotta continua” anche con velati avvertimenti di morte. Eppure Calabresi riteneva che la strage fosse frutto di “menti di destra, manovali di sinistra” con coinvolgimento dunque in sede di ideazione della strage di movimenti ed apparati di destra.

Il 17 maggio 1972, Luigi Calabresi fu assassinato da militanti di estrema sinistra, membri di Lotta Continua. Per questo omicidio furono condannati in via definitiva Bompressi e il pentito Marino quali autori materiali, Mastrostefani e Sofri quali mandanti.

Le indagini giudiziarie, le inchieste, i processi e la ricerca storica sulla strage di piazza Fontana, coinvolgerà nel corso degli anni personaggi legati ad organizzazioni di estrema destra, a servizi segreti del nostro paese, servizi segreti stranieri, militari infedeli, P2. ecc. I nomi più noti, che furono imputati e condannati nei processi di Milano, Roma e Catanzaro: Freda, Ventura, Zorzi, Maggi, Rognoni, Giannettini, La Bruna e Meletti.

Forse, il significato del primo atto degli “anni di piombo” non è mai stato scritto, con convinzione, perché difficile immaginarlo per quello che poteva rappresentare per il nostro Paese, forse, è meglio raccontarlo così: “C’erano forze in Italia, che immaginavano che il modello Grecia, il regime dei colonnelli instauratosi in seguito al colpo di stato fascista del 1967, poteva essere esportato nel nostro paese. Non a caso, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, l’ex comandante fascista Junio Valerio Borghese, a capo del Fronte Nazionale, tentò anche un colpo di stato, che passerà alla storia come Golpe Borghese e che, per motivi non chiariti, venne improvvisamente annullato mentre era in fase di avanzata esecuzione.”

Certamente il tessuto democratico italiano si rivelò più forte del terrorismo e di tanti profeti di sventura. 


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