155 anni fa l’eccidio di Giuditta Tavani Arquati

E la fallita insurrezione di Roma
Giorgio Giannini - 23 Ottobre 2022

Giuditta animatrice dell’insurrezione

Nell’estate 1867 Garibaldi promuove la Campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma, per abbattere il potere temporale della Chiesa e liberare Roma dal governo papalino. Per dirigere l’insurrezione a Roma, Garibaldi invia in città, sotto falso nome, il patriota Francesco Cucchi, che riunisce alcune decine di patrioti, tra i quali c’è Giuditta Tavani Arquati, che è tra gli animatori del gruppo.

Giuditta, nata a Roma il 30 aprile 1830, è cresciuta in un ambiente familiare con saldi principi laici e repubblicani. Infatti è la figlia di Giustino, un patriota della prima Repubblica Romana del 1798-1799, che, dopo aver scontato una condanna nelle carceri pontificie era andato a vivere a Venezia per alcuni anni.

Il 22 luglio 1844, a 14 anni, Giuditta sposa, nella Parrocchia di San Crisogono, nel rione popolare di Trastevere, Francesco Arquati, un commerciante di lana, originario di Filettino,  conosciuto nel magazzino di stoffe del padre, e lo convince a sostenere le sue idee democratiche.

Nel 1849 Giuditta e Francesco partecipano alla difesa della Repubblica Romana, proclamata il 9 febbraio ed abbattuta  il 3 luglio in seguito all’intervento armato dei Francesi. Il 4 luglio 1849 partono, con alcune migliaia di altri patrioti guidati da Garibaldi, alla volta di Venezia, per difendere la Repubblica di S. Marco, proclamata il 22 marzo 1848, che era attaccata dagli Austriaci  (la Repubblica cade il  22 agosto 1849). Successivamente vanno nelle Romagne, dove continuano a cospirare contro il Papa Pio IX. Si trasferiscono poi a Subiaco, dove Francesco dirige una filanda di proprietà di un imprenditore tedesco, e nel 1865 rientrano a Roma con i quattro figli più piccoli. .Gli altri cinque figli più grandi sono a Filettino per continuare l’attività del padre, di commercio della lana.

Il centro della cospirazione a Roma è il lanificio di proprietà del patriota Giulio Aiani, in Via della Lungaretta 97, nel rione popolare di Trastevere, nel quale è nascosto l’arsenale dei congiurati e dove si fabbricano le munizioni per i fucili e le pistole.

Il 22 ottobre 1867 inizia il tentativo di insurrezione contro il governo papalino. Nella notte i muratori Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti fanno saltare, con due barili di polvere, parte della Caserma Serristori, nel rione Borgo, vicino al Vaticano, causando la morte di 25 Zuavi pontifici, componenti della Banda musicale, e di due civili. L’attentato ha lo scopo, insieme con altre azioni armate, che però non sono eseguite, di  provocare  l’insurrezione popolare a sostegno dell’azione militare intrapresa da Garibaldi per abbattere il potere temporale della Chiesa e liberare Roma. Infatti il piano per l’insurrezione prevede l’occupazione del Campidoglio, di Castel S. Angelo, di Porta S. Paolo, della caserma di Piazza Colonna e delle carceri di S. Michele, a Porta Portese, per liberare i detenuti politici che vi sono detenuti, ed anche l’occupazione di varie Chiese cittadine per suonare a stormo le campane, che è il segnale convenuto per far entrare in città i Volontari garibaldini. Però la sollevazione popolare fallisce, anche perché è scoperto a Villa Mattei (Villa Celimontana), sicuramente in seguito ad una “spiata”, un deposito di armi. Viene quindi  proclamato in città lo stato d’assedio ed il coprifuoco.

Il 23 ottobre 1867 fallisce a Villa Glori la spedizione dei 76 patrioti guidata dai fratelli Enrico e Giovanni  Cairoli.

La sera del 24 ottobre una quarantina di patrioti si riuniscono nel lanificio di via della Lungaretta 97 per organizzare l’insurrezione al momento dell’arrivo dei Volontari di Garibaldi, che sono a  Monterotondo, a poche decine di km dalla città.

Dar Ciriola

Tra i patrioti ci sono anche alcune donne, tra le quali Giuditta, incinta del decimo figlio, con il marito Francesco  ed il loro figlio Antonio, di 12 anni.

Verso le 12 del 25 ottobre 1867, mentre le donne stanno preparando il pranzo, un nutrito reparto di Zuavi pontifici ed alcuni poliziotti sopraggiungono da Via del Moro, probabilmente in seguito ad una “spiata”, per fare una perquisizione nel lanificio. Alcuni gendarmi vanno nella vicina casa della Famiglia Arquati, in Piazza S. Rufina, dove ci sono alcuni patrioti, compreso Giulio Aiani, che sono rapidamente sopraffatti e catturati.

Il dodicenne Antonio Arquati, che è di guardia sull’altana del lanificio, vede arrivare i soldati pontifici e lancia contro di loro una bomba a mano. Sentito lo scoppio, alcuni patrioti si affacciano alle finestre dell’edificio e sparano sui soldati papalini, che rispondono al fuoco. Rapidamente nasce un duro scontro a fuoco, tanto che i soldati papalini sono costretti a chiedere rinforzi, che arrivano rapidamente. I patrioti  cercano di resistere. Però, dopo un paio di ore, le truppe pontificie riescono ad entrare nel lanificio sfondando la porta. Giuditta, che è all’ingresso, è ferita più volte, ma riesce a salire al piano superiore, dove si trovano il marito Francesco ed il figlio Antonio, che sono uccisi davanti a lei. Giuditta, benché ferita e visibilmente incinta, è uccisa a colpi di baionetta dai soldati pontifici.

Alcuni patrioti riescono a fuggire attraverso i tetti, mentre una ventina sono catturati. Nello scontro a fuoco rimangono uccise 12 persone ed altre due, ferite, muoiono nei giorni seguenti per le ferite riportate.

I soldati pontifici hanno solo tre caduti ed alcuni feriti. Dopo lo scontro si mettono a mangiare, in mezzo ai morti, il cibo che Giuditta e le altre donne avevano preparato.

I patrioti catturati poco dopo sono processati. Sono condannati a morte Giulio Aiani e Pietro Luzzi e gli altri a severe pene detentive.

Il popolo romano, nella cui sollevazione i patrioti confidavano per abbattere il governo papalino, non insorge. Garibaldi, dopo aver atteso per alcuni giorni l’insurrezione di Roma, alla fine di ottobre decide di sciogliere nei giorni seguenti la Legione dei Volontari, molti dei quali hanno disertato in seguito al proclama del 27 ottobre con il quale il Re Vittorio Emanuele II disapprova l’azione di Garibaldi. Inoltre, il Re ha inviato delle truppe nello Stato Pontificio per arrestare Garibaldi.

Il  29 ottobre sbarcano a Civitavecchia circa 2.500 soldati francesi, armati con i nuovi fucili a retrocarica Chassepot, inviati da Napoleone III.

Il 3 novembre 1867 le truppe papaline e francesi attaccano a Mentana i Volontari di Garibaldi che sono sconfitti.

Così fallisce la Campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma.

La memoria di Giuditta e dell’eccidio

La figura di Giuditta diventa il simbolo della lotta per la liberazione di Roma e per anni gli abitanti di Trastevere e le associazioni laiche e repubblicane commemorano l’eccidio nel lanificio Aiani.

Il 25 ottobre 1877, nel decimo anniversario della strage, è inaugurata, in ricordo di Giuditta, una lapide, apposta, con il suo busto, al primo piano della facciata dell’ex lanificio, in Via della Lungaretta 97, patrocinata  dalla Società Operaia Centrale Romana e da molti cittadini di Trastevere.

Nel 1880 il pittore Carlo Ademollo dipinge il quadro ad olio Eccidio della famiglia Arquati, esposto al Museo del Risorgimento di Milano, nel quale Giuditta è rappresentata per terra, accanto al corpo del marito Francesco ed a quello del figlio Antonio, che appoggia la testa sul suo seno.

Il 9 febbraio 1887 è costituita l’Associazione dei non elettori del V Mandamento (che comprende i rioni Borgo e Trastevere), in seguito rinominata Associazione democratica “Giuditta Tavani Arquati”, che organizza numerose iniziative laiche e anticlericali.

Nel 1889 l’Associazione è tra i promotori della costruzione del monumento a Giordano Bruno a Campo de’ Fiori, la piazza in cui è arso vivo il 17 febbraio 1600.

Il 1 novembre 1909, grazie all’iniziativa dell’Associazione e di altre Istituzioni, la Piazza Romana, che si trova  vicino all’ex lanificio Aiani, è rinominata Piazza Giuditta Tavani Arquati.

Sempre nel 1909 l’Associazione fa apporre la lapide in ricordo dei Carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari, in Piazza del Popolo dove sono stati decapitati con la ghigliottina da Mastro Titta il  23 novembre 1825 per aver tentato di uccidere un confidente della Polizia papalina.

L’Associazione è sciolta nel 1925 dal regime fascista.

Dopo la firma dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929 il  Governo fascista  fa coprire con la calce tutte le lapidi dei patrioti del Risorgimento, ma lo scalpellino Spartaco Buffacchi, che è il Presidente dell’Associazione, ripulisce, con grande coraggio, la lapide dedicata a Giuditta ed ai patrioti caduti al lanificio Aiani.

Nel 1941 tutte le salme dei patrioti romani tumulati al Verano, sono trasferite al Mausoleo Ossario Garibaldino, che riunisce i caduti della Repubblica Romana del 1849 e della Campagna dell’Agro Romano del 1867.

L’Associazione è  ricostituita nel 1945, dopo la Liberazione dal nazifascismo e da allora si batte per affermare i valori della laicità e della libertà.

Ogni anno l’Associazione organizza due solenni commemorazioni: il 9 febbraio, nell’anniversario della proclamazione della Repubblica Romana, al Mausoleo Ossario del Gianicolo, insieme con altre Associazioni patriottiche e risorgimentali; il 25 ottobre, in Via della Lungaretta 97, davanti al busto di Giuditta ed alla lapide a ricordo dei patrioti del lanificio Aiani caduti il 25 ottobre 1867.

L’eccidio al lanificio Aiani è raccontato nel film del 1977 In nome del Papa Re, del regista Luigi Magni.


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