16 ottobre 1943: 69 anni fa la deportazione degli ebrei di Roma ad Auschwitz

Partirono in 1024, ne tornarono 16 e nessuno dei 207 bambini
di Luciano Di Pietrantonio - 15 Ottobre 2012

Nei nove mesi dell’occupazione nazista di Roma, fra il 1943 e il 1944, nel corso della seconda guerra mondiale, ci sono stati giorni che non possono essere dimenticati, come quel drammatico sabato 16 ottobre 1943: il giorno della deportazione degli ebrei di Roma.

Dopo 69 anni, quelle vicende sono ancora vive nella memoria e nei ricordi di tante persone, che direttamente o indirettamente, hanno avuto modo di conoscere quei tragici avvenimenti. Non si sapeva quanto stesse accadendo agli ebrei in Germania e nell’Europa dell’Est, perché le informazioni erano scarse e imprecise, era in vigore la censura sulla stampa e la radio, la sera scattava il coprifuoco.

Nonostante le leggi razziali, gli ebrei della Città eterna non si aspettavano quello che stava per accadere: Roma è “città aperta”, e poi c’è il Papa, sotto l’ombra della cupola di San Pietro i tedeschi non oserebbero, si pensava, ricorrere alla violenza. Inoltre, la richiesta fatta, il 26 settembre dal tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS (“squadre speciali di protezione”, istituite nel 1929 come guardie del corpo di Hitler) a Roma, alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illude gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono, sia un riscatto in oro. 

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Oro che, con enormi difficoltà, la comunità riesce a mettere insieme e consegnare, due giorni dopo, in via Tasso, nella certezza che i tedeschi saranno di parola e che nessun atto di violenza verrà compiuto. Nelle stesse ore le SS, con l’ausilio degli elenchi dei nominativi forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno, stanno organizzando il blitz del 16 ottobre.

Alle ore 5,30 del mattino di quel sabato maledetto, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in contemporanea la caccia per i quartieri di Roma, a partire dal Ghetto al Portico d’Ottavia. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani, ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, con destinazione Regina Coeli.

Per la prima volta Roma era testimone di un’operazione di massa così violenta.Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio, e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case dei vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a San Bartolomeo all’Isola Tiberina.

Alle ore 14, la grande razzia era terminata, le SS registrano la cattura di 1024 ebrei, tra di loro: 207 bambini, tutti rinchiusi nel Collegio Militare di via della Lungara. Le oltre 30 ore trascorse nel luogo di detenzione, prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo.

Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre 1943, al primo binario della stazione ferroviaria di Roma Tiburtina, vennero fatti salire in un convoglio di 18 carri bestiame, piombati, i 1024 ebrei romani, che erano stati strappati alle loro case e ai loro affetti. Furono deportati ad Auschwitz-Birkenau in Polonia.

Da questa stazione, cominciarono le prime azioni di resistenza, molte delle quali riconducibili agli stessi ferrovieri (tra gli altri Michele Bolgia) e a militari delle Fiamme Gialle (come Antonio Ambroselli e Alaydolin Korca) che di notte spiombarano le porte dei vagoni dei treni, pieni di ebrei e di altri prigionieri, in attesa di essere trasferiti in Germania, salvando cosi centinaia di vite umane, con questa coraggiosa e per loro pericolosa opera umanitaria.

Michele Bolgia fu poi trucidato alle Fosse Ardeatine, ed è stato insignito recentemente di “Medaglia d’Oro al Merito Civile” alla memoria con questa motivazione: “Ferroviere, in servizio presso la Stazione di Roma Tiburtina, durante l’occupazione tedesca contribuì con l’apertura clandestina dei vagoni piombati alla fuga e al salvataggio di molti deportati destinati ai campi di concentramento e venne successivamente ucciso alle Fosse Ardeatine. Mirabile esempio di umana solidarietà ed elette virtù civiche, spinte fino all’estremo sacrificio. 1943-1944, Roma.”

Il 22 ottobre il treno arrivò al campo di concentramento nazista in Polonia. Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre tornarono solo 16, di cui una sola donna, Settimia Spizzichino. Nessuno degli oltre 200 bambini sopravvisse ad Auschwitz, che era stato progettato per la “soluzione finale del problema ebraico”, divenendo rapidamente il più grande ed efficiente centro di sterminio nazista.

Quest’anno, il 1° ottobre è venuto a mancare Schlomo Venezia, uno dei 16 sopravvissuti all’olocausto, il quale si era dedicato insieme ad altri suoi compagni di prigionia, ai viaggi della memoria, per docenti e alunni delle scuole superiori romane, frutto della collaborazione fra Istituzioni, Comunità ebraica romana, Associazioni dei deportati e dei partigiani italiani, nei lager che sono ancora la testimonianza della grande tragedia del XX secolo.

Tuttavia è necessario ribadire che, malgrado i viaggi della memoria, le pubblicazioni di molti libri su queste vicende, i film come “L’oro di Roma” di Carlo Lizzani, del 1961, che ricostruisce in maniera veritiera la storia del 16 ottobre 1943, su questi fatti storici non c’è purtroppo sufficiente memoria condivisa nella comunità romana.

Questo è un divario che deve essere colmato, perché è vero, che “Non c’è futuro senza memoria, e coloro che non hanno memoria del passato sono destinati a riviverlo.”

Queste sono parole scolpite sulla pietra di una targa, ma valgono per tutti, perché la storia è maestra di vita. 


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