2 novembre: al cimitero per ricordare i defunti

di Luciano Di Pietrantonio - 31 Ottobre 2013

cimiteroLa ricorrenza del 2 novembre rappresenta la celebrazione di un giorno con particolari significati. La commemorazione dei defunti, la festa dei morti, il ricordo delle persone scomparse, questi sono alcuni modi del come viene chiamata questa ricorrenza che interessa, direttamente o indirettamente, ciascuno di noi, almeno una volta all’anno. E’ la ricorrenza che riporta alla memoria, di tante e tante persone, riflessioni su: tradizioni, cultura, arte, pietà e senso della vita, in una società complessa, ma affetta da una sorta di moto perpetuo, che non consente, spesso, di ragionare con serenità e spirito critico sul nostro essere.

Un motivo ricorrente, trasmesso nel corso di alcuni secoli, nelle tradizioni popolari della festa dei morti (in Italia, benché molti lo considerino come un giorno festivo, la ricorrenza non è stata mai ufficialmente istituita come festività civile): la credenza che in questo giorno i cari scomparsi tornino a farci visita sulla terra. Per questa ragione, i riti di commemorazione hanno assunto nel nostro Paese significati e finalità simili: accogliere, confortare, placare le anime degli avi defunti.

Se è vero che oggi il culto popolare commemora i defunti attraverso il suffragio e la preghiera, è anche vero che antiche usanze vivono ancora in molte località, dal Trentino al Veneto, dalla Liguria all’Umbria, dalla Sicilia alla Sardegna, attraverso dolci tipici, prodotti gastronomici, doni per i bambini, frutta secca, ecc., preparati per ricordare questo periodo di inizio novembre.

A Roma, la tradizione voleva che, il giorno dei morti, si consumasse il pasto accanto alla tomba di un parente per tenergli compagnia. Altra tradizione romana era una suggestiva cerimonia di suffragio per la anime che avevano trovato la morte nel Tevere. Al calar della sera si andava sulle sponde del fiume al lume delle torce, e si celebrava il rito.

La commemorazione dei defunti è una ricorrenza della Chiesa Cattolica ed è celebrata il 2 novembre di ogni anno, e nel calendario liturgico segue, di un giorno, la festa di Ognissanti d’inizio novembre. L’idea nasce su ispirazione di un rito bizantino che celebrava tutti i morti. Nella chiesa latina il rito viene fatto risalire all’abate benedettino francese sant’Odilone di Cluny che, nel 998, stabilì che le campane delle abbazie (e successivamente delle chiese) fossero fatte suonare con ritocchi funebri, dopo i vespri del 1° novembre per celebrare i defunti. La tradizione più diffusa è la visita dei cimiteri, secondo le usanze locali, portando in dono, fiori e accendendo lumini, sulle tombe dei propri cari.

La storia dei cimiteri nel corso dei secoli si è poi identificata con il rispetto e la pietà per i defunti. La Roma antica anticipa i caratteri del cimitero moderno, almeno sotto due aspetti, il seppellimento all’esterno delle mura cittadine e la costruzione di tombe “ individualiste”, che celebrano l’identità del defunto. Questa modalità ha portato alla realizzazione di tombe allineate ai bordi delle strade consolari, come è tuttora visibile in particolare lungo la via Appia. Tutti avevano il loro luogo di sepoltura individuale, spesso accentuato nell’individualismo da una iscrizione. Tempi, Sacelli, Sepolcri e Sepolcreti, Santuari, Tombe e Archi onorari, oggi rappresentano l’archeologia di Roma antica nella “Città eterna.”

Un mutamento decisivo si avrà con l’estendersi delle catacombe, che fungevano da sepoltura per i cittadini meno abbienti e presto privilegiate dai cristiani perché ospitavano alcune tombe di santi. I primi cristiani così compiono un decisivo passaggio dalla posizione “pagana,” che allontanava i morti dalla vita, a una nuova cultura della morte, legata inizialmente al culto per i martiri. Rispetto alle sepolture pagane l’inversione di tendenza si fa totale nel Medioevo, ove le sepolture diventano anonime, senza iscrizioni, e si concentrano nei pressi delle chiese. Inizialmente il cristianesimo non ammetteva la sepoltura nelle chiese, poi furono proprio le chiese ad ospitare i cadaveri: nella chiesa (compreso il cortile e l’atrio), nel chiostro (talora definito ossario) e nelle zone limitrofe consacrate, ove i ricchi riuscivano ad essere seppelliti sotto il pavimento della chiesa, mentre i poveri giacevano in fosse comuni nel recinto esterno e attorno alle mura.

L’ampliarsi delle città e quindi con l’aumento del numero dei defunti, si ebbe la necessità di allargare le zone di sepoltura, nelle aree aperte vicino alle parrocchie, ma si ponevano anche aspetti, non secondari, come l’igiene e la insalubrità di questi luoghi destinati ai defunti e spesso erano considerati, anche nella credenza popolare, causa di epidemia e di contagio, oltre alla dispersione nell’aria di esalazioni di “vapori sgradevoli,” secondo un inchiesta medica sull’igiene dei cimiteri, ordinata dal parlamento di Parigi nel 1737. La ridefinizione del tessuto urbano medioevale portava inevitabilmente a una riconsiderazione dei cimiteri, che avvenne con il cosiddetto “editto di Saint Cloud” emanato il 12 giugno 1804 da Napoleone. Raccoglieva in un unico atto legislativo, tutte le nuove norme sui cimiteri, fu esteso al Regno d’Italia e in tutta l’Europa.

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A Roma, il cimitero del Verano fu istituito presso la Basilica di San Lorenzo fuori le mura, quando era sotto l’amministrazione napoleonica, in applicazione dell’editto che imponeva le sepolture fuori dalle mura cittadine. Iniziato su un progetto di Giuseppe Valadier tra il 1807 e il 1812, fu continuato sotto Gregorio XVI; anche se fu ampliato sotto Pio IX, con il monumentale ingresso completato solo nel 1880, il cimitero fu inaugurato il 3 settembre 1835. Si trattò di una solenne cerimonia ufficiata dal cardinale vicario Carlo Odescalchi, rievocata ironicamente dal Belli, il poeta di Roma, con un sonetto commemorativo, che si può riassumere così: “ da allora in poi diventava obbligatorio per tutti, essere sepolti al Verano, eccezion fatta per il papa, i cardinali, i vescovi, i prelati, i preti, i frati, la monache, i nobili e i raccomandati dai parroci, tanto che c’èra da concludere che in tal modo al Verano non ci sarebbe finito nessuno.”

Inoltre è stato costruito il cimitero acattolico di Roma (già cimitero degli inglesi, o dei protestanti, oppure degli artisti e dei poeti) che si trova presso Porta San Paolo, a lato della Piramide Cestia. Il cimitero fu aperto ufficialmente sotto il pontificato di Pio VII, l’11 ottobre 1821, la decisione si era resa necessaria per il numero sempre crescente di visitatori stranieri, in gran parte studenti, scrittori e artisti, che nell’epoca del romanticismo e del neoclassicismo si recavano nella città eterna, dal nord Europa, con conseguente aumento di non cattolici. Sono molti i cimiteri romani, dislocati in diversi Municipi della città, il più importante è il cimitero del Flaminio o di Prima Porta, che è stato consacrato nel 1941, ed è considerato capolavoro di architettura cimiteriale contemporanea. E’ il più grande d’Italia con i suoi 140 ettari di estensione e 37 km di strade interne, sono presenti i reparti dedicati alle diverse confessioni religiose.

Le sculture e le pitture, presenti nelle cappelle e sulle tombe dei cimiteri, sono spesso opere d’arte, e rappresentano anche mete turistiche, così come accade a Parigi, in altre capitali europee e in tanti cimiteri del nostro Paese. Al cimitero del Verano, con itinerari mirati, alla visita delle tombe di grandi personaggi del passato: eroi, poeti, artisti, sportivi, statisti, ecc., si viene a conoscenza di un grande patrimonio culturale e storico, che valorizzano e fanno comprendere “i volti e le memorie di Roma,” spesso sconosciuti.

Nella letteratura, sono innumerevoli le opere ispirate alla commemorazione dei defunti, ma il “Dei sepolcri” è l’opera di Ugo Foscolo, scritta nel 1806 e pubblicata l’anno successivo, dove troviamo il materialismo, il significato della civiltà e della poesia, la condizione storica dell’Italia e le possibilità di riscatto d’identità individuale e sociale del poeta, ispirandosi all’editto di Saint Cloud che regolamentava le pratiche sepolcrali. Forse ricordare una poesia famosa, scritta da Totò, in italiano e in napoletano, “ ‘A Livella” che inizia con queste parole: “ ‘A morte ‘o ssje ched’è?…è una livella,” e la prosa aiuta a capire meglio il senso della vita. Questa poesia è ambientata in un cimitero, dove un malcapitato rimane chiuso. Questi assiste incredulo al discorso tra due ombre: un marchese e un netturbino. Il marchese si lamenta del fatto che il netturbino si sia fatto seppellire accanto a lui, ma il netturbino gli fa notare che non è stato lui a scegliere dove essere seppellito, vedendo che il marchese continuava il suo lamento, il netturbino perde la pazienza e gli spiega che, indipendentemente da ciò che era in vita, col sopraggiungere della morte si diventa tutti uguali.

Ecco il perché del 2 novembre, che vale per chi crede e per chi non crede: spesso per sperare in una vita trasformata e in altri casi per aver lasciato una buona testimonianza, ma importante è ricordare.

Quest’anno, alla vigilia della commemorazione dei defunti, Papa Francesco celebrerà al Verano una S. Messa in suffragio di tutti i morti, riprendendo una tradizione avviata dal Beato Giovanni Paolo II, e interrotta alla metà degli anni ’90. Nella tradizione religiosa italiana, questa ricorrenza che ognuno vive in maniera diversa e del tutto personale, esiste una poesia di Mario Quintana, poeta e scrittore brasiliano, che sintetizza in otto versi, la vita dell’uomo al cimitero: Nella stessa pietra si trovano, secondo la tradizione popolare, una stella per quando si nasce, una croce per quando si muore. Ma quanti qui riposano devono correggerci così: “Mettetemi una croce all’inizio… e la luce della stella alla fine.”


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