21 gennaio 1921 – 21 gennaio 2021: cent’anni dalla fondazione del PCI

“Moderno principe” e “intellettuale collettivo” - La memoria nostalgica per una comunità di donne e uomini che non fu soltanto un soggetto politico
Francesco Sirleto - 20 Gennaio 2021
 “… Ma nel passato esisteva o no l’uomo-collettivo? Esisteva sotto forma della direzione carismatica …; cioè si otteneva una volontà collettiva sotto l’impulso e la suggestione immediata di un “eroe”, di un uomo rappresentativo; ma questa volontà collettiva era dovuta a fattori estrinseci e si componeva e scomponeva continuamente. L’uomo collettivo odierno si forma invece essenzialmente dal basso in alto, sulla base della posizione occupata dalla collettività nel mondo della produzione: l’uomo rappresentativo ha anche oggi una funzione nella formazione dell’uomo collettivo, ma inferiore di molto a quella del passato, tanto che esso può sparire senza che il cemento collettivo si disfaccia e la costruzione crolli.” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, quaderno 7).
“…E, su tutto, lo sventolio,/ l’umile, pigro sventolio/ delle bandiere rosse. Dio!, belle bandiere/ degli Anni Quaranta!/ A sventolare una sull’altra, in una folla di tela/ povera, rosseggiante, di un rosso vero,/ che traspariva con la fulgida miseria/ delle coperte di seta, dei bucati delle famiglie operaie/ – e col fuoco delle ciliegie, dei pomi, violetto/ per l’umidità, sanguigno per un po’ di sole che lo colpiva,/ardente rosso affastellato e tremante,/ nella tenerezza eroica d’un immortale stagione!” (Pier Paolo Pasolini, Le belle bandiere, dalla raccolta Poesia in forma di rosa, 1964).

Il 21 gennaio del 1921, a Livorno, nel teatro S. Marco, al termine del burrascoso XVII Congresso del Partito socialista italiano, la componente di sinistra del PSI dava vita al Partito comunista d’Italia – Sezione italiana dell’Internazionale comunista (questa la denominazione originaria, poi sostituita, nel 1943, con quella più conosciuta di Partito comunista italiano). I suoi fondatori furono, sostanzialmente, i due gruppi che facevano capo: il primo, ad Amadeo Bordiga (ingegnere napoletano e primo segretario del partito), il secondo, ai fondatori della rivista torinese L’Ordine Nuovo, e cioè i giovani intellettuali Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Umberto Terracini. Nel 1926, nel momento in cui il Fascismo impone la dittatura all’Italia, mediante le “leggi fascistissime”, il giovane e ancora piccolo partito comunista viene sciolto d’imperio e i suoi capi arrestati (Gramsci innanzitutto, insieme a molti altri) e processati dal Tribunale Speciale o, come nel caso di Togliatti, costretti all’esilio in Francia o in Unione Sovietica.

Durante il periodo fascista il PCI, sebbene fosse l’unico partito ad aver conservato una modesta struttura organizzativa, fu ridotto alla clandestinità e continuamente bersagliato da una moltitudine di arresti e condanne al carcere o al confino. Risorse alla vita legale e all’attività condotta alla luce del sole (tranne che in quelle zone occupate fino al 25 aprile del 1945 dai nazisti) nel 1943, dopo la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini. Già durante la guerra il PCI, fondatore, insieme ad altri quattro partiti, del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), svolge un ruolo rilevantissimo tanto nella Resistenza armata, quanto come membro dei governi provvisori che si susseguono tra il 1944 (secondo Governo Badoglio) e il maggio del 1947 (primo Governo De Gasperi).

Un ruolo altrettanto determinante lo svolge nella fondazione della Repubblica e nei lavori dell’Assemblea Costituente, nella quale diede un contributo qualificante nella scrittura dei Principi fondamentali e della Prima Parte della Costituzione (Diritti e doveri dei cittadini). Nel frattempo assiste alla crescita impetuosa del numero dei militanti e degli elettori, tanto da diventare il secondo partito italiano e il primo partito comunista dell’Europa occidentale.

Fu in quei primi decenni della Repubblica che il PCI interpretò adeguatamente e divenne quel “Moderno Principe” teorizzato da Antonio Gramsci, vale a dire l’attore politico che, diversamente dalle grandi individualità (Cavour, Mazzini, Garibaldi) che avevano fondato lo Stato italiano risorgimentale senza curarsi di coinvolgere le masse, si presentava invece come una sorta di individuo collettivo formato da milioni di individui, una vera e propria comunità di uomini e di donne uniti da idee e programmi di riforma e di rinnovamento radicale della Polis.

Dai tempi eroici della Resistenza e della Ricostruzione fino al suo auto-scioglimento, avvenuto con il XX Congresso del 1991 (svoltosi a Rimini), il PCI fu, grazie a questo suo carattere di “moderno principe”, uno dei principali protagonisti della cosiddetta “Prima Repubblica”, un partito fortemente radicato nella società italiana, nelle sue componenti ideali, sociali, sindacali, economiche (attraverso la miriade di cooperative di produzione e consumo che ad esso facevano diretto o indiretto riferimento) e, soprattutto, culturali.

E’ su questi ultimi aspetti che questo articolo vuole richiamare l’attenzione, anche perché sugli elementi più propriamente politici non credo possano sussistere discussioni: se l’Italia, negli anni del dopoguerra, è cresciuta ed ha cambiato volto (da Paese ancora prevalentemente agricolo a Paese industriale e di servizi, da nazione con un basso livello di alfabetizzazione a nazione caratterizzata da alti livelli di scolarizzazione e di istruzione), ciò fu dovuto alle molte riforme che, nel corso di decenni, hanno visto nel PCI, e nei suoi rappresentanti in Parlamento, un decisivo propulsore e sostenitore.

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Ma il PCI non fu soltanto un soggetto politico, fu anche e soprattutto una “scuola”, una scuola diffusa su tutto il territorio nazionale. Un luogo, articolato in migliaia di cellule e di sezioni, nel quale i milioni di militanti discutevano e s’accapigliavano – oltre che sulla linea politica, sulle liste e sulle campagne elettorali, sulla scelta degli alleati a livello municipale, provinciale e regionale – anche su temi letterari, storici, filosofici, scientifici, religiosi, artistici, teatrali, cinematografici, ecc. Un luogo dove si prendeva parte, e non solo come spettatori, a conferenze tenute da insigni intellettuali, un luogo dove si organizzavano mostre di arti visive, spettacoli teatrali, concerti di musica classica e/o popolare, rassegne cinematografiche dedicati ai più famosi registi, presentazioni di libri, un luogo dove tutte le energie e le risorse venivano investite, almeno una volta l’anno, in un grande sforzo sinergico per l’organizzazione della Festa dell’Unità, un evento destinato a coinvolgere non soltanto militanti e simpatizzanti di partito, ma la stragrande maggioranza degli abitanti di un quartiere, di un borgo, di una cittadina, di una metropoli.

Un vero e proprio Intellettuale collettivo, così come immaginato e preconizzato da Gramsci nei suoi Quaderni del carcere, così come lo vollero e lo costruirono i suoi dirigenti più famosi e influenti, da Togliatti a Longo, da Amendola a Ingrao, da Pajetta a Enrico Berlinguer.

Simbolo del PCI, disegnato da Renato Guttuso

Un partito di massa che riuscì a strappare alle élites intellettuali (per secoli tenutesi a doverosa distanza dal popolino) il monopolio della cultura e a farne una questione sulla quale potevano dire la loro anche il contadino calabrese, l’operaio della Fiat Mirafiori di Torino, il pescatore di Mazara del Vallo, il venditore ambulante romano, l’impiegato milanese, il pizzettaro napoletano, ecc. Un intellettuale collettivo nel quale potevano sentirsi come se fossero nella propria casa e tra i propri amici il grande pittore Renato Guttuso, il celebre regista cinematografico Luchino Visconti, il poeta Pier Paolo Pasolini (che non smise mai discutere e litigare animatamente tanto con i vertici quanto, innanzitutto, con il “popolo” del PCI e di commuoversi allo sventolio delle “belle bandiere”), gli scrittori Leonardo Sciascia Italo Calvino Gianni Rodari, il filosofo Ludovico Geymonat, il matematico e pedagogista Lucio Lombardo Radice, gli attori Gian Maria Volonté e Roberto Benigni, e tantissimi altri nomi celebri, noti e meno noti (o ormai dimenticati) della cultura italiana del XX secolo.

Un intellettuale collettivo che riuscì nel miracolo di portare nelle masse e tra le masse il sapere, la conoscenza, il piacere e il gusto dell’arte, della musica, della poesia.

Nino Franchellucci

E’ questo il PCI che mi piace ricordare, a cinquant’anni di distanza dalla mia prima iscrizione – a 18 anni appena compiuti, nel novembre 1971 – nella sezione Nino Franchellucci di via Torpignattara e a trent’anni dall’auto-scioglimento di quella che continuo ancora a considerare la scuola più importante ai fini della mia formazione ideale, politica, etica, affettiva, ecc. Un partito nel quale non si era ancora insinuato il tarlo della cosiddetta “autonomia della politica”, vale a dire la concezione che un partito debba occuparsi esclusivamente di questioni squisitamente politiche: la selezione degli amministratori, le candidature e la formazione delle liste elettorali, l’elezione dei leaders a livello locale e nazionale, i programmi di governo, le leggi da modificare, le campagne elettorali, ecc. Un tarlo che, apparso in maniera subdola sul finire degli anni Ottanta (subito dopo la tragica morte di Enrico Berlinguer, l’uomo che agitava i fantasmi dell’austerità e della questione morale), ha cominciato a minare il rapporto tra vertice e la base del partito e, di conseguenza, il radicamento del partito in tutte le pieghe della società italiana. Fu l’avanzata dell’autonomia della politica, a mio avviso, molto più che la fine del comunismo in Unione Sovietica e nei Paesi dell’Est europeo (con quei partiti e con quei regimi da tempo non vi era più alcuna forma di rapporto), a determinare la sciagurata decisione dell’auto-scioglimento e della conseguente frantumazione in una pluralità di forze politiche, alcune più forti, altre invece deboli o debolissime.

Ma non ho alcuna intenzione di soffermarmi sul “dopo”: i nostalgici (e tale io mi confesso) amano troppo il passato per non soffrire sui tempi recenti e presenti.


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