22 novembre 1963: il Presidente Kennedy assassinato a Dallas

La famiglia, la Nuova Frontiera, 1000 giorni alla Casa Bianca e la tragica fine
di Luciano Di Pietrantonio - 21 Novembre 2012

“Non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il nostro paese,”

in questa frase contenuta nel discorso inaugurale – nella cerimonia del giuramento – del 35° Presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, (JFK), pronunciata il 20 gennaio 1961, a Washington D.C. era rappresentata buona parte della filosofia e lo spirito della politica della “Nuova Frontiera.”

Kennedy era il più giovane presidente eletto negli Stati Uniti, aveva 43 anni, era nato a Brookline/Boston, il 29 maggio 1917, e divenne il primo presidente di fede cattolica; il suo breve mandato durò meno di tre anni, poco più di mille giorni.

Fu stato assassinato il 22 novembre 1963, a Dallas nel Texas, colpito a morte, mentre viaggiava con la moglie Jacqueline, il governatore Connally e la moglie di quest’ultimo Nellie, in un corteo presidenziale.

Lee H. Oswald, scoperto nel palazzo da dove avrebbe fatto fuoco, di lato al corteo, fu accusato dell’omicidio, e fu a sua volta ucciso, due giorni dopo, da Jack Ruby, prima che potesse essere processato.

Inizialmente – secondo la Commissione Warren – si ritenne che Oswald avesse agito da solo; tuttavia nei decenni successivi ha preso corpo la tesi che JFK fu vittima di un complotto e nella stragrande maggioranza degli americani (circa l’80%) prevale questa opinione e questo sospetto.

Ma chi erano i Kennedy? I Kennedy, immigrati di origine irlandese, erano una delle famiglie più in vista e importanti di Boston, i genitori di JFK – Joseph, il padre e Rose, la madre – educarono i propri figli – quattro maschi e quattro femmine – secondo una rigorosa formazione civica, culturale e religiosa, perché dovevano essere pronti a ricoprire ruoli di prestigio nella società.

In una biografia scritta da Geoffrey Perret, viene raccontato il modo di vivere della comunità irlandese di Boston, e tra l’altro si sostiene: “Nessuno più di loro considerava la morte bella. I cattolici irlandesi, del tempo di Joseph P. Kennedy, venivano abituati a guardarla diritta in faccia: nessuna riverenza. Una buona veglia era la celebrazione di una vita, non un momento per piangere.

Questa era gente che frequentava la morte ogni giorno, come i protestanti raramente fanno. Le preghiere cattoliche ricordano ai fedeli la loro presente mortalità. Milioni e milioni di loro, rosario in mano, chiedono ogni giorno alla Vergine Maria: “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.”

Come la maggior parte dei cattolici, Joseph P. Kennedy era sempre accompagnato dalla sgradevole consapevolezza della brevità e fragilità della vita, e intendeva provvedere in qualche modo in questo mondo, non in quell’altro. Dietro alla sua avidità di potere, di denaro e di fama, il suo sguardo si manteneva fisso, attraverso occhiali da gufo, sul culmine delle ambizioni borghesi: la dinastia, un legato che si proiettava nelle generazioni future. Qualcosa di Joseph P. Kennedy doveva sopravvivere, qualunque cosa la morte avesse fatto di lui. Ogni giorno della sua vita veniva messa a profitto perché producesse un utile: denaro, potere, nuove ambizioni per i figli, un tanto di fama. Qualche cosa insomma. Ma al primo posto c’era la ricchezza.”

In questo contesto, in questa realtà (anche se di un secolo fa) la vita del futuro Presidente: dagli affetti familiari agli anni della scuola, dall’Università di Harvad ai viaggi e alle esperienze di vita.

Il primo vero viaggio, da solo fu nel 1937 in Europa, (anche se già c’era stato con la famiglia), perché aveva avuto la percezione, ascoltando le conversazioni, dopo la rielezione di Roosevelt alla Casa Bianca, nella casa di Palm Beach, di suo padre, che il sorgere della Germania nazista rendesse inevitabile un’altra guerra nel vecchio continente. E prima che cominciassero a sparare, JFK decise, che fosse meglio andare subito oltreoceano.

Una Ford decappottabile, acquistata per l’occasione, gli consenti di fare un grande tour, attraverso le strade dell’Europa, verso Parigi per vedere (tra le altre cose, la presentazione dei nuovi aeroplani) le bellezze storiche della Francia, poi al confine con la Spagna dove infuriava la guerra civile, quindi in Italia, la culla dei beni culturali, da Pisa a Napoli, a Roma e in Vaticano, dove è ricevuto in udienza dal card. Pacelli (il futuro Papa Pio XII) e successivamente a Firenze e Venezia. Poi un passaggio in Austria, poi a Monaco, Norimberga, Amsterdam e quindi, attraverso la Francia, a Londra, per far ritorno negli Stati Uniti.

Conclusi gli studi, nel 1941 JFK si arruolò volontario nell’Esercito e ricevette, per il suo comportamento, diverse decorazioni. Al termine della guerra fece il suo ingresso in politica, in parte anche per compensare il vuoto lasciato dal popolare fratello, pilota di bombardieri B 51, Joseph Jr., ucciso in guerra, sul quale la famiglia Kennedy aveva puntato molte delle sue speranze.

Nel 1952 JFK si candidò al Senato degli Stati Uniti, con lo slogan “Kennedy farà di più per il Massachusetts” e, con una grande vittoria a sorpresa, sconfisse il candidato repubblicano che era favorito.

Dopo otto anni passati in Senato, nel 1960, avendo superato gravi difficoltà di salute (tra l’altro subì diverse operazioni alla spina dorsale e fu spesso assente dal lavoro parlamentare) scrisse un libro che vinse nel 1957 il premio Pulitzer, per le biografie su otto senatori americani. Subito dopo dichiarò il suo intento di “correre” per la Presidenza degli Stati Uniti.

Alla Convention democratica, il13 luglio 1960, il Partito Democratico nominò JFK candidato alla Presidenza, e chiese a Lyndon Johnson di essere suo candidato alla vice presidenza, nonostante gli scontri fra i due durante le primarie.

Johnson contrariamente alle previsioni, accettò l’offerta di JFK, perché il futuro Presidente considerava naturale che insieme a Lyndon non si poteva perdere la corsa alla Casa Bianca, e JFK nelle conclusioni, della Convention a Los Angeles, conquistando i delegati incerti, sostenne: “Siamo qui oggi, ai confini della Nuova Frontiera, comincia ora un altro lungo viaggio, ho bisogno del vostro aiuto. Datemi le vostre mani, le vostre voci e il vostro voto.” Il clamore della folla quasi soffocò le sue ultime parole.

Poi una campagna elettorale in tutti gli Stati, i memorabili confronti con lo sfidante repubblicano Richard Nixon, in Tv e per radio. Fu la prima volta che la televisione svolse un ruolo determinante per la vittoria. inoltre JFK aveva una marcia in più rispetto al suo contendente, infatti esibì i due requisiti essenziali di una star: potenza emotiva e autorità psicologica, ed ebbe la meglio con i discorsi della Nuova Frontiera, ispirati al pensiero di Gaetano Salvemini.

Nixon, che era il vice del Presidente uscente Eisenhower, ricorse al sostegno di quest’ultimo perché aveva capito che era avviato alla sconfitta contro JFK, e le apparizioni di Eisenhower rallentarono la vittoria di JFK e resero incerto il risultato finale, ma ormai la storia era segnata.

La mattina del 9 novembre 1960, il giorno successivo alle elezioni vittoriose, JFK rispondendo ad alcune domande, disse con un sorriso: “Adesso mia moglie ed io ci prepariamo a una nuova Amministrazione e a un nuovo bimbo.”

Nel discorso d’insediamento, del 20 gennaio 1961, ribadì i caratteri della Nuova Frontiera, sostenendo: “Ora la campana ci chiama ancora una volta, non per portare le armi, anche se ne abbiamo bisogno, non per una battaglia, sebbene siamo già in battaglia, ma per portare il peso di una lunga e oscura lotta, anno dopo anno, rallegrandoci nella speranza, pazienti nella tribolazione; una lotta contro i nemici comuni dell’uomo: la tirannia, la povertà, le malattie e la stessa guerra. Concittadini del mondo, non chiedete cosa l’America può fare per voi, chiedete cosa possiamo fare, insieme, per la libertà dell’uomo.”

La sua breve presidenza, in epoca di guerra fredda, forse nella sua fase più acuta, fu segnata da alcuni eventi molto rilevanti: lo sbarco nella Baia dei porci, la crisi dei missili a Cuba, la costruzione del Muro di Berlino, i progetti per la conquista dello spazio, gli antefatti della guerra del Vietnam, le trattative e gli accordi, per la limitazione dei test nucleari per la proibizione degli esperimenti nell’atmosfera, nello spazio e nel mare, la lotta alla malavita organizzata sul piano nazionale e internazionale e l’affermarsi del movimento per i diritti civili degli afroamericani.

In qualità di Presidente degli Stati Uniti, ebbe buoni rapporti con il Segretario Generale del PCUS Nikita Khruscev, con il quale risolse diverse questioni che si trascinavano da anni, visitò molti paesi per favorire la pace e la cooperazione in tutti i continenti. Uno in particolare rimase famoso, quello del 26 giugno 1963 a Berlino Ovest dove tenne un discorso di critica contro la costruzione del Muro che divideva la città in due. Il discorso è noto per la famosa frase, pronunciata da JFK in tedesco, Ich bin ein Berliner, (Io sono un berlinese) e salutata dai berlinesi con una grande ovazione.

Oggi, a 49 anni da quel drammatico giorno in cui fu assassinato, anche se permangono dubbi sulla dinamica dell’attentato che gli fu fatale, la figura JFK continua ad essere rispettata e stimata,  non solo in America, ma anche in tanti paesi del mondo, perché JFK ha rappresentato la speranza che l’uomo può vincere le grandi sfide in nome della libertà e del progresso. 


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