

A chiarire le ragioni della scelta è stato il presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun, che ha parlato di una decisione tutt’altro che casuale
L’assenza della Brigata Ebraica alle celebrazioni del 25 aprile non è passata inosservata, soprattutto in una città come Roma dove la memoria della Liberazione è profondamente intrecciata con la storia della comunità ebraica.
A chiarire le ragioni della scelta è stato il presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun, che ha parlato di una decisione tutt’altro che casuale.
Non un passo indietro, ma una presa di posizione consapevole, maturata tra esigenze religiose e un clima che, negli ultimi anni, ha reso le piazze della Liberazione sempre più tese e divisive.
A pesare, innanzitutto, è la coincidenza con lo Shabbat, che cade di sabato e rappresenta per gli ebrei osservanti un precetto non derogabile.
Un tempo di sospensione e raccoglimento che, nelle parole di Fadlun, diventa anche occasione per restituire profondità al significato della ricorrenza.
Un momento per fermarsi e riflettere, lontano dal frastuono delle celebrazioni pubbliche, e per ricordare cosa abbia significato davvero la fine delle persecuzioni e delle leggi razziali.
Ma non è solo una questione religiosa. A incidere è anche il clima che ha accompagnato le manifestazioni negli ultimi anni, segnate da contrapposizioni sempre più accese.
Le celebrazioni del 25 aprile, secondo la Comunità, si sarebbero progressivamente trasformate in spazi dove si sovrappongono rivendicazioni lontane dal significato originario della Liberazione.
Fadlun parla apertamente di una “memoria inquinata”, in cui il ricordo della lotta contro il nazifascismo rischia di essere oscurato da conflitti ideologici contemporanei.
In questo contesto, la presenza della Brigata Ebraica è stata più volte oggetto di contestazioni, creando un clima di ostilità incompatibile con lo spirito della giornata.
Eppure, il legame tra la comunità ebraica e il 25 aprile resta profondo e radicato. È il giorno che segna la fine di una stagione drammatica, dalle leggi razziali al rastrellamento del Rastrellamento del Ghetto di Roma, fino alla riconquista della libertà.
Un percorso in cui il contributo della Brigata Ebraica alla Resistenza e alla ricostruzione morale del Paese viene rivendicato con forza. Proprio per questo, la scelta di non partecipare assume un significato simbolico: non un’assenza, ma una forma diversa di testimonianza.
«Quando tutto fa rumore, il silenzio diventa motivo di orgoglio», è il senso della posizione espressa dal presidente.
Una linea che rifiuta ogni forma di equiparazione tra cause diverse e rivendica la necessità di preservare la memoria storica da letture distorte.
Una decisione che riapre il dibattito sul significato del 25 aprile e sul modo in cui viene vissuto nelle piazze, tra memoria condivisa e tensioni sempre più evidenti.
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