3 febbraio: 150° anniversario di Roma Capitale

Una brevissima cronistoria dei mesi che vanno dal 20 settembre 1870 al 31 dicembre 1871
Francesco Sirleto - 3 Febbraio 2021
“Ci avanzammo verso la porta. La strada è dritta e la porta si vedeva benissimo ad una grande lontananza … il fuoco dei cannoni pontifici, da quella parte era già cessato; ma i soldati si preparavano a difendersi dalle mura. A poche centinaia di metri dalla barricata due grossi pezzi della nostra artiglieria tiravano contro la porta e il muro … ad ogni colpo si vedeva un pezzo del muro o della porta staccarsi e rovinare … Quando la porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all’assalto … arrivarono allora a passi concitati i sei battaglioni dei Bersaglieri della riserva … non si sentiva più rumore di colpi … il suolo intorno era sparso di mucchi di terra, di materasse fumanti, di berretti di Zuavi, d’armi, di travi, di sassi …”
(Edmondo De Amicis, descrizione della battaglia di Porta Pia, dal libro Le tre capitali).

 

Il 3 febbraio 1871, nell’immaginario popolare, è una data del tutto inesistente. La vera data, quella che buona parte dell’opinione pubblica, dotata di media cultura storica, considera essere effettiva, reale, della proclamazione della città di Roma come nuova Capitale del Regno d’Italia (e tale rimase anche dopo l’avvento della Repubblica), è il 20 settembre 1870: il giorno della celeberrima “breccia” di Porta Pia. È infatti il 20 settembre 1870 che finisce il più che millenario potere temporale dei Papi, in cui inizia l’autoreclusione in Vaticano del pontefice Pio IX, in cui s’impone, nettissima, la contrapposizione tra il nuovo Stato italiano e la Chiesa, risolta soltanto l’11 febbraio 1929, attraverso la firma dei cosiddetti “Patti Lateranensi”, i quali saranno successivamente recepiti nell’art. 7 della Costituzione della Repubblica.

Oltretutto l’evento verificatosi il 20 settembre 1870 si svolse a Roma, mentre quello che si riferisce al 3 febbraio dell’anno successivo (l’approvazione definitiva, da parte del Parlamento italiano, della legge che proclamava Roma Capitale dello Stato), si svolse a 250 km di distanza, cioè a Firenze, Capitale del Regno d’Italia dal 1865 fino alla suddetta data.

Se vogliamo essere precisi e pignoli, dobbiamo aggiungere che il 20 settembre 1870 non è neppure il giorno in cui Roma viene annessa al Regno d’Italia. La data ufficiale dell’annessione è, infatti, quella del 9 ottobre 1870: la data del Regio Decreto con il quale Vittorio Emanuele II consacrava, con la sua firma, i risultati del Plebiscito svoltosi, a Roma e nel Lazio, sette giorni prima, vale a dire il 2 ottobre 1870. In quella consultazione popolare, alla quale partecipò un corpo elettorale di 173.000 persone (45.000 a Roma e 127.000 nel resto del Lazio), la maggioranza degli elettori (40.785 a Roma e 92.809 nel resto del Lazio) votò SI all’annessione di Roma e del Lazio all’Italia. Ci vollero alcuni giorni prima che il duca di Sermoneta, Michelangelo Caetani (lontanissimo discendente di papa Bonifacio VIII), capo della Giunta provvisoria nominata dal generale Raffaele Cadorna per l’amministrazione civile della città, consegnasse personalmente i fogli con i risultati elettorali, a Firenze, nelle mani del re Vittorio Emanuele II.

Il re ringraziò il principe Caetani “licenziandolo”. Non è una battuta: Michelangelo Caetani fu licenziato sul serio, ma non dal re (che non si sarebbe mai abbassato a queste cose); il re, infatti, nominò un luogotenente governativo nella persona del generale Alfonso Lamarmora, il quale, avuto l’incarico di provvedere ad organizzare nuove elezioni nel nuovo territorio annesso, sia politiche (per il rinnovo del Parlamento) che amministrative (per le elezioni del Consiglio comunale di Roma), ne diede a sua volta l’incarico ad una nuova Giunta da lui stesso nominata. A presiedere questa nuova Giunta fu chiamato un altro esponente della nobiltà “nera” romana, cioè Francesco Pallavicini Rospigliosi, famiglia notoriamente in non buoni rapporti con la famiglia Caetani. Pochi giorni dopo, il primo novembre 1870, il “prigioniero” (così egli si era auto-definito) papa Pio IX, dalla sua “prigione” in Vaticano, dichiarava l’occupazione dei domini della Santa Sede “ingiusta, violenta, nulla e invalida”.

Comunque non sembra che i nuovi governanti di Roma, in quel momento, si preoccupassero molto dei sentimenti e dei pensieri del Papa. Essi erano preoccupati, invece, di offrire dei chiari segnali di cambiamento alla popolazione, nella quale la maggioranza (quella più povera, che sopravviveva miserabilmente in virtù della carità e delle sovvenzioni provenienti dalle varie strutture di beneficenza dello Stato pontificio) non si può dire avesse accolto a braccia aperte i “buzzurri” (era il termine usato negli ambienti ecclesiastici e nobiliari romani per definire i settentrionali sudditi dei Savoia) militari e funzionari piemontesi. E li diedero, questi segnali: fu nominato un Sovrintendente alle Belle Arti che diede subito inizio ad una campagna di scavi nel Foro Romano, abbandonato da secoli al pascolo di pecore e maiali; si svolsero, il 13 novembre, le prime libere elezioni politiche e amministrative che elessero, queste ultime, il primo Consiglio comunale eletto dal popolo (in realtà dalle poche migliaia di benestanti in possesso del diritto di voto); fu eletto, dal Consiglio, il primo Sindaco, Giuseppe Lunati, non appartenente alla nobiltà nera, ma alla borghesia; furono aperte, il 16 dicembre, le prime due scuole pubbliche laiche comunali nella storia della città: la scuola elementare maschile di via dei Fienili e la scuola elementare femminile (un’assoluta novità!) a via Tor de’ Specchi.

Ma il 28 dicembre, purtroppo, la vita della città fu funestata (come altre volte nel corso della sua storia) da una tremenda alluvione con conseguente esondazione del Tevere: i rioni Borgo, Campo Marzio, Sant’Eustachio e Colonna vennero sommersi dalle acque e furono centinaia le vittime e gli sfollati. L’alluvione fu l’occasione (evidentemente da lui accettata “obtorto collo”) per la prima venuta, il 31 dicembre e, poi, per il successivo trasferimento del re e della sua corte a Roma. Egli fu accolto calorosamente, nei quartieri colpiti dall’alluvione dove si recò a portare conforto e ristoro, e acclamato in piazza del Campidoglio. La sera stessa prendeva possesso del Palazzo del Quirinale, quel Palazzo che, dalla fine del Cinquecento, era stata la residenza preferita dei papi. Ma in quei primi mesi del 1871 Vittorio Emanuele II si fece vedere poche volte, in una città così diversa dalla sua Torino, lontana dalle sue amate e belle campagne e montagne, una città circondata da campagne desolate e malariche i cui miasmi non facevano certo bene alla sua salute, una città che, dal momento in cui egli fu costretto a risiedervi permanentemente, gli avrebbe fatto trascurare lo svago da lui preferito: la caccia.

Quei primi mesi del 1871, oltretutto, a Roma, nonostante la proclamazione ufficiale a Capitale del Regno, solo una parte dell’apparato ministeriale e burocratico dello Stato è presente. Manca, infatti, l’istituzione più importante: il Parlamento, il quale, fino all’individuazione della sede (Palazzo Montecitorio) e alla sua ristrutturazione molto frettolosa ad opera dell’ingegnere piemontese Comotto (questi fu costretto a fare una copertura al cortile e a trasformarlo così in aula parlamentare), continuò a riunirsi a Firenze. Soltanto il 27 novembre 1871 si tenne la prima seduta della Camera dei deputati nella nuova Capitale del Regno. Nel frattempo, il 16 marzo del 1871, il Consiglio comunale aveva eletto, facendo dimettere Giuseppe Lunati, alla carica di Sindaco il già Presidente della Giunta provvisoria, principe Francesco Pallavicini Rospigliosi. Segno questo che la vecchia nobiltà nera non aveva rinunciato del tutto a difendere i suoi privilegi e i suoi interessi immobiliari e voleva avere un ruolo di primo piano nella “febbre edilizia” di cui già si incominciavano a percepire i primi sintomi nella già avviata lucrosa lottizzazione dei terreni, situati tra l’Esquilino, il Viminale e il Quirinale, nella zona dove verrà aperta la nuova stazione ferroviaria Termini e costruita una nuova arteria stradale che si chiamerà via Nazionale.

Adotta Abitare A

Una lottizzazione, quella organizzata e portata a termine dal cardinale De Merode (e meno male che Pio IX aveva dichiarato che i fedeli cattolici non dovevano avere alcun rapporto con i “buzzurri”!), che frutterà al Vaticano una montagna di quattrini.

Concludiamo questa breve cronistoria con il censimento (il primo condotto con metodi moderni) della città, svoltosi esattamente il 31 dicembre 1871. In quel giorno gli abitanti residenti della città risultavano essere 244.484. Una cifra ben lontana dal quasi mezzo milione della prima città del Regno (Napoli), ma che poneva Roma al secondo posto tra le grandi città italiane, in uno Stato la cui popolazione, nella stragrande maggioranza, risiedeva ancora nelle campagne, addetta in vari modi all’agricoltura.

 

Riferimenti bibliografici:

Vittorio VIDOTTO, Roma contemporanea, Laterza, Bari;

Denis MACK SMITH, Storia d’Italia dal 1861 al 1997, Laterza, Bari;

Indro MONTANELLI, Storia d’Italia, vol. 6, RCS libri, Milano;

Giovanni DI BENEDETTO – Claudio RENDINA, Storia di Roma moderna e contemporanea, Newton – Compton, Roma.


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti