A 90 anni dalla nascita di Umberto Eco, filosofo, semiologo, romanziere, lettore

Il 5 gennaio del 1932 nasceva ad Alessandria uno dei più poliedrici e celebri intellettuali italiani del XX secolo
Francesco Sirleto - 6 Gennaio 2022

Il 5 gennaio del 1932 nasceva ad Alessandria uno dei più poliedrici e celebri intellettuali italiani del XX secolo, anche se la sua vita si è prolungata per altri 16 anni nel XXI.
Ho cercato di raccogliere, dalla mia disordinata biblioteca domestica, con scaffali sparsi per tutta casa, almeno una discreta parte dei numerosi libri del Maestro che, nel corso della mia vita di vorace lettore, sono riuscito a leggere e, spesso, a rileggere.

Mi sono accorto che, a causa degli imprudenti prestiti strappatimi da alcuni dei miei alunni più curiosi (ma anche inconsapevoli ladri di libri) me ne mancano almeno una decina e, tra questi, uno di quelli che amo di più: “Il nome della rosa”. Vi sono però altri che rimandano ai miei giovanili studi di linguistica e di estetica: “La struttura assente”, “Opera aperta”, “Trattato di semiotica generale”. Tuttavia, ciò che la lettura di Eco e dei suoi libri ha lasciato in me di indelebile e inobliabile è stato quell’indefinibile ma irresistibile “piacere dei testi” che ha reso anche me un “Lector in fabula”, tanto per abusare del titolo di un suo libro.

Per Eco un libro, un’opera d’arte di un grande scrittore, in grado di stimolare non soltanto le capacità intellettuali del lettore, ma anche e soprattutto il suo apparato emotivo-sensoriale (in una parola quel “godimento del testo” che provoca la lettura, che è il medesimo piacere causato da un’opera di pittura, di scultura, di musica, ecc.), è un prodotto che coinvolge il lettore non come fruitore passivo, ma come soggetto che, impadronendosi del libro, ne modifica il significato, ne cambia la prospettiva. Il lettore come “ladro”, come ri-scrittore dell’opera, come quel famoso personaggio di Borges (scrittore ammiratissimo da Eco) che riscrisse, senza cambiare una virgola, il Don Chisciotte di Cervantes.

“In tal senso – scrive Eco in “Opera Aperta” – un’opera d’arte, forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresi aperta, possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata. Ogni fruizione è così una interpretazione ed una esecuzione, perché in ogni fruizione l’opera rivive in una prospettiva originale”.

Il lettore che, leggendo, diventa autore e manipolatore (almeno sul piano del significato) dell’opera: è questa l’elevatissima, magistrale lezione che Eco ha lasciato in eredità a quegli inguaribili e appassionati amanti del libro che anche nell’epoca dell’universale digitalizzazione non rinunciano al profumo e alla levigatezza (o ruvidezza) e al misterioso suono emanati dai moti della carta stampata.


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