A Palazzo dei Celestini a Manfredonia, ‘Dalla terra, dal mare. Storie di donne e di Puglia’

Venerdì 16 novembre 2012 presentazione del libro di Angelo Cavallo
Enzo Luciani - 12 Novembre 2012

Dopo la partecipazione alla Bitrel, all’interno del Salone ‘Vie Sacre del Sud’, continuano le presentazioni del libro di Angelo Cavallo ‘Dalla terra, dal mare. Storie di donne e di Puglia’.

Venerdì 16 novembre a partire dalle ore 19 presso l’Auditorium di Palazzo dei Celestini a Manfredonia, si narreranno le “imprese” di Oscar Pilla, giornalista barese ma nativo di Grumo Appula che somiglia fisicamente a Lucio Dalla e scrive per la Gazzetta del Levante. Pilla è il protagonista del volume composto da tre racconti inediti – Amanti perduti, Mamuscia, Mondo sommerso – ambientati nell’universo magico e naturalistico del Gargano e delle Isole Tremiti, che si ritrova coinvolto fino al collo e all’anima in tre indagini di tipo differente che mettono a dura prova il suo universo esistenziale e il suo vissuto.

Dal libro emerge l’anima degli abitanti del Gargano e delle isole, si percepisce quello spirito tipicamente meridionale e pugliese che caratterizza i luoghi dei racconti. Si impara a conoscere un po’ di storia, quella delle persone comuni. Quella vera: a Foggia i tedeschi durante la seconda guerra mondiale stavano sperimentando la prima bomba radiocomandata; sul Gargano il mondo magico dei guaritori e dei santoni non è mai stato codificato apertamente; durante la deportazione degli antifascisti alle Isole Tremiti c’era Dumini, l’assassino di Giacomo Matteotti.

Dar Ciriola asporto

All’interno del volume sono citate diverse città pugliesi, tra cui anche Manfredonia, come ad esempio nel racconto ‘Amanti perduti’: “La mattina seguente una barca a vela vide sta ragazza infreddolita e ferita sullo scoglio e la salvò. Il comandante disse via radio alla milizia del porto che aveva una naufraga ferita a bordo. Da terra la milizia chiese quale fosse il suo nome. Entrarono nel porto di Manfredonia. Alla banchina quando la barca ormeggiò, ad aspettarla c’era una camionetta dei Carabinieri. Perché il tedesco ferito fece il suo nome e lei fece il mio per scagionare uno dei suoi fratelli o il padre”.

La prefazione del libro è stata curata da Diego Abatantuono, che ha voluto condividere i suoi ricordi personali legati al Gargano, in modo particolare a Vieste, e che crede fermamente nel progetto ‘Di terra di mare’, capace di diffondere un approccio innovativo alla conoscenza dei luoghi.

Alla presentazione interverranno l’autore Angelo Cavallo, l’editore Andrea Pacilli ed il Sindaco di Manfredonia Angelo Riccardi.

Il progetto ‘Di terra di mare’ vanta il patrocinio di Puglia Promozione, di Promodaunia, dell’assessorato alla Cultura della Provincia di Foggia e dei comuni di Foggia, Manfredonia, Mattinata, San Severo, San Marco in Lamis, Ischitella.

Angelo Cavallo

Autore di diverse pubblicazioni – tra cui “Il paese della nave felice” ed. Books & News (1993), “La luna aggira il mondo e voi dormite” ed. Stampa Alternativa (2002), “Giosuè Rizzi giudizio e pregiudizio” ed. Perdisa Pop (2011), “Matteo Salvatore le canzoni e la storia” (2012) e nel teatro autore dello spettacolo “Di fame, di denaro, di passione” con Sergio Rubini – Angelo Cavallo è operatore culturale e produttore artistico e musicale, biografo del cantastorie Matteo Salvatore e nei suo racconti ripercorre sempre con grande precisione date, luoghi, avvenimenti, avvalendosi anche dell’ausilio di testimonianze orali.

La Prefazione di Diego Abatantuono

Metà del Giambellino, il quartiere di Milano dove sono nato, era pugliese. Il Giambellino era distante dal Gargano e dalle Isole Tremiti. Ma l’acqua trasparente e la fiocina a infilzare pesci come racconta Angelo in “Mondo sommerso” mi ricorda qualcosa.

Fin da piccolo tutte le estati si prendeva e si andava al Sud. Adesso mi viene da ridere se penso a quando su «L’Espresso» ho cominciato a leggere che avevano individuato le «vacanze intelligenti». Mio padre Matteo le vacanze intelligenti le inventò negli anni Cinquanta. A partire dal viaggio che durava quattro giorni.

Per andare in Puglia non facevamo l’autostrada, anche dopo che era stata costruita, si percorreva la Via Emilia. Duecento chilometri al giorno o giù di lì. Con calma. Il mondo andava più piano.

Allora il Gargano era isolato. Era davvero la montagna sacra e profana dove “Mamuscia” sopravvisse e fu terapeutica, a suo modo, alle anime dei pastori. Adesso c’è una strada che passa tra il mare e i laghi di Lesina e di Varano, una volta eri costretto ad arrivare a Foggia e fare un itinerario all’interno che era pazzesco. Se trovavi un camion ci mettevi mezza giornata. Matematico che i bambini vomitassero. Faticoso ma era tanta la soddisfazione di vedere il mare che ne valeva la pena.

Sì, preferisco il mare. E’ nel mio Dna. Se potessi vivrei nell’acqua, e l’idea delle vacanze per me è legata al sole, alle spiagge, al Gargano. Le vacanze dei miei anni Sessanta, della mia infanzia le collego al campeggio, su quella costa selvaggia che accoglieva ancora “Amanti perduti” tra il sole cocente e leggende di paese.

La sabbia strepitosa, il campeggio libero, il mare unico. C’erano dei ruscelli che traversavano l’ampia spiaggia e finivano in mare, l’acqua era semipotabile, ghiacciata e lì si tenevano il burro, le bottiglie la frutta. Si cucinava sui fornelli da campo. Una volta fatto il viaggio per raggiungere il Gargano, le spese si riducevano al solo mangiare, che tra l’altro lì costava meno che a Milano. Finalmente mangiavi il pesce.

Era meraviglioso.

C’eravamo, praticamente, solo noi e qualche tedesco come turisti. Mio padre era nato a Vieste e lì avevamo i parenti. I primi anni ci piazzavamo in una spiaggia di fronte alla quale sorgeva un isolotto, spiaggia libera naturalmente. Ci sistemavamo con le tende a semicerchio di fronte al mare. Dal ruscello veniva ricavata una doccia, costruita con lo scolapasta attaccato a un pezzo di legno. Mio papà aveva una piccola barca e alla mattina andava all’isolotto. 

«Dov’è il Matteo?».

«L’è andà a pescà!» è andato a pescare. Tornava dopo due ore con quattro o cinque pesci e dei polpi. Tutti eravamo orgogliosi di lui. «Che bravo il Matteo lui sì che sa pescare». Poi abbiamo scoperto che si era messo d’accordo con un pescatore. Lo aspettava dietro l’isola. Con poche lire comprava il pesce, poi tornava. Era simpatico mio papà.

Alla mattina, non tutte, qualcuno andava a fare la spesa in paese e qualche bambino si accodava. Dietro la spiaggia c’erano le vigne e le coltivazioni di pomodori. Risalivamo il ruscello con il canottino e andavamo a pescare le anguille con la fiocina e se non c’era la fiocina si legava il forchettone della pasta ad una canna di bambù. L’avventura era assicurata. Si risaliva il ruscello fino quasi alla foce. L’acqua era limpida e fresca. Quando la profondità lo permetteva facevamo il bagno. Al tramonto si andava a fare la legna, poi di sera si faceva il fuoco, compravamo le angurie, le sarde, le patate. Si finiva la serata così a parlare a guardare le stelle e la luna che illuminava il mare e ci addormentavamo così. A noi bambini ci sembrava di essere dei cow-boys.

Nonostante noi vivessimo a Milano eravamo molto legati a Vieste, al Gargano, al Sud in generale ed io lo sono ancora. Allora c’erano ancora i miei nonni, i parenti, gli amici, e così appena arrivavamo partivano gli inviti per andare a pranzo da loro. Ovviamente per prima veniva nonna Maria poi c’era la zia Lidia, sorella della nonna e via a scalare. Erano sempre delle grandi mangiate. Si andava la domenica a mezzogiorno! Per forza e per fame.

Non veniva tutta la carovana milanese, ma solo noi tre: mio padre, mia madre e io. Mia nonna era gelosa del fatto che mia zia Lidia cucinasse meglio di lei. Le domeniche erano così. Gli altri bambini in mare a giocare ed io che mi preparavo per andare a pranzo. Dentro di me un sentimento contrastante, da una parte le braciole al sugo, il polpettone i maccheroni, dall’altra i miei amici che giocavano al mare.

La casa di zia Lidia era un grosso monolocale. C’erano un lettone, un lettino dove dormiva sua figlia, il tavolo, una cucina piccola accanto alla quale partiva una scala ripida che andava sul tetto, uno di quei tetti bianchi a mezza cupola, bellissimi, tipici del luogo. La tavolata era composta da noi tre, dalla zia casalinga, da suo marito Leonardo, contadino e da Rosanna una bambina timida con qualche brufolo. Dopo mangiato, e non si trattava mai di pranzo leggero, i grandi andavano a cercare il fresco per dormire. Due palle! Noi
uscivamo sul balcone e guardavamo all’orizzonte il mare con i miei amici che giocavano in spiaggia. «Ma quanto dormiamo qua?». «… Piantala un momento, cinque minuti …». Erano minuti che duravano un secolo. Perché una volta addormentati chi li svegliava più?

Un silenzio… il paese deserto, non c’era televisione, radio, niente! Salivo sul tetto, giocavo a biglie con le olive nere, secche. Andavo a vedere il mulo, ma il tempo non passava mai. Ci facevamo compagnia io e la Rosanna, una bambina di poche parole, in dialetto. Raggiungevamo gli altri al mare che ormai il pomeriggio era andato. Per i bagni nelle ore più calde, i più belli, era tardi, così, gonfio, ma felice cominciavo ad organizzare la cena con i miei amici… un po’ come faccio adesso!

Per fortuna non era sempre domenica. Un mese, il mese di agosto volava.

Il Gargano era fantastico e lo è ancora. Peschici, la costa tra Vieste e Pugnochiuso, le grotte, le Tremiti, i Trabucchi. Il cinema all’aperto, il Pizzomunno, albe e tramonti, i ricordi si mescolano, il tempo è passato ma il Gargano resta… chi può se lo goda e lo conservi nei suoi ricordi.

Cosa dirvi: buone vacanze. Anzi buona lettura. Ora Diego Abatantuono va a dormire.

Abatantuono con una b.


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