Achille Lauro, il vilipendio alla bandiera e la rappresentanza

Valerio Principessa - 20 Marzo 2021

La settimana scorsa è stato presentato alla Procura di Imperia un esposto da parte di un carabiniere in congedo. L’esposto ha un bersaglio molto discusso negli ultimi anni, soprattutto da quando nel 2020 a Sanremo si esibì sul palco dell’Ariston strappandosi i soprabiti e rivelando al conservatore pubblico della kermesse una tutina aderente che rimandava a tempi andati, quelli del glam e del new romantic.

Si parla di Achille Lauro, un cantante veronese cresciuto a Roma e che nella capitale da un decennio abbondante si è fatto strada negli ambienti a metà strada tra il rap di periferia e il post-punk per arrivare alla grande vetrina nazionale. È bello, è cool, è d’avanguardia e proprio per questo commerciale nel XXI secolo: accattivante. Le sue canzoni sono un compendio di stili riciclati abilmente e proposti come qualcosa di postmoderno, come se il postmoderno fosse ancora una novità. Si lascia andare a esibizioni coreografiche che si rifanno a “La libertà che guida il popolo” di Delacroix, dove la bandiera in quel caso aveva il blu al posto del verde, ma che nel Sanremo successivo a quello della consacrazione è proprio quella italiana.

Da ieri all’esposto del carabiniere se ne somma un altro dello stesso tipo da parte di un ex militare. E a questo si aggiunge una denuncia delle guardie del Pantheon. “Vilipendio alla bandiera”, una cosa che riporta ad un percorso umano che si pensava ormai relegato a mondi lontani. Un atto gravissimo in paesi dove il concetto di nazione è qualcosa di sacrale e inviolabile: un giovanissimo turista americano in Corea Del Nord è stato giustiziato a morte per aver tentato di rubare un poster del Supremo Leader; in Thailandia un gruppo di ventenni italiani del nordest in vacanza balneare, evidentemente di quelli abituati a sputare sulla Patria per idee separatiste e quindi poco consapevoli delle usanze in terre lontane, sono stati arrestati e obbligati poi a chiedere scusa per aver strappato bandiere del paese in giro per la località dopo una notte di bevute.

Una cosa di questo tipo non può far altro che dividere in due, seguendo un po’ le tendenze politiche: i più permissivi si concentrano sulla forza etica ed estetica del gesto, ritenendolo possibile, i più intolleranti invocano la gogna e si scandalizzano dei costumi sempre più deteriorati di una società dove “non c’è più Religione”. Quel che è poco ma sicuro è che se i curatori d’immagine, i produttori e Achille Lauro stesso volevano far parlare di sé a ogni costo confidando in un ritorno mediatico ed economico maggiore dell’eventuale multa… beh hanno fatto centro.

D’altronde l’iconoclastia e l’uso sacrilego della bandiera ha origini novecentesche che riportano a simboli e personaggi plasmati nell’immaginario. I The Who ovvero il gruppo riferimento della cultura MOD britannica, quelli che cantarono “We’re Not Gonna Take It” a Woodstock ’69 con Roger Daltrey vestito di bianco, quelli che nel disco pietra miliare del rock classico My Generation dicevano di voler morire prima di invecchiare (“I hope I die before get old”) e invece sono vissuti a lungo peraltro pubblicando appena due anni fa un nuovo disco strepitoso, tra i più belli dell’ultimo periodo (Who, 2019), si fecero immortalare con la bandiera britannica usata a mo’ di coperta. Un decennio più tardi i Sex Pistols, che amavano tantissimo mostrarsi e provocare anche piuttosto gratuitamente, si spinsero ancora più in là: fecero una versione punk di “God Save the Queen”, mettendo il volto della Regina al centro della Jack Union e con le scritte a oscurarne bocca e occhi.

Sia i The Who che i Sex Pistols hanno fatto la storia e hanno avuto un seguito rimasto intatto fino ad oggi, sia che essi siano sopravvissuti fisicamente (i primi) o deceduti (il bassista Sid Vicious). Sono rimasti perché erano rappresentativi. Rappresentativi di una classe sociale giovanissima schiacciata dal grigiore di una società ingessata in un paese estremamente conservatore in cui puoi anche nascere con un quoziente intellettivo e capacità maggiori della Famiglia Reale, ma loro, i Monarchi, saranno sempre lì a Buckingham Palace mentre tu a meno di clamorosi exploit in vita rimarrai un suddito dei tanti: messaggio più classista non potrebbe esserci.

In questo senso la vera domanda che ci si pone è: chi rappresenta veramente Achille Lauro? Cosa c’è dietro quell’immagine pennuta da passerella d’alta moda travestita da musica trasgressiva con l’accompagnamento di canzoni piacevolmente derivative, tanto piene di citazioni (Tarantino, Lynch, De Niro) da risultare quasi ludiche. A rifletterci bene potrebbe rappresentare l’evoluzione di chi quattro decadi fa seguiva Renato Zero, che nel frattempo ha preso le distanze dagli accostamenti con Lauro quasi rabbrividendo. Noi della parte tollerante saremmo ben disposti ad accogliere le provocazioni di bandiere italiane lasciate cadere sul palco a patto però che in ballo ci sia qualcosa. Qualcosa da amare o addirittura per cui lottare.

Perché un uso anche scorretto di un simbolo potrebbe tramutarsi in un arricchimento del simbolo stesso e del valore storico dei gesti.

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La bandiera americana bruciata a Central Park nella manifestazione contro la Guerra del Vietnam nel 1969 è diventata nei decenni un’immagine dolce di una gioventù che forse anche ingenuamente cercava di scalciare le storture del mondo.

E non possiamo che ricordarla con affetto. A Woodstock ’99 il gruppo rock dei Rage Against the Machine appiccarono il fuoco su una bandiera a stelle strisce stesa sul palco. Il ricordo dell’atto ha più a che vedere con gli ardori di una giovinezza che fu, e che vorremmo “sarà” per le prossime generazioni, che ad un atto ostile verso i sentimenti per una nazione d’appartenenza. In questo caso la grandezza di un paese è anche nella sua capacità di generare una controcultura e pensieri utopici quanto vogliamo ma capaci di nobilitare le esistenze. Il motore del mondo (almeno occidentale).

Dunque il punto non è se sia giusto o meno “vilipendere” una bandiera. Non lo è neanche capire se sia lecita una denuncia. Il punto è se tutto questo sia valso a qualcosa, qualcosa che vada oltre le forme. Probabilmente Achille Lauro e i suoi manager risponderebbero di sì…


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