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Achille Pannunzi. Un uomo vivo, di Giovanni Prosperi al Teatro Biblioteca Quarticciolo

Martedì 3 luglio 2012 la presentazione del saggio critico sul popolare poeta di Subiaco
Enzo Luciani - 21 Giugno 2012

Martedì 3 luglio 2012 alle 17,30 il Teatro Biblioteca Quarticciolo presenta il saggio critico di Giovanni Prosperi: Achille Pannunzi. Un uomo vivo. Edizioni Cofine, Roma 2012.

L’editore Vincenzo Luciani presenta la new entry in Cofine Edizioni. Si tratta di un saggio che ridefinisce criticamente la vita e l’opera di Achille Pannunzi, al di fuori degli stereotipi di poeta "comico", come veniva definito non solo da se stesso ma anche dai suoi superficiali estimatori, a svantaggio della sua poetica.
Giovanni Prosperi, autore del saggio, ci mostrerà, la faccia inesplorata di un poeta ed un personaggio, finora pigramente indagato.

La presentazione del libro è preludio del futuro gemellaggio tra la città di Subiaco e il VII Municipio di Roma Capitale. Lo racconteranno il Presidente del VII Municipio, Roberto Mastrantonio e l’Assessore alla Cultura del VII Municipio, Leonardo Galli.

Saranno nostre ospiti: Gioia Pannunzi, figlia del poeta, e la vedova Renata Pannunzi.

Letture a cura del poeta Benedetto Lupi.

Per saperne di più...

GIOVANNI PROSPERI è nato nel 1939 a Subiaco (in provincia di Roma). Si è laureato in Architettura a Roma con Bruno Zevi. È coautore del volume Il Comprensorio Sublacense (Roma 1973) e autore dei volumi Padre Pio, la memoria (1999); Medioevo Aniense. S. Benedetto, i Benedettini e lo sviluppo storico-territoriale dell’area sublacense sino al sorgere dei comuni (2004); Il Sogno dell’Arte, il Novecento Pittorico Sublacense (2005); Un’infanzia a Subiaco (2006); Il culto romantico del paesaggio
sublime. Subiaco nelle stampe d’arte del XVIII, XIX e XX secolo (2007).
Ha pubblicato inoltre sette raccolte di poesie: Maria di Nazareth (1995); Le Stagioni dello Spirito (1996); Le parole di Bernadette (1997); Il Filo d’Erba (1998); Corale dell’Umanità Aniense (1999); Pellegrinaggio al Sacro Speco di San Benedetto
(2000); Edith di Breslavia (2003); Kerygma (2006).

Achille Pannunzi, (1921-2007) è nato e vissuto a Subiaco, condividendo con molti suoi compaesani la sorte di pendolare a Roma. Negli anni ’40-’50 del 1900 fu centravanti in squadre di serie C, segnalandosi per i suoi 288 goal. Molto noto per le sue numerose composizioni in dialetto sublacense, pubblicò nel 1984 a Subiaco Na rattatuglia ’e versi. La raccolta è stata ripubblicata, con l’aggiunta di cinque poesie inedite, dal Comune di Subiaco nel 2007.

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La poesia di Achille Pannunzi,

L’indimenticato poeta-centravanti di Subiaco, pubblicò nel 1984 Na rattattuglia ’e versi, una raccolta di poesie in dialetto sublacense, di cui era un esperto conoscitore, con l’intento di contribuire alla conservazione del patrimonio linguistico dialettale della sua città. Il libro è stato poi ripubblicato, nel 2007 dal comune di Subiaco, con l’aggiunta di cinque poesie inedite.
I suoi versi, afferma nella presentazione Giovanni Prosperi, “incarnano il vissuto di un ‘luogo’, sviscerano in maniera passionale la quotidianità di Subiaco, di questo piccolo centro in cui tutto avviene con sincerità e ipocrisia, con passionalità e ritrosia, con dolcezza e disincanto.” L’ironia (e l’autoironia) pervade a tal punto la sua opera da “rendere i suoi versi potentemente caratterizzanti i personaggi
e il luogo, allontanandoli così dagli angusti confini di una rischiosa ‘cronaca provinciale’.” Ciò contribuisce a far in modo – osserva ancora Prosperi – che svolga un “canto sommesso ed epico, di una Subiaco non più idealizzata, ma accuratamente passata al setaccio di un osservatore vigile, moralmente vigile e però scevro da giudizi o pre-giudizi moralistici.”
Rattattuglia, vocabolo del dialetto locale (derivato dal francese ratatouille), indica confusione, miscuglio, e quindi Pannunzi voleva indicare una quantità e varietà disordinata di argomenti che però nel libro vengono distinti in cinque sezioni.
Nella prima (“Subbiacu ’e n’òta”) egli passa in rassegna la cittadina, delineandone con efficacia luoghi, personaggi, feste e usanze del tempo della sua infanzia.
Nella sezione “Animali”, in cui rivivono con le loro storie, le poesie meglio riuscite sono quelle dedicate agli animali con i quali l’autore ha avuto più consuetudine e a cui esprime la sua solidarietà. Come a quell’asino vecchio, abbandonato, alla mercé di mosche e tafani che non riesce a scacciare a colpi di coda, che, rimasto legato sotto il sole cocente, raglia disperatamente, mandando al suo padrone nu
furione de mortacci.
Nella terza sezione intitolata “’N po’ de tuttu” prevalgono temi e umori vari. Si svaria dal ritratto rabelesiano (in “Alla spiaggia”) di un’iperdotata bagnante ad una denuncia sull’avvelenamento (“Ju ’nquinamento”) dell’Aniene in cui la pena del poeta per il degrado del fiume si stempera nell’immagine buffa della trota che apre la bocca e fa sette bolle di sapone.
Nella quarta sezione intitolata “Campusantu” Pannunzi ritrae, quasi ad esorcizzare la morte, scene sul cimitero di Subiaco e dintorni. La poesia “I manifesti funebri” è incentrata sulle chiacchiere tra amici su chi è morto. Sappiamo, commenta il poeta, che la morte è fetente e che bisogna sempre stare in campana ma quello che stupisce è che ad ùgni morte, écchi, mamma méa, /ugnunu ci arécaccia chélla séa. // Ieri s’ha morto Giggi a quarantanni, / cusì se ne riscine ju Garoppo: / “Chigliu si gli à cercati ’ssi malanni: / fuméa, magnéa, e
beéa troppo.” / Ammece po’quandu murì Richetto / a novant’anni, isse Romoletto:// Tantu à campatu e mo’ vane all’inferno. / Che s’ha gudutu? Me paréa nu jodo; / che ci racconta mò a gliu Padr’Eterno, / se ’n sà strozzatu mancu poco ’e brodo?/ Non s’ha missu n’óccó sotto a gli jénti / e ha lassatu tuttu a gli parenti.” Un delicato lirismo connota le poesie, tutte dal verso breve, della sezione intitolata
“Senza rima”. La poesia “Univérzo” (anch’essa in antologia) che conclude questa sezione rappresenta il dignitoso commiato del poeta
dalla vita terrena per aprirsi all’universo che non gli fa più paura. 


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