

Il suo nome resta indissolubilmente legato a uno dei furti più clamorosi mai avvenuti nella Capitale: quello del luglio 1999 all’interno del Tribunale di Roma
La sua morte, confermata da fonti investigative, chiude simbolicamente un capitolo lungo oltre trent’anni di criminalità romana. Virgili non era un bandito qualunque: era una figura di raccordo, capace di muoversi tra operatività pura e zone d’ombra, dove affari, potere e segreti si intrecciano.
Un uomo che ha attraversato decenni di cronaca nera mantenendo un profilo quasi aristocratico, distante dall’immaginario del criminale tradizionale, ma con una competenza tecnica che gli investigatori non hanno mai sottovalutato.
Il suo nome resta indissolubilmente legato a uno dei furti più clamorosi mai avvenuti nella Capitale: quello del luglio 1999 all’interno del Tribunale di Roma, a Piazzale Clodio.
In quelle ore, un commando riuscì a penetrare nella cittadella giudiziaria utilizzando un furgone dei Carabinieri perfettamente contraffatto. Con lui c’era anche Massimo Carminati, figura centrale della criminalità romana di quegli anni.
Il bottino fu impressionante: 147 cassette di sicurezza svuotate. Ufficialmente si parlò di circa 17 miliardi di lire, ma il vero valore non era economico. Dentro quelle cassette, secondo gli investigatori, c’erano documenti sensibili, dossier, materiali potenzialmente compromettenti: un archivio sommerso capace di raccontare relazioni indicibili tra criminalità e potere.
Virgili, in quell’operazione, aveva un ruolo chiave. Era l’uomo incaricato di aprire le cassette, le cosiddette “vedove” nel gergo del settore.
Un lavoro eseguito con una precisione quasi chirurgica, tanto da sorprendere gli stessi inquirenti per la rapidità e la pulizia dell’intervento.
Chi lo ha conosciuto lo descrive come una figura fuori dagli schemi. Elegante, misurato, quasi d’altri tempi. Sempre in giacca e cravatta, lontano dall’ostentazione rumorosa di altri ambienti criminali, ma profondamente legato a un’estetica personale precisa.
Amava le auto di lusso – le sue Bentley erano diventate un segno distintivo – e coltivava un approccio quasi anacronistico alla comunicazione.
Niente telefoni cellulari, niente tecnologia. Solo cabine telefoniche, utilizzate con metodo e discrezione. Una scelta che per anni ha complicato il lavoro di chi cercava di intercettarlo o seguirne gli spostamenti.
Negli anni Duemila provò a cambiare rotta. All’EUR avviò un’attività imprenditoriale con la Union Park, società impegnata nella gestione dei parcheggi a pagamento. Un tentativo di entrare in una dimensione più “legale”, che però si scontrò presto con indagini e tensioni.
Un episodio simbolico fu l’incendio della sua Bentley, un gesto interpretato come un avvertimento chiaro, maturato in un contesto tutt’altro che pacificato.
Nonostante l’età, lo spirito del rapinatore non si era mai spento. Nel 2012 il suo nome riemerse in un’inchiesta legata a un tentativo di assalto al Banco di Napoli di Foggia: un colpo da 15 milioni di euro che riportò alla luce il suo legame con operazioni ad alto rischio e alto rendimento.
Con la sua scomparsa si chiude una stagione, ma soprattutto rischia di svanire un patrimonio di informazioni mai completamente emerse. Molti dei misteri legati al furto di Piazzale Clodio – e ai contenuti di quelle cassette di sicurezza – potrebbero restare senza risposta.
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