Al Pontificio Collegio Pio Romeno il Convegno “Senso e storia dell’icona. Un’arte, un libro, un appello”

Il valore di un’arte tutta da interpretare
A cura di Federico Carabetta - 24 Giugno 2015

Al Pontificio Collegio Pio Romeno si è tenuto, lo scorso 19 giugno, un incontro sull’icona, sul suo valore teologico, artistico e simbolico. L’iniziativa ha subito ricevuto il compiacimento del Vescovo greco cattolico Virgil Bercea di Oradea in Romania.

Delfina Ducci, organizzatrice dell’evento nonché scrittrice e ricercatrice, docente di lettere e filosofia e specializzata presso l’Università Pontificia Lateranense, ci ha inviato una sintesi degli interventi che pubblichiamo di seguito.

“I relatori hanno approfondito l’aspetto artistico e simbolico dell’icona anche nei suoi contatti e influenze con l’arte profana.

Il rettore del Collegio Padre Gabriel Buboi ha puntualizzato lo stretto rapporto esistente tra Vangelo e icona: l’icona conforme alla parola del Vangelo, l’icona traduce il Mistero ed ha usato la eloquente espressione ‘l’immagine vale mille parole’. Un’immagine a cui anziani e malati si rivolgono per instaurare uno stretto dialogo d’amore con Dio. Oltre le leggi, i concetti, le controversie e le divisioni, la luce dell’icona splende su tutti.

iconaPadre Gemano Marani professore presso il Pontificio Istituto Orientale e la Pontificia Università Gregoriana ha illustrato i rapporti stretti esistenti tra l’Italia e Russia, di cui Roma è stata e rimane espressione della cristianità mondiale e per tale motivo la più ambita come fonte di ispirazione (Gogol’, Brjullòv, Ivanov,Rimma e Leonid Brajlovskie, Gongarova, Gorki, Pasternàk..) . Il legame artistico ha prodotto sviluppi culturali tuttora tangibili nella rigogliosa produzione conservata nei musei, chiese e gallerie.

La presenza dell’artista russo Gregorio Maltzeff nella chiesa bizantino slava di Sant’Antonio all’Esquilino inserita nel complesso del Collegio Russicum e di cui padre Marani ha funzioni di ecclesiarca, esplode in una manifestazione iconografica di grande pregio e di straordinario impatto visivo: iconostasi, icone, arazzi.Il pittore russo, forzatamente emigrato nel nostro Paese, ha lasciato  preziose realizzazioni che sono presenti anche al Pontificio Collegio Pio Romeno con due cappelle dedicate all’Annunciazione e mostrate a conclusione dell’incontro.

L’immagine dell’invisibile non è materia di facile comprensione perché racchiude molte contraddizioni. Citando passi della Bibbia il prof. Roberto Bertacchini ha illustrato alcuni aspetti del valore teologico dell’immagine nella Scrittura. Come biblista ha richiamato l’interesse sulla ricerca del volto di Dio nel Vecchio e nel Nuovo Testamento pur nella consapevolezza della impossibilità di arrivare alla contemplazione visiva della Sua immagine.

Una contraddizione superata dalla intenzionalità dell’uomo, creato a immagine di Dio, di tendere a Lui con il cuore e ‘vederlo’ nella pienezza dell’anima attraverso la preghiera.

La Sposa di Maria Pia

L’attenzione dello psichiatra Michele Bianchi è rivolta al problema che l’icona pone al pensiero e alla cultura dall’interno stesso della liturgia ortodossa anche quando non necessariamente in chiave confessionale. Occorre in altri termini comprendere da un lato che il piano liturgico si presenta essenzialmente come fruizione dell’icona ( percezione,visione, godimento, tocco, bacio..) e non va senza una cristologia che poggia sul mistero e dall’altro la cultura artistica che pone l’icona in chiave non necessariamente confessionale.

L’interpretazione della Croce nucleare di Dalì simbolo non del Cristo sofferente ma pensata dallo stravagante artista come una forza cosmica immersa nell’universo con al centro l’eucarestia, pane dell’umanità, pur non essendo stata creata con intenzionalità liturgica viene a far parte dell’arte sacra contemporanea.

Ha concluso gli interventi la prof.ssa Giovanna Muzj docente alla Pontificia Università Gegoriana e al Pontificio Istituto Orientale affrontando la questione ‘occhio e visione interiore’.

Punto di partenza il mondo antico, citando Plotino che al processo di dispersione e frantumazione dell’universo contrappone quello del ritorno all’Uno. Il ritorno all’Uno attraverso un’ascesa che è insieme conoscitiva e morale. L’elevarsi dell’anima avviene attraverso un processo nel quale occupa un posto importantissimo l’amore della bellezza cui si accede non attraverso una visione sensibile ma attraverso una forma di contemplazione che porta l’uomo al di sopra dei limiti della sensibilità verso l’intelligibile. L’amore di Dio ne cattura la bellezza.

Giovanna Muzj ha illustrato attraverso diapositive come gli artisti del XIX siano tornati alla visione spirituale dell’espressione pittorica: l’ateo Matisse come Kandinskj sono convinti del rapporto strettissimo tra opera d’arte e dimensione spirituale e della necessità interiore di guardare all’arte con l’occhio di un bambino scevro da qualsiasi contaminazione culturale. Dunque l’arte dell’icona al servizio del divino ed anche l’arte profana quando è volta all’interiorità spirituale”

“L’icona – conclude Delfina Ducci – è un’arte che non finisce di meravigliare. E’ un segno del nostro tempo e la sua luce rimane viva ancora oggi. Constatiamo come la bellezza abbandona le chiese contemporanee mentre decorate degli affreschi più belli, le cattedrali e le chiese di ieri si trasformano in musei. Da oggetti di culto le icone si trasformano in oggetti d’arte. Paradossalmente questo cambiamento apre un nuovo avvenire all’arte ecclesiastica. Sviata dalla sua originaria dimensione l’icona si rivolge agli ortodossi come agli eterodossi. Ai figli della chiesa come per quanti sono nati fuori dalla via. Ai pellegrini dell’assoluto, agli artisti dello spirituale, ai poeti del divino imprevisto, alle anime in cerca della vita vivente. Affrescatori, iconografi o miniaturisti celebrano nell’icona la bellezza di un mondo in Cristo. Bellezza divina, canale di grazia, finestra sull’eternità. L’icona è l’immagine di una vita interiore da avere sempre nel cuore”.


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