Ancora una morte in carcere

Un 32enne romano è deceduto a Regina Coeli per cause ancora misteriose
di Laura Fedel - 30 Novembre 2009

Dopo la vicenda di Stefano Cucchi, su cui ancora si cerca di far chiarezza a più di un mese dalla sua morte, un nuovo episodio di cronaca nera scuote il carcere Regina Caeli di Roma. Un 32enne romano, arrestato per droga il 28 giugno scorso, è morto in circostanze ancora da chiarire.

Il ragazzo, Simone La Penna, soffriva da tempo di anoressia nervosa e spesso si era rivolto agli psicologi che lo avevano in cura lamentandosi dell’eccessivo freddo in cui era costretto a vivere, una condizione decisamente inadatta al suo stato di salute. E’ stato trovato morto giovedì mattina nel suo letto. Lo ha reso noto il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni.

Dalle analisi è risultata una carenza di potassio nel sangue. A Regina Coeli era arrivato dal reparto medico per detenuti dell’ospedale “Belcolle” di Viterbo.

In un commento Vittorio Marinelli, responsabile per il Lazio dell’Italia dei Diritti, ha sottolineato: “Questa ennesima triste vicenda contribuisce a tenere accesi i riflettori ancora un po’ su quello che avviene nelle carceri italiane, prima che questi si spengano nuovamente. L’unica novità delle ultime vicende, infatti, è il coraggio di una famiglia, quella di Stefano Cucchi, che ha superato la normale riservatezza e ha divulgato le foto del proprio figlio nelle condizioni che tutti noi abbiamo visto. Non è una novità di oggi il fatto che nelle nostre galere si muoia a tutto spiano, semmai l’aumento del fenomeno è indubbia conseguenza diretta del clima becero e qualunquista della politica che, per strappare facili consensi, sta diffondendo una serie di idee false sullo stato delle prigioni italiane” Il responsabile per il Lazio dell’Italia dei Diritti, movimento presieduto da Antonello De Pierro, si riferisce alla tv a colori e all’aria condizionata considerate esempio di sperpero di denaro in favore dei detenuti.

“Contemporaneamente – continua Marinelli – abbiamo altresì assistito allo smantellamento di quelle già minime strutture che davano un modesto aiuto a coloro che, fino a prova contraria, restano ancora cittadini oltre che esseri umani. È emblematico il caso dell’abbattimento dell’ufficio del Garante dei Diritti dei Detenuti portato avanti dal sindaco Alemanno. Forse questa, tra le tante, la più brutta delle vicende, che tuttavia ha da subito sia un nome che un cognome per identificare il colpevole”.  


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