Antipolitica e i rimborsi viaggi nel Decimo municipio

A proposito delle degenerazioni partitocratiche e dei loro costi eccessivi
di Aldo Pirone - 21 Aprile 2012

Si dice che “Dio acceca colui che vuol perdere”. Sembra che in questi giorni il Padreterno abbia attenzionato soprattutto il leader del PD Bersani il quale ha tuonato contro la cosiddetta “antipolitica”. “Se non la contrastiamo – ha detto – spazza via tutti”. Secondo il nostro candidato alla cecità “abbiamo in giro molti apprendisti stregoni che sollevano un vento cattivo. Se qualcuno pensa di stare al riparo dall’antipolitica si sbaglia alla grande”.

Che dire? Che il segretario di quello che secondo i sondaggi è attualmente il primo partito italiano possa prendersela con i “cattivi maestri” di fronte allo spettacolo poco edificante che in questi anni, mesi, giorni e ore stanno offrendo i partiti, compreso il suo, è cosa tragica.

Intanto per capirci qualcosa di ciò che sta succedendo nell’animo degli italiani il buon Bersani dovrebbe saper distinguere. Non è l’antipolitica ad essere sotto tiro, sono i partiti. E non l’idea astratta dei partiti, ma proprio i partiti concreti che quotidianamente si manifestano attraverso i loro comportamenti disdicevoli. Più correttamente quindi è la categoria della partitocrazia che dovrebbe essere chiamata in causa.

Ma già questo non differenziare la dice lunga su una concezione della politica che o è quella dei partiti o non è. In Italia c’è tanta gente al di fuori dei partiti che fa politica in modo onesto, che è dedita al bene comune, alla difesa dei deboli e dei lavoratori; che s’impegna e lotta per contrastare le ingiustizie e anche le organizzazioni criminali. E’ la società civile progressista. E c’è ancora molta gente che cerca dentro i partiti di fare le stesse cose, ma è sempre più emarginata da un ceto politico arrogante e incompetente.

La conseguenza è la crescita esponenziale della sfiducia, della disillusione e, infine, dell’astensionismo elettorale con rischi evidenti per una democrazia come la nostra già sfibrata da vent’anni di populismo berlusconian-leghista, e non solo, becero e inconsulto.

Il tornado dell’antipartitocrazia è alimentato in primo luogo dai partiti stessi, dai loro comportamenti, dagli scandali che producono a getto continuo. Sono loro i primi foraggiatori di Grillo e dell’”antipolitica”. I costi della partitocrazia sono percepiti come insopportabili perché la gente sente di avere di fronte una casta che ha poco in comune con una decente classe dirigente; il governo Monti, purtroppo, non è nato per caso.

Su questi costi, privilegi, prebende ed emolumenti vari ormai la denuncia su giornali, web, trasmissioni televisive, libri è assai consistente e diffusa e certamente per alcuni di questi mass media editi da grandi potentati economici non è disinteressata, ma animata da un torbido sentimento antidemocratico. L’ultimo scandalo venuto alla ribalta a causa di tesorieri che si appropriano della cassa o la manomettono è la questione dei cosiddetti rimborsi elettorali. Una cifra spropositata che si eroga anche ai partiti defunti, per cifre francamente faraoniche senza seri controlli e avendo aggirato la volontà popolare espressa chiaramente nel referendum che aboliva il finanziamento pubblico del ’94. Una volontà che poteva anche, e con ragione, non piacere perché sbagliata e foriera di una sottomissione della politica alle lobbies economiche; una sottomissione che comunque, malgrado gli abbondanti rimborsi pubblici, poi c’è stata lo stesso.

Ma era una volontà che andava rispettata e non aggirata; cercando di riconquistare con comportamenti virtuosi, etici e politici, la fiducia dei cittadini venuta meno. C’è stato un tempo, e Bersani lo dovrebbe ricordare, che l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti sottoposta a referendum nel 1978 dai soliti radicali di Pannella fu bocciata dagli elettori.

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Ma erano altri partiti quelli, certamente non privi di magagne, ma non ancora diventati pure macchine di potere come denunciò qualche anno dopo il segretario del PCI Enrico Berlinguer. Erano partiti ritenuti utili allo svolgimento, e alla difesa, della vita democratica come prevede la Costituzione repubblicana, non le macchine occupatrici di ogni ganglio dello Stato che oggi ci ritroviamo.

E dovrebbe pure ricordare il leader dei “democrats” che uno dei progenitori del PD tuonava ancora sulla prima pagina de “l’Unità” il 5 novembre del 1986 “Parlamentari, sale la paga. Pci: fermiamola”. Non era Grillo, era il Pci. Qui invece si è passati dalla prima alla seconda Repubblica per fermare la degenerazione partitocratica, ma dopo 20 anni è peggio di prima. I costi della “partitocrazia” sono aumentati a dismisura, senza controlli. Così come privilegi e prebende, senza che nessuno, dico nessuno, abbia detto alcunchè quando questi privilegi e prebende venivano legiferati.

Anche gli stili di vita degli uomini pubblici sono assai peggiorati. E non parlo solo di Berlusconi e compagni/e che sarebbe come sparare sulla Croce rossa. Parlo dei cosiddetti “eredi” o “ragazzi” di Berlinguer oggi nel PD. Leader e leaderini passati dal saio berlingueriano alla più spigliata vita di società: fra barche, viaggi, appartamenti, tenute agricole, chef di classe, fondazioni munifiche; tutte cose più consone alla “terza via” liberaldemocratica che alla sacrificata lotta di classe.

Ultimamente il governo dei “professori” ha tentato di mettere un argine ai costi della politica. Qualcosa è stato fatto, ma molto c’è ancora da fare. Nel campo assai vasto e fecondo degli emolumenti ai rappresentanti istituzionali il Presidente Monti, in un empito savonaroliano, aveva addirittura tentato di privare i consiglieri municipali degli scarsi rimborsi, il gettone di presenza, di cui godono.

Il buon senso e le fondate proteste per l’eccesso punitivo lo hanno fatto ricredere. Ma ci sono aspetti assai più scandalosi dove il professore bocconiano dovrebbe mettere mano.

Parlo dei cosiddetti rimborsi di viaggio. Secondo quanto certifica, per esempio, la commissione municipale di garanzia del X municipio (verbale n. 9 del 26.1.2012) – ma la regola è generale e quindi potrebbe interessare anche altri casi in altri Municipi – alcuni consiglieri con residenza fuori del Comune di Roma hanno goduto in questi ultimi due anni di rimborsi di viaggio assai consistenti.

Il consigliere del PD Marciano, per la residenza a Cassino, ha percepito euro 3.942,70 nel 2010 e e 21.160,92 nel 2011; il consigliere del PDL Antipasqua con residenza senese euro 17.717,57 nel 2010 e 21.160,92 nel 2012; la consigliera Cocciolo del PD con residenza a Ciampino più modestamente euro 817,40 nel 2010 e 836,20 nel 2011. Tutto ciò sulla base di una semplice dichiarazione in quanto, come affermato dal direttore del Municipio Francesco Febbraro, “non si ha l’obbligo di produrre ricevute, titoli di viaggio ecc.”.

La cosa era già andata lo scorso anno sui giornali cittadini. Ma non aveva avuto un seguito positivo. Ovvero l’adozione di una regola moralizzatrice che stabilisse che chi vuol fare il consigliere municipale o comunale debba risiedere nel territorio comunale o nelle immediate adiacenze. Oppure non pretendere rimborsi per i trasferimenti da altri lontani Comuni dovuti all’attività istituzionale.

Tuttavia pur essendo questo tipo di rimborsi del tutto legale rimane anche qui la questione di controlli sulla parola piuttosto evanescenti per non dire scandalosi se consideriamo ciò che viene chiesto dalla Pubblica amministrazione a un cittadino qualunque per avere diritto a qualsiasi prestazione o rimborso. Soprattutto è censurabile un atteggiamento dei partiti che si sono ben guardati dall’intervenire per troncare un costo politico indecente e ingiustificabile, molto utilizzato nei pettegolezzi politici per screditarne i beneficiari che, da parte loro, però, a quanto se ne sa, non hanno sentito il dovere di rinunciare a simili enormità. Solo l’ineffabile consigliere dell’UDC Matturro ha saputo ribellarsi, denunciando, con grave sprezzo del pericolo e anche del ridicolo, che in commissione si stava producendo, udite udite, un “grave svilimento della politica in quanto in realtà si sta effettuando un controllo sull’operato dei colleghi consiglieri”.

Sono queste cose che sollevano “il vento dell’antipolitica” caro Bersani. Prendersela con i fomentatori, che pur ci sono, è come quel tizio che invece di capire le cause della febbre per provvedere sollecitamente ad eliminarle, se la prende con il termometro che quella febbre segnala. Cioè, per dirla alla Crozza-Bersani, si dedica a “smacchiare i leopardi”. 


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