Antonio Di Aiuto, 60 anni di pane buono di una volta

La Venerabile Archiconfraternitas SS. Mariae Lauretanae de Urbe, il Pio Sodalizio dei Fornai, gli ha conferito una significativa, meritata targa
Federico Carabetta - 22 Dicembre 2017

Quando ce l’ha mostrata, la targa ricordo appena ricevuta, Antonio Di Aiuto piangeva senza ritegno. A dedicargliela è stata la Venerabile Archiconfraternitas SS. Mariae Lauretanae de Urbe, il Pio Sodalizio dei Fornai (una realtà sopravvissuta ad epoche passate, custode ancora e memore di valori ormai perduti), in virtù dei tanti anni dedicati a sfornare il buon pane di una volta e dei 60 anni di adesione.

E, come il Pio Sodalizio, così pure Antonio appartiene a una generazione lontana che viveva con una sola consapevolezza, quella del dover dare e generosamente per essere e non, al contrario, pretenziosi del diritto di ricevere a prescindere. La sua era una generazione che traeva forza da certezze, non importa se rivelatesi poi illusorie, e a cui il più piccolo riconoscimento dava significato, forza e valore ad una intera esistenza.

La storia di Antonio Di Aiuto

Tutto inizia da quando il nostro, appena quindicenne, forzando sui pedali di una bicicletta faceva il cascherino, consegnando cioè in giro del buon pane fragrante appena sfornato. Pedalando però anche sognava; sognava e … rubava l’arte: quel pane che trasportava, pensava, un giorno l’avrebbe impastato lui stesso.

“Impara l’arte e mettila da parte” si raccomandava una volta ai ragazzi che volevano intraprendere una qualsiasi attività: ma a quei tempi non era facile apprendere da chi sapeva che un giorno saresti stato la concorrenza. Ma Antonio seppe così bene “rubare” che imparò presto e bene l’arte del fornaio al punto di essere presto assunto non più come cascherino, ma questa volta come ragazzo fornaio. Cominciò quindi ad impastare in un forno di uno dei quartieri più vivi e storici di Roma e nella piazza che a quei tempi era ancora più della città che non del mondo, Piazza di san Giovanni in Laterano infatti risuonava ancora del vociare delle donne che facevano la spesa. Il forno di Antonio era il Fabrizi, divenuto anche lui storico..

Lavorando al forno, il nostro ha visto passare tanta storia: ha visto tempi di benessere, l’ascesa e la grande euforia seguita dagli anni di guerra e poi la rovinosa caduta, con il cibo razionato, lesinato, e il pane era “cuore della casa” e lo si raccoglieva se caduto malauguratamente baciandolo prima di portarlo alla bocca, perché effettivamente era “gioia del focolare, sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema del sacrificio”.
Ha visto il nostro infine i tempi della fame, dell’assalto ai forni con la morte in agguato come nel maggio del’44 a Tiburtino Terzo per la povera Caterina Martinelli madre di 6 figli, la ricorda ancora una lapide.

Quegli anni sono passati, più bui e meno bui. mentre Antonio con orgoglio e con generosa spesa di sé ha continuato nel suo lavoro allo storico forno Fabrizi fino al momento della pensione ed anche un po’ oltre perché è doloroso staccarsi d’improvviso. Ed oggi vive sereno, a Colli Aniene, ricco solo di quel giorno in cui il Pio Sodalizio dei Fornai, nientemeno che una delle corporazioni artigiane romane risalente al sesto secolo ed ai pistores romani, gli ha donato quella targa.

Federico Carabetta

 


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