Attilio Ascarelli, un doveroso ricordo

Nel 75° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine
Luca Marchetti - 26 Marzo 2019

Lunedì 25 marzo 2019 è stato solennemente celebrato, alla presenza del Capo dello Stato e di una grande folla di persone comuni, Autorità e studenti, il 75° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, compiuto dai nazisti guidati da Kappler il 24 marzo del 1944. Oggi, con questo articolo, vogliamo ricordare colui che, grazie ad una straordinaria abnegazione e ad una non comune “pietas” nei confronti delle 335 vittime, permise la loro identificazione e la loro tumulazione in un sacrario che rimane, per chiunque voglia visitarlo, come eterno monito contro la guerra e contro la barbarie nazifascista: il dott. Attilio Ascarelli, anatomopatologo dell’Università di Roma.

Qualche chilometro fuori dalle mura aureliane, sulla Via Ardeatina, in un luogo importantissimo per la Storia delle prime comunità cristiane – qui si trovano infatti le catacombe di San Callisto e la chiesa del Quo Vadis, dove leggenda vuole che Gesù abbia convinto un San Pietro in fuga a tornare indietro verso il martirio – sorgono le Cave Ardeatine, vecchi giacimenti di arenaria (pozzolana), usati per secoli dagli artigiani e ormai abbandonati. La conformazione del posto e la sua posizione isolata sono caratteristiche ideali per quella che sarà ricordata come una delle più odiose stragi naziste durante il periodo dell’occupazione di Roma da parte delle truppe tedesche. Il 24 marzo del 1944 gli uomini di Kappler, per vendicare i 33 soldati del Polizeiregiment “Bozen”, morti per la bomba partigiana di Via Rasella, compiono qui una strage di cui non trapelerà nulla, se non ad atto compiuto.  “L’ordine è già stato eseguito” annunciano i manifesti affissi il giorno seguente l’eccidio, cioè nella mattinata del 25 marzo. I romani per diverso tempo sapranno solo che molti dei loro concittadini, detenuti a Regina Coeli e nel carcere di Via Tasso, sono stati prelevati e uccisi.

Il 4 Giugno 1944, dopo circa cinque mesi, gli Alleati riescono finalmente ad attraversare quei cinquanta chilometri che dividono Anzio da Roma ed entrano in una Capitale abbandonata in fretta e furia dai tedeschi. Albert Kesselring, generale capo delle truppe naziste in Italia, decide di ripiegare verso nord, spostando la linea di resistenza lontano dalla città. La V Armata guidata dal generale americano Mark Clark, che considera la conquista della Capitale una questione personale, è accolta dall’entusiasmo di una cittadinanza stremata da nove mesi di occupazione.

Attirati dall’odore nauseabondo che contamina i quartieri vicini, come la Garbatella, e dai racconti dei pochi testimoni oculari, i primi accorsi sul posto trovano le cave ardeatine bloccate dai detriti. I nazisti, per nascondere il loro crimine, avevano fatto esplodere le entrate, in quella che a tutti gli effetti era diventata un’enorme fossa comune. Gli Angloamericani, di fronte alla gravità della situazione, il 10 giugno, istituiscono una Commissione speciale con il compito di riesumare i cadaveri e mettere in sicurezza il luogo, commissione guidata dal nuovo sindaco dell’Urbe, principe Filippo Doria Pamphili, il vecchio nobile antifascista che aveva impedito a Hitler di visitare il suo palazzo. A guidare il collegio dei medici legali, invece, è chiamato Attilio Ascarelli, il medico amico personale di Pio XII (i due sono stati compagni nella stessa classe al Liceo Visconti) famoso in tutta Roma per la sua grande umanità e professionalità.

All’inizio gli Alleati, nonostante la terribile situazione, non vogliono riesumare i corpi, e preferiscono lasciare che le cave rimangano un’enorme tomba indistinta. Vorrebbero semplicemente costruirci sopra un monumento funebre che ricordi tutte le vittime in modo generico. D’altronde, avevano perso anche loro centinaia di migliaia di uomini in quella guerra, 7.000 solo sulle spiagge di Anzio, ma molte decine di migliaia nella battaglia di Cassino. Ma le famiglie delle vittime, ovviamente, non sono d’accordo. Decine di donne, mogli e madri dei caduti, si portano fino alla sede dell’esercito americano a protestare con il comandante in persona.  Ad aiutare la determinazione di queste famiglie arriva poi proprio l’intervento del dottor Ascarelli. Il dottore convince gli Americani e dichiara che l’identificazione dei corpi non solo si può fare ma procedere è un dovere morale di tutti loro.

Il medico si reca decine di volte sul luogo, studia la situazione, valuta la fattibilità. Il compito quasi impossibile dal punto di vista logistico, insostenibile a livello umano. Lo spettacolo che si manifesta a chi, come lui, ha il coraggio di entrare nelle Fosse in quei giorni, è osceno. Le salme, ammassate una sopra l’altra, formano due enormi cumuli, 3 metri di larghezza e 1,5 di altezza. Il terriccio, la pozzolana e il grasso corporeo rendono i corpi irriconoscibili, il caldo torrido e gli animali hanno fatto il resto. Un tanfo insopportabile invade l’aria. Ascarelli nelle sue memorie descriverà così quello che ha davanti: “Dare un’esatta idea ed una descrizione rappresentativa di come si presentavano questi due carnai umani è cosa che io non so esprimere con adeguate parole: il senso di orrore e di pietà che ne ritraeva il visitatore è superiore ad ogni immaginazione!”.

Nelle operazioni di scavo e esumazione sono coinvolti i Vigili del Fuoco e dipendenti del Cimitero Verano. Dopo aver sgombrato l’entrata dalle macerie e aver istituito il servizio di sorveglianza dei Carabinieri, il 26 luglio 1944 inizia la rimozione della prima salma. I corpi vengono posti sul tavolo medico e benedetti da un sacerdote o da un rabbino. Solo a questo punto Ascarelli e i suoi collaboratori procedono all’autopsia. L’esame è quasi uguale per ogni corpo. I polsi legati dietro la schiena dimostrano che le vittime sono state messe in ginocchio e freddate da uno o due colpi dietro la nuca, sparati a brevissima distanza. I più fortunati sono morti subito, altri, invece, hanno vissuto un’agonia lunga ore.

Questionari speciali sono consegnati alle famiglie per raccogliere i dettagli anatomici, i segni particolari dei congiunti dispersi. Si fa affidamento anche sugli oggetti personali, gli indumenti, le carte e i documenti trovati addosso ai morti. Le salme, disposte in casse di legno, riempiono le Fosse.  Quel luogo maledetto diventa il pellegrinaggio dei parenti che, ogni giorno, percorrono l’Appia con la speranza o la disperazione di dover riconoscere il proprio caro dal polsino di una camicia, da un orologio,  da un rammendo, da un piccolo dettaglio.

Ascarelli vive il suo compito con abnegazione. Per mesi il dottore visita quotidianamente le cave, partecipando in prima persona ad ogni singola operazione, dagli scavi ai colloqui con le famiglie,  in un ruolo che presto tracima dalle sue semplici competenze mediche. Tra gli Alleati interessati a vincere la guerra e le nuove istituzioni romane concentrate sulla ricostruzione della città, Ascarelli è il principale responsabile della gestione delle Fosse Ardeatine. Per i familiari delle vittime e per tutti coloro coinvolti emotivamente nella strage, il medico smette presto di essere l’anatomo-patologo, il burocrate incaricato dall’alto, e diventa un punto di riferimento anche morale. Non è un caso che molti dei parenti lo ricordano come una delle poche persone “istituzionali” capace di capire il loro dolore, di consolarli con un gesto d’affetto.

Nel 1965, per dare testimonianza del suo lavoro e, forse, per esorcizzare tutto l’orrore vissuto in quei giorni, il medico scrive un suo libro di memorie, “Le Fosse Ardeatine” (ripubblicato negli anni ‘80 dall’Anfim, l’associazione dei familiari vittime), dove l’accuratezza scientifica dello scienziato si incrina spesso, lasciando spazio all’incredulità e alla rabbia.

Grazie a lui e ai suoi collaboratori, possiamo ricordare, tra le vittime alle quali è stata ridata l’identità, Orlando Orlandi Posti, un ragazzo di Montesacro che passò il giorno del suo diciottesimo compleanno nelle prigioni di Via Tasso; Aladino Govoni, che si precipitò a Porta san Paolo a combattere i nazisti; Don Pietro Pappagallo, il sacerdote antifascista che, negli attimi prima della morte, riuscì a consolare i suoi compagni; i professori Pilo Albertelli e Gioacchino Gesmundo, che insegnarono ai loro ragazzi i valori della Libertà; i sei membri della famiglia Di Consiglio, dal piccolo Franco al nonno Mosè, il cui ricordo spingerà la loro parente sopravvissuta Giulia Spizzichino ad andare fino in Argentina per esigere l’estradizione di Priebke, il loro carnefice. E ancora il tenore Nicola Stame, il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, lo studente Romualdo Chiesa, il pittore Gaetano Butera e tanti altri. 335 corpi e 326 storie. Per 9 di loro, invece, fino ad oggi, non è stato possibile l’identificazione, rimangono ignoti.

 

 Luca Marchetti


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti