Battiato: Apritisesamo a Roma chiude i battenti

Il tour del cantautore siciliano fa tappa nella capitale per un tour sold-out di belle novità e splendidi amarcord. L’appuntamento del 23 febbraio ha chiuso la parentesi romana
di Eleonora Cianfrini - 24 Febbraio 2013

Si è conclusa la 4 giorni capitolina di Apritisesamo Tour. Il maestro Franco Battiato, seduto al centro del palco dell’Auditorium Conciliazione ha regalato a una platea di fan tutta la poesia e la musica di oltre trenta anni di sperimentazioni. Nato dall’ultimo album di inediti del cantautore siciliano uscito il 23 ottobre 2012, il tour ripercorre tutte le tappe salienti della carriera, (o forse lui preferirebbe si dicesse della crescita interiore) di un artista che negli anni ha piegato le parole alla sua ricerca spirituale e le ha fatte opere d’arte. Dopo i pezzi più recenti come Testamento, Passacaglia, e Caliti Junku si arriva al cuore del concerto.

In mezzo a una piccola sopraelevata di luci psichedeliche, lui, seduto su una cassa probabilmente coperta da uno degli arazzi della sua Sicilia, ha indossato i panni del maestro che prova ancora una volta a insegnare al suo pubblico “com’è difficile trovare l’alba in mezzo all’imbrunire”. “I ricordi lontanissimi affiorano, come se fosse ieri” mentre sul maxi schermo alle spalle degli orchestrali scorrono le immagini del giovane Battiato negli storici videoclip delle sue canzoni. Lui, che in Nomadi è un camminatore che “va cercando la pace al crepuscolo”, riesce a creare momenti di mistica commozione anche negli animi più razionali. Lo sguardo si distoglie per un attimo da quelle note che esplodono dentro la sala, e inizia a posarsi sulle persone che stanno condividendo, più o meno consapevoli, quella “dimensione insondabile” di desideri che “non invecchiano quasi mai con l’età”. Appunto. Intorno a me gente davvero di ogni età, in coppia, in gruppo, da soli, adulti, quasi adulti e un po’ più che adulti, bambini portati ad ascoltare qualcosa che immagino incomprensibile alle menti troppo giovani. Come lo era per me quando piccola vedevo quest’uomo strano che si muoveva in maniera strana, diceva cose strane e vestiva in modo strano, ed era così diverso da tutto il resto. A fianco a me, da una parte, c’è chi ha chiamato l’I-pod con il suo nome: Franco. Dall’altra, una coppia che sbaglia il momento dell’uscita perdendo l’ultima scatenata mezz’ora di concerto. Ma è solo una breve panoramica perché poi il giovane 67enne tra una battuta e una risata, a tradimento mette in fila tre dei pezzi più emotivi del suo repertorio: La stagione dell’amore a cui segue La Cura che anticipa a sua volta E ti vengo a cercare. E il silenzio in sala si fa tanto più denso quanto gli applausi si fanno, se possibile, ancora più concitati. Quell’uomo magro là in mezzo sa bene quali note suonare e quali corde toccare. E allora cambia completamente registro, di nuovo, e inizia la scaletta del suo periodo più colorato, del progressive rock e della musica elettronica.

Sulle prime note di Bandiera Bianca qualcuno timidamente inizia a muoversi sulla poltroncina rossa, c’è movimento cauto ma poi il suo giovane e talentuoso chitarrista (Davide Ferrario) accenna le prime note di Up Patriot to Arms, ed è in quel momento che si rompe ogni indugio, definitivamente, la gente scende dalle file superiori e lo spazio antistante il palco e tutti gli spazi tra le poltrone della prima platea si riempiono di una fitta folla di braccia alzate. Noi, dal nostro splendido posto, riusciamo a scorgere tutto mentre cantiamo a squarciagola L’Era del Cinghiale Bianco e Voglio Vederti Danzare, in piedi come “le zingare nel deserto”.

Giusto il tempo di firmare un autografo per una mamma che lo vuole donare alla sua bambina e il Maestro, che sembra ringiovanito di vent’anni in paio d’ore, torna di nuovo a sedere e racconta dei suoi incontri importanti con “quello lì, quello dei Velvet Underground, come si chiama… Lou Reed!”, del suo periodo di avanguardia più spinto, delle sue cover. Poi si mette alla pianola, attacca Aria di Rivoluzone e allora sembra di essere finiti improvvisamente nel bel mezzo di un concerto acid punk, con una coreografia di triangoli che si compongono in rapida successione ipnotica uno dentro l’altro come matrioske russe.

Inneres Auge del 2009 arriva dopo una breve dissertazione sui nostri tempi. Dice il testo “uno dice che male c’è ad organizzare feste private con belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato? E perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei ricoglioniti?”. Poco politicamente corretto forse, ma non è che si può far finta di non sapere che da qualche mese Battiato è pure Assessore alla Cultura, pardon, Assessore alle meccaniche celesti dice lui. E poi non è finita, siamo sicuri che non ci lascerebbe mai senza il suo cavallo di battaglia, quel pezzo che ancora oggi unisce generazioni e fa così bene all’umore. “Cuccurucucu Paloma, ahia-iaia-iai cantava…” E lui canta, e tutti cantiamo dentro la sala rossa e austera del Conciliazione. E finisce così.

“Che cosa resterà di me, del mio transito terrestre”, si chiedeva. Te lo diciamo noi: tutte cose belle, Maestro! 


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