Camillo Tarquini, personaggio dal multiforme ingegno del Pigneto

Pittore metafisico e paesaggistico, restauratore, poeta dialettale e attore
Aldo Zaino - 27 Dicembre 2017

Ho avuto il piacere di conoscere Camillo Tarquini durante la mostra allestita nella Parrocchia di San Leone Magno in occasione della festa patronale di novembre.

Nella collettiva con altri artisti il pittore aveva esposto, con grande apprezzamento del pubblico, due sue opere metafisiche del periodo blu in cui l’artista non imita, ma esprime tutto il frutto del suo ingegno creativo, reinterpretando la realtà.

Durante l’incontro, l’artista mi ha riferito che i due quadri, suoi ultimi dipinti,  risalgono all’anno 2000, e sono stati realizzati prima che egli perdesse completamente la vista. Alla vigilia del Natale, sono andato a trovare Camillo per ammirare altre sue opere.

Ad accogliermi all’ingresso di casa al Pigneto, la signora Bianca e Camillo il quale mi aspettava con il braccio teso. Ho stretto la sua mano e sono rimasto di nuovo attratto dal suo viso sereno ed espressivo.

Per oltre un’ora Camillo, con molto garbo, mi ha raccontato episodi della sua lunga vita, dell’infanzia, del matrimonio con Bianca, del lavoro, della pittura, dell’invalidità. Racconti scolpiti nella sua mente, selezionati con ordine e che mi hanno affascinato.

Da ragazzo all’artista piaceva disegnare i paesaggi. All’epoca utilizzava i gessetti e l’asfalto delle strade costituiva la sua tela, suoi modelli erano alberi, montagne e scorci dei borghi di Rocca Di Botte, paese di suo nonno e punto di riferimento nel periodo delle vacanze. Da grandicello adoperava la vernice che il nonno aveva in garage per dipingere le facciate delle case, proprio come avviene con le tante opere della street art oggi su tanti palazzi di Roma.

“Il maestro delle scuole elementari – racconta Camillo – si era accorto delle mie predisposizioni e suggerì a mio padre di farmi frequentare una scuola per perfezionarmi, un consiglio inascoltato, anche per motivi economici. Così, una volta presa la licenza elementare, sono andato a lavorare da un fabbro, ma senza abbandonare la passione della pittura, alla quale si era aggiunta quella della lettura, per colmare il vuoto dell’abbandono della scuola.
La mia formazione artistica e culturale è avvenuta tramite le migliaia di libri studiati con passione”. Con orgoglio Camillo aggiunge di aver lavorato per anni nella ditta Pischiutta, nella quale fu assunto come manovale e ne uscì, da pensionato come direttore alle vendite.

“Dopo il matrimonio con Bianca – ricorda Camillo – le ferie le trascorrevo a Montefegatese, e in questo piccolo paese della provincia di Lucca, grazie al parroco e al Sindaco che mi fu offerta l’opportunità di restaurare le pitture della chiesa locale: un’occasione preziosa per perfezionare la mia arte e scoprire altre mie attitudini, oltre che di ritrattista, di attore di teatro e di poeta”.

“A causa della mia infermità – mi confida l’artista –  mi dispiace solo di non essere più in grado di dipingere e devi sapere che ho molta fede, sono convinto che Dio mi ha messo alla prova, una prova, che ho accettato con rassegnazione”.

Gli ho chiesto: Camillo come trascorri le giornate?

La sua risposta: il mio maggiore pensiero e quello rivolto a Dio, il quale mi assiste nel rendermi autonomo e libero, di muovermi in casa, e poi ascolto la radio, e opere liriche in CD.

Dopo aver salutato i due simpatici padroni di casa e augurato loro un sereno Natale, mentre ero in ascensore ho pensato: certe persone, nonostante i tanti problemi personali, sono capaci di darti serenità, con una semplicità disarmante.

Una vita intensa, lunga quasi 90 anni, quella di Camillo Tarquini, nato a Roma nel 1928 e residente nel nostro V municipio.


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