C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria…

Ettore Visibelli - 21 Ottobre 2017

Non è infrequente che in momenti di scoramento ricorra alla rivisitazione delle canzoni del Gaber politico per ritrovare un messaggio che aiuti a capire, ad accettare, a sperare in una soluzione che al presente non vedo. Qualche volta, in tutta onestà, non la scorge neppure lui, forte di una obiettiva coscienza di sinistra, ma almeno indica un rifugio esistenziale dove rintanarci per ritrovare la voglia e la ragione di vivere.

Ecco, quello che attraversiamo attualmente è uno di quei momenti nei quali vorrei individuare la via d’uscita da una situazione stagnante, asfittica, opprimente, andata via, via crescendo con l’avvenuta scomparsa della contrapposizione tra due blocchi, con l’avvento della globalizzazione, una sorta di robinhoodismo al contrario, per togliere ai poveri quello che ha finora garantito ai ricchi. Una situazione andata crescendo, prima col sogno di un’unione europea, una mitica Atlantide, ahimè fondata su di un fasullo ideale di aggregazione, nelle intenzioni sincero e condiviso, mentre più insistente si è andato facendo strada, nella realtà, il distacco di spezzoni etnici, nazionali, trattenuti da un collante sintetico non più sufficientemente adesivo per tenere attaccate volontà indipendentiste e nazionaliste, stanche di essere da troppi anni aggregate forzosamente a unioni territoriali granitiche soltanto in apparenza, di fatto frantumabili con un semplice soffio del primo Ezechiele Lupo di turno.

In aggiunta a tutto ciò, oggi siamo esposti anche a spifferi di guerra, là dove per settanta anni, se è vero che sulla terra non si sono mai spenti focolai di scontri armati, è altrettanto vero che mai come dopo l’attacco alle torri gemelle, sia andato crescendo il timore di un conflitto intercontinentale, per non volerlo chiamare terza guerra mondiale, a riconferma – ove si verificasse – dell’inguaribile stupidità del genere umano. E per favore, evitiamo di credere che la tensione esistente oggi nel mondo sia attribuibile a scontri ideologici di religione, da sempre un paravento per nascondere interessi puramente e banalmente economici, improntati all’egoismo umano, purtroppo bagaglio ineludibile e costituente l’indole di chi dovrebbe essere preposto a governare.

Da noi, in un orizzonte meschino e ristretto, si discute su affermazioni politiche di bassa lega, in quanto contenute nel contesto di una politica sempre più evanescente che delude il popolo dei votanti, non più disposti ad essere utilizzati come il mezzo per soddisfare la crescente tendenza di chi punta soltanto a vincere, nel convincimento che “cumannari è megghiu di futtiri”.

In una vera democrazia, la legge elettorale dovrebbe tendere al massimo della chiarezza ed essere partorita per aiutare l’elettore nel comprendere quanto sia utile il suo gesto nell’imbucare una scheda nell’urna.

Al contrario, quando il meccanismo che regola la gara elettorale è così astruso da essere di difficile comprensione anche per coloro che l’hanno predisposto, diventa un’impresa ardua convincere l’elettorato ad assolvere col voto il compito di arbitro giudice che decreta il vincitore, in quanto non gli è chiaro che senso abbia apporre una croce sulla scheda elettorale, nell’impossibilità di comprendere quale sia il gioco stesso della contesa. E allora…

Lasciateci il gusto dell’assenza,
lasciatemi da solo con la mia esistenza
che se mi raccontate la mia vita di ogni giorno
finisce che non credo neanche a ciò che ho intorno.  
(di Gaber e Luporini – 1993)

Ettore Visibelli


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