C’era una volta il Festival di Sanremo

Ettore Visibelli   - 10 Febbraio 2020

Anche quest’anno, il Festival si è concluso in gloria. Oggi, l’eco continua a disperdersi stancamente, come l’onda morta frange sullo scoglio al calare del vento che ha provocato la mareggiata.

Non posso affermare di aver seguito tutti i Festival ab urbe condita, però ne ho seguito parecchi, per gli aspetti durante e le conseguenze a seguire. In fondo è un evento che, nel suo insieme, funge soprattutto da indice del costume nazionale.

I primi sono stati forse i più attraenti perché lasciavano spazio all’immaginazione e alla fantasia, sulle onde in viaggio nell’etere che diffondevano la voce del presentatore – all’epoca Nunzio Filogamo – e  quelle appassionate dei cantanti, intrise di retorica patriottarda post bellica. Il Cari amici vicini e lontani, per ammissione dello stesso Filogamo, nacque a seguito di una reprimenda, che il presentatore rivolse al pubblico nella sala delle Feste del Casinò di Sanremo, dove furono tenuti i primi Festival della Canzone Italiana, col pubblico seduto ai tavoli apparecchiati per la cena, disposti a semicerchio intorno al palco. All’inizio della serata, durante il benvenuto radiofonico, Nunzio Filogamo si accorse che ai tavoli più distanti, il pubblico non prestava la dovuta attenzione all’ascolto. Per questo il “cari amici vicini” fu indirizzato ai tavoli più prossimi e, con tono di garbato rimprovero, anche a quelli “lontani”, per soffocarne il brusio, richiamandoli all’ascolto. Per i cronisti presenti, l’appello, non del tutto affettuoso, fu benignamente inteso, indirizzato ai presenti in sala, così come agli ascoltatori lontani, che ricevevano, attraverso la radio, in diretta la serata a chilometri di distanza.

Era il 1951 e Nilla Pizzi fece il pieno; vinse con Grazie dei fiori e si guadagnò il secondo posto con La luna si veste d’argento, replicata in gara anche da Achille Togliani.

I primi sette anni della competizione, videro la solita dozzina di cantanti alternarsi al microfono, dal Salone delle Feste del Casinò, dove – dal ’54 – era entrata anche la televisione, con brani patriottici o amorosamente melensi; a carattere materno o intrisi di banali aspetti sociali. Rispetto a oggi, lo potremmo definire un Festival proletario. Canzoni melodiche che, tuttavia, incantavano un pubblico formatosi all’insegna della retorica – per un ventennio alle spalle non del tutto tramontato – e non ancora pronto al risveglio, allorché nel ’58, Modugno e il suo Volare entusiasmarono a sorpresa i più giovani, e non solo, con una ritmica nuova e uno stile canoro, finalmente svincolato dalla consuetudine lacrimevole, non più sopportabile. Soltanto l’anno avanti aveva trionfato Claudio Villa con Corde della mia chitarra: beati i giovani d’oggi che si sono persi un simile capolavoro canoro.

Con Domenico Modugno si può affermare che il Festival abbia iniziato una nuova vita, anche se non sempre fortunata, con il succedersi di conduttori e impresari della canzone costantemente a caccia, ogni anno, del rinnovamento, supportati dalla televisione, capace di entusiasmare un pubblico in crescita, numeroso e internazionale. Per onestà, è doveroso sottolineare che, nel corso degli anni, alcuni talenti musicali di razza sono emersi dalla massa di mezze figure, nazionali e straniere, principalmente in cerca di notorietà o di un lauto ingaggio.

Infine l’avvento della TV a colori, anno dopo anno, ha trasformato l’evento canoro più atteso, in un palco – che oserei definire oscenico – dove l’apparire, il trucco, il look hanno, con elegante leggerezza, soppiantato la canzone, ridotta troppo spesso a creare scandalo, stuzzicando volutamente aspetti estetici o comportamentali, tali da suscitare polemiche nella morale corrente, fornendo alimento al gossip e alla stampa scandalistica. Il messaggio è: Parlate del Festival, bene o male non ha importanza, ma parlatene!.

Da ultimo, non me ne vogliano gli appassionati del rap, ma personalmente lo trovo un comodo espediente per blaterare una protesta, nella maggior parte dei casi, biascicando invettive su base ritmica uniforme e asfissiante, a discapito di una benché minima armonia musicale. Lo indico anche come attenuante del progressivo disinteresse che alcuni, come me – molti, pochi? Non saprei – hanno mostrato nei confronti di una manifestazione che lascia poco spazio alla canzone d’autore.

Nonostante tutto, il Festival continua a vantare un indice di ascolto elevato. Da record. Segno che stimola in ogni caso, se non il gradimento, almeno l’interesse dello spettatore.

Perciò, se è ancora vivo e in buona salute: viva il Festival della Canzone Italiana e viva la sua Patria di origine, Sanremo.

 

Ettore Visibelli  


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