C’era una volta la scuola

Rivolte tra i banchi di scuola per non rientrare
Alice Sola - 23 Gennaio 2021

La scuola, l’istruzione, l’educazione sono il pilastro di una società. Della maggior parte di queste, almeno. Eppure, l’Italia dall’inizio di questa pandemia ha deciso, senza consultare i diretti interessati, di lasciare a casa il futuro, di chiudere le scuole. Ai giovani si è imposto di stare a casa, si è dato per scontato che loro dovessero in qualche modo “fermarsi”.

A marzo 2020 ci sembrava l’unica soluzione, ma oggi è così? Tutta Europa continua ad aprire i cancelli delle scuole, tranne noi. E ora che finalmente si era deciso per la riapertura, i ragazzi e i professori si tirano indietro.

La scuola ad oggi è uno dei luoghi più sicuri, con tutte le precauzioni, con la didattica al 50%, un luogo dove è possibile anche tracciare il contagio. Ci si è lamentati dello stare a casa, di lasciare a casa tutta quella parte di popolazione che più di altre aveva ed ha necessità di socializzare, quella parte di popolazione che ha anche meno probabilità di avere grossi rischi per la salute.

La dispersione scolastica dilaga soprattutto nel centro-sud Italia, ma i ragazzi pensano bene di fare i “picchetti” fuori scuola, di scioperare, di occupare. Non va bene l’orario scansionato, non va bene la DAD, non va bene la presenza al 50%. Non va bene stare a casa, non va bene stare a scuola. Ma quali sono le proposte?

La scuola chiusa con le lezioni online non era sufficiente ed ora non è sufficiente tornare in classe. Ce la prendiamo con la scuola, con le presidi e i dirigenti nonostante in loro potere ci sia ben poco da fare perché l’unico vero problema sono i trasporti pubblici che soprattutto in una città come la nostra, Roma, sono ingestibili. C’era sicuramente molto da fare tra Ministero dell’Istruzione e quello dei Trasporti e poi tra Comune di Roma e Atac per permettere la sicurezza anche fuori dalle mura scolastiche ma non ci si è fatti trovare pronti: sono passati mesi e non si è giunti a una conclusione.

Quindi il quesito è: il vero problema è la scuola? Ora che c’è la possibilità di tornare a fare ricreazione, a sperare che il professore non chiami proprio te alla lavagna, che la campanella ti salvi, ci si rinuncia. E quei “bravi ragazzi” che decidono di non varcare il cancello perché “vogliono tornare in sicurezza”, sono gli stessi che senza mascherine passano il pomeriggio nel giardinetto sotto casa, che occupano scuola, che fanno assembramenti nella metro, e schiamazzano fino a notte fonda (basterebbero più controlli per limitare tutto ciò).

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Cerchiamo di capire davvero l’origine del problema e non nascondiamoci dietro futili problemi sollevati per non rientrare, anche perché sappiamo tutti quanto può essere bello fare lezione a casa, al calduccio, col latte caldo e mamma che ci prepara il pranzo ma ci sono ragazzi che hanno necessità di tornare a sedersi su quelle sedie sgangherate per non perdere il loro futuro, ci sono ragazze che fanno i salti mortali per conciliare scuola e sport agonistico (con tutto il cambiamento degli orari), ci sono genitori che hanno la necessità di salvare i loro figli dalla depressione da Covid.

Tornare in classe è un diritto e un dovere. Possibile che non lo si capisca?


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