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Cosa avremmo detto o fatto nel 1921?

Riflessioni su “Avevo solo le mie tasche” di Alberto Paolini, un libro da leggere
Attilio Migliorato - 20 Ottobre 2021

Tor Tre Teste. Un gruppo di bambini a cui dicevo: dovete essere tranquilli, non dovete avere timori o problemi, di qualsiasi cosa avete bisogno qui c’è chi vi supporterà. Un bimbo di 5 o 6 anni mi ha risposto: io un pensiero ce l’ho ed è la morte. Gli ho risposto che non ci doveva pensare alla sua piccola età; lui ha replicato raccontandomi che al mare aveva visto una bambina con un braccino “fino”  e senza la manina. Ho spiegato, con difficoltà, a tutti i bambini presenti, che i bambini sono tutti uguali e bisogna voler bene a tutti, anzi ai bambini che hanno delle difficoltà il voler bene deve essere doppio.
Ho raccontato che domenica prossima andrò a fare una gara di atletica con dei bambini o ragazzi alla “Run for Autism”, non per arrivare primo o ultimo ma per correre assieme a loro, perché importante per me.
Ho ritenuto di non dare ulteriori “spiegazioni” a bambini cosi’ piccoli  e… siamo ritornati a giocare al calcio.

Guardando i bambini nel percorso dell’attività motoria, le loro risate, i loro scherzetti, le loro distrazioni, le loro esuberanze, le loro timidezze , i loro movimenti, ho pensato: che fortuna che siamo al 2021, in una società certamente con molte problematiche ma evoluta.
In un editoriale Alessandro D’Avenia scrive: “è stato calcolato che un solo incoraggiamento modifica un errore commesso più di 89 rimproveri. Lo sguardo sorridente e una mano sulla spalla restano i più potenti generatori di intelligenza” e scrive ancora: “il cervello dà energia e informazioni a tutto il sistema nervoso, in modo che il corpo agisca. Le informazioni viaggiano in tre modi: fuori – dentro (la lezione, lo studente ascolta l’insegnante: assimila), dentro – fuori (lo studente ripete, dice ciò che sa all’insegnante). Lo sviluppo del cervello non sta in queste due modalità  passive (assimilare/ripetere), ma in una terza attiva, dentro – dentro: lo studente afferra ciò che l’altro sa e lo collega a ciò che lui è, cioè seleziona ciò di cui ha bisogno per generare vita nuova e duratura, come le radici traggono dalla terra solo quel che serve per svilupparsi. L’intelligenza cresce quando faccio mio il sapere, trasformandolo e rinnovandolo”.

Scusate la lunga citazione, ma mi serviva per tornare indietro di 100 anni. Cioè quattro generazioni circa?

Chi ha letto la storia dei 42 anni di ricovero al S. Maria della Pietà di Alberto Paolini, 82 anni, che lui stesso descrive nel suo libro di memorie “Avevo solo le mie tasche”.
Leggetelo se non l’avete ancora fatto.

Vi trasferisco il mio pensiero, con degli accenni storici: 100 anni fa, tanti bambini non hanno mai giocato! Per loro c’era il reparto pediatrico del Manicomio della Provincia di Roma del S. Maria della Pietà.
Legge Giolitti del 1904, sintetizzo: ricovero nei manicomi degli alienati di mente, senza  limiti di età. Quindi anche bambini orfani non nutriti, non educati, non custoditi, non corretti, non puniti e non curati. Passaggio brefotrofio – manicomio. Bambino con ipotetico o reale deficit mentale? Manicomio, era questo il suggerimento.
Nel 1920 i  bambini con sindrome di Down? Ricovero in manicomio per  ottenere o meno la guarigione. Non rimanevano in famiglia per non arrecare danno ai fratelli sani  per un teorico pericolo di un certo contagio psichico.
Oppure la famiglia li “nascondeva” in casa.
Bambini gestiti da infermieri per adulti. Il padiglione XIII di S. Maria della Pietà era destinato ai bambini “recuperabili”, il padiglione XIX ai  bambini “non recuperabili” .

Nel 1933 viene inaugurato il padiglione 90 dove verranno trasferiti i bambini “tranquilli”.
I ragazzi una volta compiuti i 13 o 15 anni venivano inseriti nei reparti degli adulti e seguivano  la loro sorte, sottoposti ad un isolamento e anche a terapie sperimentali.

La nostra è certamente una società con molte problematiche ma evoluta, la critichiamo tanto, ma cosa avremmo detto o fatto nel 1921?


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