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Cos’è il merito a scuola?

Ecco quello che gli insegnanti e gli studenti vorrebbero che fosse riconosciuto, promosso, reso visibile, ampliato e diffuso
di Simonetta Salacone, già Dirigente scolastica della Scuola”Iqbal Masih si Roma” - 8 Giugno 2012

Per fortuna, questa volta, la reazione al pacchetto di proposte sul Merito del ministro Profumo è stata tempestiva e molto ben articolata nelle argomentazioni e, soprattutto, è parsa provenire da molteplici e diverse direzioni: dal mondo della pedagogia e della didattica, dal mondo della politica, dalle Organizzzioni sindacali.

Della proposta portata al Consiglio dei Ministri il 7 giugno 2012 sono state criticate la forma, il decreto legge, che impedisce l’apertura di un ampio e serio dibattito nel Paese e in Parlamento, il contenuto e l’ideologia di sfondo, quella di una scuola e di un’università condizionate dalla competizione e dal mercato del lavoro e, soprattutto per la scuola, divergenti dalle finalità di inclusione e di promozione della cultura della cittadinanza previste dalla Costituzione, la povertà delle risorse messe in campo, a fronte dei feroci tagli operati dal Governo Berlusconi, che tanto male hanno arrecato e stanno continuando ad arrecare alla scuola della Repubblica, la scuola di tutti.

Vorrei aggiungere un punto di vista squisitamente professionale, da docente, poiché si ha l’impressione che chi amministra la scuola in realtà ne conosca molto poco la realtà e i meccanismi di funzionamento.

“Merito” non è una parola di destra. Ogni docente competente sa che deve riuscire a far emergere e a valorizzare in ogni alunno il meglio delle proprie attitudini e capacità, a partire dal bagaglio di esperienze che ciascuno ha fatto e continua a fare all’esterno della scuola.

Ed è qui che si gioca la differenza fra i diversi soggetti, che non deve essere né appiattita, né negata, ma che non deve alimentare le disuguaglianze dei destini futuri della vita lavorativa e dell’inclusione sociale.

Ma è anche qui, purtroppo, che si gioca l’incapacità della scuola di vincere sulle condizioni sfavorevoli di partenza di molti alunni, così che la scuola stessa, anziché diventare un fattore di promozione per tutti, rischia di diventare strumento di ratifica delle disuguaglianze e dei destini, già tracciati dei soggetti più sfavoriti. Povertà economiche e culturali delle famiglie e delle realtà sociali da cui si proviene, limiti oggettivi del patrimonio linguistico e delle esperienze extrascolastiche, angustia di spazi fisici in cui si è costretti a vivere …tutti questi fattori, fortemente condizionanti del successo scolastico di ciascun alunno devono essere affrontati in modo molto precoce, perché non si consolidino e non divengano limiti irreversibili al libero sviluppo delle potenzialità di ciascuno.

Per questo sono fondamentali gli investimenti nei nidi, nella scuola dell’infanzia, nei percorsi di sostegno alla genitorialità, nella prevenzione sanitaria e nell’educazione alla salute, così come sono centrali le politiche di sostegno economico alle famiglie che vivono precarietà lavorativa e disagio economico, situazioni di cui i bambini e gli adolescenti diventano termometri sensibilissimi e di cui portano a scuola sofferenze e incertezze che spesso si traducono in disattenzione, fughe dall’impegno scolastico, talvolta in rabbia e antagonismo controproducente verso le istituzioni tutte.

Diventa essenziale investire di più nel diritto allo studio, nell’edilizia scolastica, nelle aule attrezzate, nei laboratori, nei sussidi didattici, negli spazi esterni alle scuole. Vivere in ambienti gradevoli, attrezzati ed esteticamente curati è fondamentale per chi, a casa, non ha spazi propri di vita, perché magari condivide 60 mq con genitori, fratelli, spesso anche nonni. (Ricordo ancora con fastidio un’assistente sociale, la quale durante un GLH per un bambino con disabilità, insisteva nel pretendere che quell’alunno non dormisse con la nonna e avesse i suoi spazi per fare i compiti in silenzio, senza rendersi conto che quel nucleo familiare, composto dai genitori, da altri due fratellini e dalla nonna, viveva in due stanze e, ogni sera, spostando tavoli, trasformava i divani in letti e faceva fronte, grazie alla pensione dell’anziana, alla disoccupazione forzata del papà!) Ma anche poter conoscere, attraverso campi scuola e visite guidate paesaggi e ambienti diversi è importante per aprire orizzonti meno angusti rispetto a quelli in cui quotidianamente molti alunni socialmente sfavoriti sono costretti a vivere.

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Ci sono alunni di grandi città che non hanno mai visitato i centri storici, le ricchezze artistiche, i musei, le cattedrali, i palazzi delle loro città e che trascorrono le domeniche presso i centri commerciali, vere nuove “basiliche” delle nostre tristi e sterminate periferie urbane. Ci sono sempre più alunni che non hanno mai viaggiato, che non vanno in vacanza e non conoscono ambienti diversi da quelli in cui sono nati e cresciuti: veramente si pensa che le loro esperienze possano essere confrontate con quelli di bambini e adolescenti di altri ceti sociali?

Il tempo pieno, i campi scuola, le visite guidate, gli scambi culturali, i progetti Comenius….sono percorsi che le scuole hanno utilizzano per ovviare alle povertà di esperienze di molti alunni, ma le risorse delle famiglie e degli Enti Locali sono sempre più ridotte e costringono spesso a rinunciare a interventi giudicati troppo costosi e non più compatibili con l’essenzialità dei servizi da offrire alle scuole. Il Ministro Profumo parla di risultati raggiunti, ma anche di considerare le situazioni di partenza. Allora, però, le scuole non dovranno essere costrette a segnalare come meritevoli gli alunni del “100 e lode”, ma quelli che avranno effettuato i percorsi più ampi fra le situazioni di partenza e i risultati ottenuti. Allora, però, non il voto finale né i soli crediti formativi formulati in termini di voto, ma la documentazione o, meglio ancora, la narrazione di tali percorsi dovrebbe essere alla base di eventuali segnalazioni di “merito”.

Ci sono, poi, due altre osservazioni che vorrei porre all’attenzione del Ministro. Una riguarda il fatto che l’eccellenza, nella scuola e nell’università si raggiunge lavorando insieme agli altri e che i prodotti scolastici e della ricerca sono spesso prodotti collettivi, il cui valore aggiunto risiede proprio nell’essere il risultato dell’impegno diversificato di tanti.

Il merito che la buona scuola deve saper promuovere è quello che ciascuno deve, consapevolmente, offrire per raggiungere uno scopo comune. Solo così il merito di alcuni può trascinare il gruppo e l’intera classe.

Ma allora perché si deve premiare uno solo fra gli artefici del risultato? La buona scuola è luogo in cui si apprende insieme, senza competere fra compagni.

La competizione vera, quella utile, va rivolta verso le difficoltà che si incontrano sulla strada della ricerca, verso i nodi “duri” del confronto con i problemi da risolvere o con gli aspetti della realtà che si devono affrontare e il successo consiste nella capacità di trovare insieme una soluzione, di arrivare ad un prodotto di qualità, di scoprire strade non ancora percorse per rispondere a problemi seri della società (ma anche della micro-società classe! dove i problemi possono andare dal compito reale di costruire una quinta teatrale, al trovare testi classici di corredo alla ricerca storica, dal tradurre in prodotto informatico i risultati di una ricerca scientifica al costruire un plastico secondo un progetto stilato insieme, dall’inventare strumenti di osservazione della natura o del comportamento degli uccelli in giardino, all’impostare una guida turistica per i compagni che verranno in visita nelle nostre città da altri Paesi, dal trovare un algoritmo efficace ed economico per risolvere un problema di matematica, all’impostare un sistema di riciclaggio dei rifiuti organici della mensa scolastica….. )

La competizione più apprezzabile è quella che ogni soggetto deve poi ingaggiare con se stesso, con le proprie pigrizie e con i propri presunti limiti. “Conosciti, ragazzo, scopri il meglio che c’è in te e mettilo a disposizione della comunità che, così, ti aiuterà a realizzarti e, contemporaneamente, ti restituirà la parte migliore di te, riconoscendosi in te e nelle tue doti “.

I migliori insegnanti sanno valorizzare l’apporto che ciascun alunno, a partire dalle proprie caratteristiche di intelligenza e di abilità sa portare alla realizzazione di un compito comune e declinano in questa modalità collaborativa le eccellenze di ciascun alunno. Con un sistema di premi e crediti, fra l’altro, è molto difficile valorizzare le eccellenze e le doti particolari di alcuni, poiché queste attengono a campi specifici di abilità e saperi e non si distendono, spesso, sull’intero arco della competenze scolasticamente accertabili (per essere più chiari, non sempre l’alunno geniale in musica è anche quello che se la cava in maniera ottimale in latino e quello particolarmente versato in matematica o in geometria può essere dislessico o avere problemi con l’espressione linguistica, quello molto lento nelle risposte a domande chiuse è, magari, un genio nel pensiero “lento” della filosofia e quello che si distrae durante le spiegazioni di lingua o matematica e guarda il volo di una mosca, sta, forse, vagando sulla divergenza di pensiero che ne potrà fare un futuro cultore di scrittura letteraria o un appassionato ricercatore in entomologia!).

Intendo, da insegnante, rivendicare lo spettro amplissimo delle doti e capacità che dobbiamo essere in grado di scovare nei nostri alunni e di saper valorizzare, al di là di premi e dei riconoscimenti di merito che troppo spesso servono a ratificare il conformismo e le logiche di successo socialmente riconosciute.

Infine, e non ultimo, fra i motivi che non mi fanno affatto apprezzare le proposte del Ministro c’è il vero e proprio “imbroglio” per cui da anni, mentre si lesinano risorse alla scuola e la si marginalizza davanti all’opinione pubblica, si esce mediaticamente e con proposte che la riportano sulle prime pagine dei giornali, senza, però interloquire con chi a scuola vive ed opera: i docenti e le docenti.

Tutti pronti, Ministro, politici, sottosegretari, giornalisti a dare lezioni a chi quotidianamente le lezioni le affronta veramente e conosce il nocciolo duro dei problemi: la necessità di motivare gli alunni allo studio, alla fatica dell’apprendere, ma anche alla gioia della scoperta e del lavoro comune, del “gioco con gli oggetti del sapere”, libero da scopi di utile immediato. Anche in luoghi (e sono la maggioranza, abbiatene finalmente conscienza) dove tutto gioca a sfavore: povertà, ignoranza e criminalità diffusa.

La scuola è anche emozioni, trasmissione di valori per cui battersi e in cui riconoscersi come collettività, spazio per il confronto di idee e luogo in cui costruire un progetto di società più giusta, in cui esercitare la propria voglia di cambiare, sfidando angustie e meschine aspettative di successo personale: è la scuola che lavora con le associazioni come “Libera”, che si batte contro la mafia, che si appassiona nell’ascolto degli ultimi testimoni della Resistenza e che si commuove davanti alla Storia, con la S maiuscola che è fatta di grandi maestri , che hanno pagato anche con la vita il loro impegno per cambiare la società. La buona scuola deve impastare pensiero ed emozioni, trasmissione dei saperi e costruzione di nuovi saperi ed essere capace di promuovere progetti individuali insieme a speranze collettive.

Per questa scuola servono investimenti, professionalità arricchite, rinnovamento vero dei curricula e della formazione docente (non solo tagli agli orari, ai laboratori, alle sperimentazioni), collegamento con la ricerca, per uscire dalla solitudine e dall’angustia delle difficoltà della sopravvivenza quotidiane. Servono nuove indicazioni programmatiche, revisione dei contenuti disciplinari che si aprano ad orizzonti europei e mondiali, formazione e aggiornamento costanti perché gli insegnanti sappiano rinnovare le proprie conoscenze disciplinari e didattiche.

Servono ascolto e sostegno sociale, ma anche attenzione e la valorizzazione dei risultati che spesso docenti, studenti, genitori che ancora collaborano con entusiasmo alla vita delle comunità educanti raggiungono, nonostante situazioni di partenza veramente insostenibili.

Questo è il “merito” delle scuole, dei docenti, degli studenti , che vorremmo fosse riconosciuto, promosso, reso visibile, ampliato e diffuso in ogni parte del nostro territorio nazionale non quello, orridamente premiale e antistorico oltre che antieducativo, del “miglior studente”. In base a cosa e definito da chi?

Questo ci aspettiamo dal Governo e dalle forze politiche, come anche da un opinione pubblica e da media attenti, preparati, umili e accorti nel lanciare crociate su cose delicatissime e specifiche come i processi educativi di una nazione.

Più attenzione concreta, più attenzione alla ricerca, più “merito per poterne dire”, meno spot pubblicitari, meno mercato, più cura vera per la la crescita armonica e completa in tutte le dimensioni dello sviluppo dei nostri bambini, adolescenti, giovani.


Dicci cosa ne pensi per primo.

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