Crisi capitolina. “Arfio” Marchini prepara la ricarica dei 300

di Aldo Pirone - 21 Ottobre 2015

Alfio Marchini spasima da tempo per impalmare Roma. Di nobile lignaggio di sinistra, il nonno socialista, il prozio Alvaro partigiano e comunista, ha sempre frequentato la Roma del “generone” che più che alle etichette politiche guarda agli affari. E Alfio era pur sempre figlio di una schiatta di costruttori-palazzinari di tutto rilievo.

Ha corso nella campagna elettorale del 2013 per diventare sindaco, mosso certamente da un sincero sentimento di amore verso la sua città, portandosi dietro un cursus honorum d’incarichi politici, economici e amministrativi, anche di carattere internazionale, di tutto rispetto.

Membro del Consiglio di Amministrazione della RAI nel giugno ’94, diventa presidente del Consiglio di Amministrazione di SIPRA, la concessionaria di pubblicità della RAI, nel luglio dello stesso anno. Si dimette dall’incarico litigando con Berlusconi a causa delle nomine che il governo fa nella TV pubblica.
Nel 1996 è socio fondatore, membro del Board Internazionale e presidente del Board Italiano dello Shimon Peres Center For Peace; inoltre è membro del Board di Non Governemental Peace Strategies Project e cofondatore della Associazione ItaliaDecide; alla fine degli anni ‘90 è stato membro del Consiglio di Amministrazione di Banca di Roma e successivamente di Capitalia dove ha ricoperto anche la carica di membro del Comitato Esecutivo e membro del Comitato per la Remunerazione.
Dal 1995 al 1998 è stato amministratore delegato di Roma Duemila S.p.a., società di proprietà del gruppo Ferrovie dello Stato, con il compito di coordinare gli interventi di riqualificazione urbana e infrastrutturale della città anche in previsione del Giubileo del 2000.
Nel 2007, a seguito della fusione di Capitalia in Unicredit, è entrato a far parte del Consiglio di Amministrazione fino a ottobre 2008.  E’ stato anche nel consiglio di amministrazione della Fondazione Mariani per le malattie neurologiche infantili.
Attualmente è consigliere di amministrazione di Cementir. Infine, per ultimo ma non per importanza, è socio fondatore della Fondazione Italiani Europei di D’Alema e Amato.
Nello sport è stato anche capitano della squadra nazionale di polo.

Logo Marchini 2013

Alfio Marchini brizzolatoA cotanto palmares “Arfio”, come lo hanno subito ribattezzato i romani, unisce pure il fatto che è un bell’uomo, affascinante e viene bene in TV. Per cui quando, nella tenzone elettorale del 2013, elegge come suo slogan “Roma ti amo” molti pensarono che la città si sarebbe fatta sedurre. Ma non fu così. Roma non era più una fanciulla illibata, aveva avuto già le sue discutibili esperienze con Rutelli e Veltroni, e poi quella degradante con Alemanno segnata dagli incontri postribolari in un sordido ménage à trois con Carminati e Buzzi. Per tornare onesta si dette all’extraterrestre Marino. E Marchini, affranto, pur di non rivedere l’amata perduta, aveva disertato il Consiglio comunale riducendo al minimo le sue presenze. Purtroppo anche l’unione dell’Urbe con Ignazio, mai consolidatasi, è finita con un “divorzio breve”; e Alfio “il bello” torna a provarci.

Questa volta, però, memore dell’esperienza passata, dice che per salvare la Capitale non basta un Lohengrin solo al comando, ci vuole uno squadrone di 300 persone. Rutelli ne aveva invocate solo 100 ma Marchini, da imprenditore che sa il fatto suo, osserva che Roma è “in ginocchio” e nel pieno di “una decadenza mai vista prima” per cui ha bisogno di una scossa forte, di una ricarica di forze sane, la ricarica dei 300.

Ora il numero, stando a illustri precedenti storici, non è di quelli che porta bene. Trecento furono gli spartani al comando di Leonida che, benché eroici, alle Termopili furono sopraffatti col tradimento dalle orde persiane. E trecento, “giovani e forti”, furono quelli di Pisacane inforconati in quel di Sapri dai contadini che erano andati a liberare dall’oppressione borbonica. E’ prevedibile perciò che i romani, gente sarcastica e scaramantica, solo a evocare quel numero, prima di votare Alfio “il bello” faranno i debiti scongiuri. Ma a parte questo, quello che svela la sostanza restauratrice dell’azione di Marchini è che il numero è rapportato al suo fermo convincimento secondo cui “Non si possono trovare – dice – persone capaci in uno solo dei vecchi schieramenti”. Perciò, secondo Marchini, bisogna cercarli in ambedue le vecchie consorterie che lui intende riunire. Cioè proprio là dove non bisognerebbe cercare alcunché.

L’altra volta, invece, aveva chiesto il voto ai romani proprio per rompere il consociativismo imperante.
In fondo Alfio non sbaglia, si mette in sintonia col nascente “partito della Nazione” renziano. Che nell’urbe, poi, non sarebbe che il vecchio “partito romano” dei potentati e degli affari. Si eliminerebbe così, ogni infingimento, riverniciando il vecchio blocco moderato per liberarci definitivamente da ogni Grillo per la testa, da ogni traccia di sinistra, da ogni illusione di rinnovamento, di buon governo, di moralità.

La Sposa di Maria Pia

Finora la miserevole pratica bipartisan era stata affidata alla clandestinità degli incontri nei sordidi alberghetti, nei ristorantini del sottobosco del potere e dell’amministrazione capitolina. Ma ora che la lunga relazione clandestina è stata scoperta e portata alla luce dalla Procura della Repubblica con “Mafia capitale”, conviene renderla pubblica e legale.

Il bello, non Alfio ma del suo ragionamento, è che tutto questo viene spacciato, come al solito, per novità alternativa, rinnovamento, innovazione, rigenerazione ecc. “Nun je da retta Roma che t’hanno cojonato” cantava Gigi Proietti. L’hanno già fatto tante volte. Vorrebbero farlo ancora.


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti