D’Alema, il ‘qualunquismo populista’ e il bilancio del Gruppo regionale PD del Lazio

Fra tanti luoghi elencati in bilancio è curioso che non si riscontri una fabbrica, un call center, un cantiere, una scuola, un mercato, un centro commerciale
di Aldo Pirone - 24 Ottobre 2012

L’on. D’Alema è preoccupato. Mercoledì 17 ottobre 2012 sulla 7 nella trasmissione di Lilli Gruber “Otto e mezzo” ha dismesso la consueta algida freddezza per staffilare Renzi, candidatosi nelle primarie del centrosinistra più che alla Presidenza del Consiglio a rottamatore della nomenklatura del PD.

Il giorno dopo, su l’Unità e sempre riferendosi al sindaco di Firenze, ha denunciato in un’intervista “l’irrompere del qualunquismo populista nel nostro campo”. In effetti il “leader Maximo” si è trovato, stando alle sue rivelazioni, nella situazione di chi stando su un autobus affollato si appresta a scendere – lo aveva già concordato con Bersani per favorire il rinnovamento ha detto – ma siccome, data l’età avanzata, lo fa lentamente, viene spintonato a male parole dal giovanotto maleducato e un po’ strafottente di turno, Renzi, che sta dietro di lui provocando la reazione del vegliardo che, piccato, si rivolta per questionare con l’impertinente invece di procedere, creando così un certo parapiglia.

I giornalisti in studio, Lilli Gruber ed Enzo Iacona, e l’intervistatore del giornale fondato da Antonio Gramsci, Ninni Andriolo, erano più interessati a far esporre a D’Alema le sue ragioni che non ad incalzarlo facendogli una semplice domanda: come è potuto accadere che dentro ad un partito progressista e di sinistra abbia potuto “irrompere il qualunquismo populista”? E con tanta forza da poterne insidiare la leadership democratica, tranquilla e stabilizzatrice del buon Bersani?

Ovviamente il tema si presta a tanti approfondimenti, a corpose disamine storico politiche riguardanti la storia profonda del Paese, le trasformazione sociali, la decadenza etica e culturale ecc. E sarebbe il caso che il tema si prestasse anche ad altrettanto corpose autocritiche che non possono ridursi, come invece ha detto D’Alema alla Gruber, alla rissosità della sinistra e alla sua pervicace dedizione a dividersi.

Si potrebbe far osservare all’antico rampollo della tradizione comunista italiana che il populismo esplode quando il popolo viene abbandonato e lasciato a se stesso. Esplode quando la “classe colta” si chiude in sé, abbandona i luoghi della società civile – le famose trincee e casematte di gramsciana memoria – si ritrae dalle togliattiane “pieghe” della società, e anche dalle sue piaghe, rinnegando la propria funzione educativa nella formazione del consenso, nell’orientamento dell’opinione pubblica e nella promozione del giusto spirito pubblico attraverso, soprattutto, il buon esempio.

Un lavoro complesso, faticoso in cui il momento elettorale della raccolta dei voti, seppur fondamentale, è solo il completamento di un’azione etico politica più vasta che si effettua stando a stretto contatto con chi si vuole rappresentare: non le mitiche “masse popolari” ma la gente comune, le persone in carne ed ossa, i lavoratori dipendenti e autonomi, del braccio e della mente, giovani e vecchi, uomini e donne. Si chiama egemonia.

Il populismo conosciuto in questo ventennio nelle sue varie espressioni e articolazioni e interpretato impareggiabilmente da Berlusconi e l’inarrestato diffondersi egemonico di questa temperie nella società sono la critica più evidente e inappellabile alle inadeguatezze, agli errori, alle sconfitte ed anche ad una qual certa decadenza intellettuale della sinistra. E quindi, di conseguenza, la critica investe i suoi dirigenti fra cui il “leader Maximo” che della sinistra post comunista è stato un primus inter pares.

Un piccolo ma significativo esempio di questo abbandono lo si ha esaminando il bilancio del gruppo regionale del PD capitanato da Esterino Montino. Come si sa questo cospicuo bilancio di oltre due milioni di euro è stato messo online in tutta fretta allo scoppio dello scandalo Fiorito (Pdl) con tutto quello che da questa vergognosa vicenda è emerso e seguito di degrado morale e materiale. Compreso il fatto che Alfano e Berlusconi ne erano a conoscenza fin da agosto. La fretta la si vede scorrendone le voci: alcune, come quella cospicua sui collaboratori (622.000 euro), abbastanza sommarie. Quello che colpisce di più è la spesa di circa 95.000 euro su 210.000 complessivi per “Riunioni, convegni, conferenze, incontri” avvenuti in ristoranti, enoteche, agriturismi. Sono 54 iniziative su 93 voci.

Vediamone alcune. Il Gruppo Pd incontra volentieri i cittadini di Nerola al ristorante “il Bagolaro” pagando 3.581 euro e siccome il posto è appetibile ci svolge pure un non meglio precisato “convegno sull’agricoltura” impegnando altri 858 euro. A Fiumicino il Gruppo effettua incontri e dibattiti al “Parco degli Abruzzi” (2.700 euro) e al “Pinzimonio” (due volte: 2.600 e 5.400 euro). I cittadini di passo Corese li intercetta da “D’Orazio” (due volte: 1.200 e 1962,98 euro), “Da Pietro (tre volte: 900, 1.300, 1.200 euro) e al “Crow Cafè sas” (1.500 euro). Quelli di Fara Sabina affollano in massa “l’Uliveto” (600 euro) e non essendo soddisfatti del servizio raggiungono in seguito l’agriturismo “Borghetto d’Arci” (5.000 euro) in piena campagna a 4 km. dalla loro cittadina. I cittadini di Anzio debbono invece accontentarsi del “Saint Tropez” (400 euro), quelli di Rieti della “Tavernetta” (410 euro) i ciampinesi del “Re Artù” (450 euro) e quelli di Colonna accorrono, è il caso di dire, dal “Bersagliere” (480 euro) e al “Casale (due volte: 400 e 480 euro). Quelli di Roma il Gruppo PD li incontra a “Villa Rinaldo” in via Appia nuova (1.000 euro).

A Mentana per discettare su “riqualificazione del centro storico” e “servizi idrici” si va da “Tardella Vincenza” (due volte: per 1.200 euro). Decisamente più costoso il “Convegno Gruppo Pd” che si attovaglia a “La Foresta” con un catering da 9.800 euro e da “Noà” (1.300 euro). Gli “incontri con gli elettori sulle tematiche regionali” il Gruppo regionale PD li svolge volentieri in agriturismi e aziende agricole come Agricoltura nuova (1.650 euro) e Azienda De Sanctis (500). Alle “Cascine” ci si va più volte per riflettere su “Quale agricoltura per la Maremma” (3.000 euro), sullo “sviluppo dell’alto Lazio” (3.000 euro), a rendicontare l’”attivita del Gruppo” (2.200 euro) e ad un non meglio precisato “Convegno amministratori PD” (2.000 euro). Anche al “Parco dei Cimini” il Gruppo Pd rendiconta a un prezzo più contenuto (1.500 euro). Il “Convegno sul turismo nei Castelli romani” invece lo si tiene al “Virgilio Receptivity” (due giorni: 1.500 e 2.058,30 euro). Al Ristorante Barbitto ci si acconvegna per discutere il Bilancio regionale (4.400 euro). A “La Foresta” ci si ritrova ancora per discutere sulle “idee e proposte del Pd” (alla modica cifra di 8.470 euro) mentre “l’anno di opposizione alla Regione” lo si espone, in vino veritas, all’enoteca “Tuscia” (2.000 euro) insieme ad altre e non definite “iniziative varie” (1.500 euro).

Contro ogni demagogia populista è evidente che il Gruppo istituzionale di un Grande partito nella sua molteplice attività possa scegliere, per esporre ed illustrare le sue politiche, anche dei luoghi ameni ed avere per questo anche spese, per così dire, di rappresentanza alimentare. Ma è curioso che fra tanti luoghi elencati non si riscontri una fabbrica, un call center, un cantiere, una scuola, un mercato, un centro commerciale,

insomma un luogo frequentato dal popolo in carne ed ossa, dove si va ad illustrare le proprie battaglie oppositorie contro la shopping wooman Renata Polverini. Magari segnando come spesa, vista la nota esiguità dell’emolumento regionale, l’acquisto di qualche panino per la bisogna. Per la verità ci sono anche incontri con i cittadini nel Circolo di Monteverde vecchio (1.500 euro), con quelli dell’XI Municipio (1.056 euro), con i centri sportivi del V Municipio (4.000 euro) e altre iniziative svoltesi in alberghi, in alcune sale pubbliche e contributi ad associazioni culturali e sportive. Ma l’impressione complessiva è quella di una dominante frequentazione di luoghi di ristorazione.

Nessuno chiede, per carità, che si torni agli scalcagnati, sebbene dignitosi, apostoli del socialismo, tipo prof. Sinigaglia, il protagonista del film “i compagni” del grande Monicelli, che agli albori del "sol dell’avvenire" giravano, braccati dalle guardie regie, le cascine e i casolari (da non confondersi con gli agriturismi), le osterie, le fabbriche, i caseggiati popolari per organizzare le lotte di braccianti ed operai; e non si vuole costringere nessuno al saio berlingueriano dell’austerità, ma certo un po’ più di sobrietà e di maggiore frequentazione di circoli e sezioni non guasterebbe. Se si va prevalentemente per agriturismi e ristoranti il popolo non ti riconosce più e quando ti ripresenti in qualche corteo magari ti caccia pure e poi rimane indifferente all’ “irruzione del qualunquismo populista nel nostro campo”. 


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