Dalla letteratura un’idea contro l’inquinamento

La soluzione smaltimento rifiuti tra le righe del romanzo Gurnèa di Bruno Cimino
di Bruna Fiorentino - 24 Settembre 2011

Se è proprio vero che siamo circondati da rifiuti tossici disseminati ovunque; se è vero che la maggior parte dei tumori sono da addebitare alle acque avvelenate da rifiuti scelleratamente scaricati; se è vero che non si possono più continuare a contare i milioni di ricoveri in tutti gli ospedali per avvelenamento da prodotti cancerogeni; se sono veri tutti gli allarmi dell’Istituto Superiore di Sanità; se è vero che non esiste falda acquifera che non sia stata contaminata; se è vero che siamo quasi sul punto di non potere più monitorare i devastanti rischi causati dalle contaminazioni; se è vero che qualunque cibo è a rischio intossicazione; se sono sincere le preoccupazioni letterarie di molti intellettuali sulla Terra che sta morendo; se, come stiamo constatando, non esistono rimedi davvero efficaci per risolvere nel breve e medio termine lo smaltimento dei rifiuti, insomma se è vero che sono palliativi i termovalorizzatori, quasi inutili le raccolte differenziate, perdite di tempo gli stoccaggi programmati, assurde se non demenziali le migliaia e migliaia di discariche legali e abusive, forse si potrebbe provare con gli inceneritori naturali.

Detto così, “inceneritori naturali”, sembra qualcosa di simile a quelle utopie che rincorrevano i liberi pensatori che studiavamo a scuola, folli romantici e letterati di epoche lontane che avevano il pregio di riflettere e guardare lontano. Le intuizioni, scarsamente considerate durante la loro vita, erano destinate (come sappiamo) a più serie valutazioni dei posteri.

Purtroppo, come succede in ogni paese, innanzitutto nel nostro, ogni qualvolta si pensa ad una soluzione per affrontare un problema in apparenza (o volutamente?) irrisolvibile, inevitabilmente si alzano furiosi gli schieramenti. I pro e i contro. I partiti dei testardi e dei Bastian contrari a prescindere. E si parla, si parla, si parla all’infinito e smodatamente sino a perdere il filo del discorso. Intanto, come dice il saggio: nel mentre il medico studia, il malato muore.
Ebbene, gli inceneritori naturali altro non sono che i tanti, tantissimi vulcani attivi sparsi in tutti in continenti. Perché non affidare loro la soluzione di questo altrimenti irrisolvibile problema?

Sia chiaro: se c’è un’altra soluzione, non diciamo migliore, ma almeno utile, la si attui! Presto! Ad oggi, però, non c’è.

Bruno Cimino, autore del felice romanzo Gurnèa, storia di nimici, eroi e spirdi (MGE Editore), suggerisce nella seconda parte del libro proprio tale rimedio all’annoso problema dei rifiuti tossici che, con questo andazzo, non troverà soluzione adeguata neanche nell’anno 2095, periodo in cui si svolge, appunto, la seconda parte della storia. E lo fa assegnando a Cristiano, il personaggio principale, un lavoro necessario non solo per porre in essere le sue vocazioni alle quali aspira sin dai tempi dell’Università, ossia quella di svolgere un lavoro utile per sé e per il futuro del mondo, ma anche per dare un senso concreto a quell’impegno sociale e globale verso cui ogni uomo deve sentire il dovere di offrire il proprio contributo.

Sfruttare ciò che la natura mette a disposizione per migliorare il divenire dell’umanità è il metodo più ovvio che si possa e si debba considerare, specie se di mezzo c’è la salvezza del mondo e di quanto esso contiene.
Sarebbe un errore credere che Bruno Cimino abbia impostato il romanzo Gurnèa su questo aspetto sociale. Tutt’altro. La storia ha differenti contenuti. E’ innanzitutto una storia d’amore che si sviluppa per circa cinque secoli e se qualcosa ha ispirato l’autore a sviluppare un argomento di cui oggi i maggiori illuminati in materia, ecologisti o ambientalisti, si dimenano nel buio di profonde caverne, forse, si potrebbe anche concedere un minimo di riflessione al consiglio o meglio all’ intuizione offerta tra le righe di questo romanzo. E senza demandare ai posteri. Potrebbero non esserci. 


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