Dante secondo Barbero: come immaginare l’eternità, pur rimanendo immersi nel proprio tempo

La biografia del sommo poeta, scritta da uno storico di professione
Francesco Sirleto - 20 Aprile 2021
“L’epos artistico … del Medioevo cattolico, il più grande argomento e il più grande poema, è la Divina Commedia di Dante. E’ vero che neppure questo poema, rigorosamente anzi quasi sistematicamente regolato, può essere da noi chiamato un’epopea nel senso abituale del termine, perché vi manca un’azione individuale conchiusa, che si muova sull’ampia base del tutto; tuttavia proprio a questo epos non manca affatto la più salda articolazione e compiutezza. Invece di un avvenimento particolare esso ha ad oggetto l’agire eterno, il fine ultimo assoluto, l’amore divino nel suo intramontabile accadere e nelle sue sfere inalterabili, e come luogo del suo svolgimento prende l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso ed in questa esistenza immutabile immette il mondo vivente dell’agire e del patire umano, anzi delle gesta e dei destini individuali. Sparisce qui, di fronte alla grandezza assoluta del fine ultimo e della meta di tutte le cose, ogni singolarità e particolarità di interessi e di fini umani; ma al contempo anche quel che nel mondo vivente vi è di più caduco e transitorio se ne sta davanti a noi completamente epico, oggettivamente fondato nel suo più intimo, giudicato nel suo valore e disvalore mediante il concetto supremo, Dio” (G. W. F. Hegel,  Estetica, Torino 1967, p. 1235).

Solo un grandissimo filosofo come Hegel, padre della dialettica intesa quale metodo della filosofia e legge regolatrice della realtà in perpetuo divenire, ma anche teorico di quell’ “astuzia della Ragione” che riesce a trasformare le passioni umane in strumenti formidabili di cambiamenti storici, poteva comprendere pienamente, nella sua più intima essenza, un’opera così straordinaria ed universale come la Divina Commedia. Inoltre, soltanto un grande tedesco estimatore e continuatore del pensiero dell’allora quasi sconosciuto napoletano Giovambattista Vico (autore della Scienza Nova), poteva individuare, oltre ai valori intrinseci del Poema (validi al di là dei tempi e dei confini nazionali), anche quell’elemento costitutivo dell’identità nazionale – rappresentato dalla lingua – che Dante, in maniera magistrale e perentoria, ha generosamente donato a quel “volgo disperso” (Manzoni) e litigioso che soltanto molti secoli dopo sarebbe diventato una nazione: “Il poeta è in effetti il solo che … fa aprire la bocca alla nazione, che procura alla rappresentazione un linguaggio e per mezzo di questo altre rappresentazioni … per ogni rappresentazione esiste la parola appropriata … Dante seppe creare per il suo popolo un vivente linguaggio poetico, e anche a questo proposito si palesò l’ardita energia del suo genio inventivo” (Hegel, Estetica, pp. 1128-1129). E, tuttavia, poiché il poeta (e Dante in modo del tutto speciale) non vive sulle nuvole o avulso dal suo tempo, ma nasce, cresce, si forma nel carattere, fa delle scelte precise (e gravide di conseguenze) nel “prendere parte” attivamente alle umane e caduche vicende della società della quale è membro, va da sé che la comprensione dell’essenza non può non prendere in considerazione il contesto storico, quel “mondo vivente del patire e dell’agire umano”, delle gesta e dei destini individuali che formano il substrato materiale e transeunte di quei valori e fini “assoluti” che egli vuole esprimere tramite la sua creazione estetica.

Qui, ai fini della conoscenza del particulare, non è più il filosofo abilitato a farci da guida, bensì lo storico, o, per meglio dire (se abbiamo presente la classica distinzione tra res gestae e historia rerum gestarum), lo storiografo. Ben venga dunque la lettura di questa preziosissima e illuminante biografia dantesca, dal semplice titolo Dante (edito da Laterza, Bari-Roma 2020), che l’ottimo Alessandro Barbero, illustre e accreditato specialista di storia medievale, ha voluto regalarci in occasione del settimo centenario della sua morte. Il lettore non si aspetti, però, che dalla conoscenza della travagliata vita dantesca, dei suoi tempi e della sua città, dalle lotte di partiti e di fazione che caratterizzarono la Firenze della fine del XII sec. e dell’inizio del secolo successivo, e dalle concrete scelte politiche effettuate dal protagonista della storia (scelte che decretarono il suo doloroso e irrimediabile esilio, nonché il suo andare ramingo per l’Italia e lo scendere e il salir per l’altrui scale, e l’assaporare  per circa vent’anni quanto sa di sale lo pane altrui), derivi in qualche modo un maggior godimento estetico delle cantiche, dei canti e delle terzine della Divina Commedia (e magari anche dei contenuti della Vita nuova, del Convivio, della Monarchia, delle Rime, del De vulgari eloquentia). Ciò sarebbe impossibile. Barbero è uno storico di professione, non un dantista, sebbene dimostri, nelle pagine del suo libro, un’eccezionale conoscenza di tutti i testi danteschi e del loro valore estetico. Ciò che vuole ricostruire è la biografia di Dante, quindi le diverse fasi della sua umana esistenza durata ben 56 anni (un tempo abbastanza lungo per l’epoca); la sua genealogia, partendo dall’antenato più famoso: Cacciaguida, trisavolo di Dante (lo troviamo nei Canti XV e XVI del Paradiso); la classe sociale d’appartenenza, che non era la nobiltà di antico lignaggio, bensì, secondo Barbero, il “popolo grasso”, cioè benestante e possidente, ma non lo strato più elevato di esso, bensì un livello immediatamente più basso; la sua famiglia, tanto quella mononucleare (Dante, la moglie Gemma Donati, i figli Giovanni, Piero e Iacopo, le figlie Antonia e Beatrice), così come quella allargata (il fratellastro Francesco, la sorellastra Tana, detta Trota o Trotta e i numerosissimi cugini, conseguenza del gran numero di fratelli del proprio padre Alighiero e del nonno Bellincione); il suo curriculum studiorum, studi che, a quanto risulta, non si conclusero con alcun titolo accademico, nonostante l’incredibile bagaglio di conoscenze accumulate negli anni; i suoi interessi e affari di possidente immobiliare e terriero, le compravendite immobiliari, i prestiti concessi e ottenuti; le sue scelte politiche e il suo cursus honorum di amministratore (priore) della città e come membro di vari consigli legislativi e/o deliberativi. Ebbene, su tutte queste questioni, lo storico di professione Alessandro Barbero, non fidandosi molto delle lacunose fonti dei contemporanei di Dante o dei biografi posteriori (Giovanni Boccaccio, Giovanni Villani, Leonardo Bruni), è andato a caccia dei documenti originali, li ha confrontati con le contraddittorie informazioni fornite dai numerosi biografi antichi e moderni, nonché con gli oscuri riferimenti auto-biografici sparsi disordinatamente dal poeta nelle sue varie opere e nelle lettere ai potenti del tempo (Cangrande della Scala, Enrico VII, Guido da Polenta ecc.), e infine ha dovuto emettere giudizi di valore, relativamente all’autenticità o alla paternità dei documenti esaminati. Il lavoro dello storico di professione Barbero, nel suo procedere basato su criteri rigorosamente scientifici, si è trovato poi di fronte ad un periodo, quello successivo alla condanna all’esilio (gennaio 1302, ma Dante si trovava fortunatamente già fuori Firenze, almeno dall’ottobre 1301), nel quale la difficoltà maggiore è costituita dalla successione dei luoghi e delle città che rappresentarono sicuri rifugi per sfuggire alla condanna capitale (non bastava l’esilio comminato due mesi prima) pronunciata nel marzo 1302. Infatti la sentenza del 27 gennaio 1302, che condannava in contumacia Dante e altri ex priori per “baratteria”, vale a dire concussione e corruzione (evidentemente una falsa accusa, così come era d’uso, non solo a Firenze ma in quasi tutti i comuni italiani del tempo, quando ci si voleva sbarazzare dei più importanti avversari politici), si limitava alla confisca dei beni e all’abbattimento delle case degli esiliati, un esilio di durata soltanto biennale. Con quella di marzo, invece, prendendo a pretesto la mancata presentazione personale e il mancato pagamento delle onerose multe inflitte ai “rei”, il Podestà messere Cante de’ Gabrielli (guelfo nero, mentre il poeta era un bianco) condannava Dante e i suoi sodali al rogo “qualora fossero caduti in potere del Comune di Firenze”.

Furono, quelli dell’esilio, anni difficilissimi, che costrinsero Dante e i suoi figli maschi (ma non la moglie e le figlie) ad andare raminghi per l’Italia e, forse, anche in Francia, almeno per un breve periodo. Furono anni nei quali Dante sperò sempre, fino agli ultimi suoi giorni, di poter rientrare, o in un modo (intervento armato dell’imperatore Enrico VII), o nell’altro (magari ottenendo un perdono da parte dei governanti di Firenze, in considerazioni dei suoi meriti letterari e della fama nel frattempo crescente, ma il governo della sua città non ne volle sapere), di poter ritornare in patria e di essere incoronato “poeta laureato” in quel Battistero di San Giovanni nel quale, bambino, aveva ricevuto il battesimo, così come scrive nel XXV Canto del Paradiso, vv. 1-9:

“Se mai continga che ‘l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

sì che m’ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra

Adotta Abitare A

del bello ovile ov’io dormi’ agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fonte

del mio battesmo prenderò ‘l cappello”.

In conclusione, un libro, quello dello storico Barbero, la cui lettura risulterà utilissima per tutti coloro che, non contenti di semplicemente “godere” il piacere che procurano i versi del nostro Sommo poeta, sentono l’insopprimibile bisogno di conoscere gli eventi e gli ambienti storici effettivi che ne costituirono il “materiale” oggettivo e particolare, e perciò caduco, ma dal quale sorse una creazione della quale non si può non riconoscere il suo carattere universale ed eterno.

Alessandro Barbero, Dante, Editori Laterza, Bari-Roma 2020.


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