Dialogo di un ambientalista con i gabbiani di Civitavecchia

Ettore Visibelli - 21 Luglio 2019

Mi attraversarono la strada mentre ero diretto verso casa. Volavano un centinaio di metri sopra di me. Li avevo riconosciuti. Erano loro, i quattro gabbiani di Civitavecchia. Accostai a destra in una sosta di emergenza della bretella che unisce l’autostrada al raccordo anulare e scesi fuori dall’auto. Il fischio di richiamo che ormai conoscevano li attirò a guardare in giù e mi riconobbero là, accanto alla macchina, che mi sbracciavo verso l’alto.

Beccaboghe, il più anziano e capofila, invertì la rotta. Fecero un giro ampio, calando decisi verso me che li stavo aspettando.

Sbattendo le ali per aggiustare l’attracco, uno dopo l’altro si appollaiarono sul guardrail della piazzola.

“Allora?” esclamai “Qual buon vento? Scommetto di sapere perché da queste parti.”

“Ah sì? E perché? Diccelo, vai, ché noi non lo sappiamo.” gracidò Beccaboghe con risentito sarcasmo.

“La discarica, no?”

“E allora; che c’è di male?” mi guardò risentito con impertinenza.

“Niente! E che è? Siamo permalosi stasera?… Era un modo per avviare il discorso… Lo so da me che non c’è niente di male.”

Acciughino, il più giovane dei quattro – lo chiamavano così per la sua magrezza costituzionale nonostante l’appetito da verme solitario che non lo saziava mai – mi guardava con diffidenza, quasi che l’amicizia stabilitasi fra noi sulla banchina della darsena, a Civitavecchia, potesse essere messa in discussione per quell’allusione alla discarica. Era come se, colti sul fatto, i quattro si vergognassero di bazzicare un habitat che per consuetudine e definizione non avrebbe dovuto essere il loro.

Il pomeriggio stava lasciando spazio alla sera ma c’era ancora luce a sufficienza. Se li avevo richiamati col fischio era solo per fare due chiacchiere innocenti senza un intento preciso. Mi sembrava che quando ci eravamo conosciuti sul porto, chiacchierare facesse piacere anche a loro.

“Beato te che non hai problemi di cibo!” intervenne Boccasciutta, l’unica femmina dello stormo “Per noi gabbiani i tempi si fanno sempre più duri. Trovare da mangiare non è più come una volta. Ti ricordi quando passavi intere giornate sull’acqua in barca a vela? Erano gli anni ’60 – ce l’hai detto tu – io allora non ero ancora nata ma mia nonna mi ha  raccontato in più occasioni come fosse esaltante e liberatorio a quei tempi sorvolare il mare, sfiorare le onde e poi fiondarsi giù decisi a papparsi qualche sardina beccata nel branco in superficie. Era così, no? Tu c’eri e lo puoi confermare.”

Mi guardava mentre con rimpianto e nostalgia annuivo in senso affermativo. Calò un imbarazzante silenzio che mi sembrò opportuno sdrammatizzare.

“O.K.! Ma sono trascorsi quasi cinquant’anni. Il che equivale a mezzo secolo, oh. Non sono mesi!… Se oggi il mare non è più quello, fa parte dei tempi che mutano. Tutto cambia, tutto evolve…”

“Bella evoluzione!” esclamò Beccaboghe “Ti sembra decoroso che noi gabbiani anziché sul mare, si sia costretti a volteggiare sulle discariche? Ti sembra dignitoso? Mettiti nei nostri panni…”

Adesso, al crepuscolo il Ponentino portava alle narici il tanfo acre della discarica e di certo lo avvertivano anche loro. Cosa potevo rispondere? Mi rifugiai in corner.

“Potete tornare al mare. Nessuno ve lo impedisce!”

Filotto scosse il capo e sbatté il becco un paio di volte.

“Al mare non possiamo tornare per tutti i rifiuti oleosi che ormai le troppe navi, senza troppi riguardi, lasciano come un tappeto iridescente. Il pesce scarseggia e se ti tuffi in caccia rischi di mancare quei pochi sgombri anemici che nuotano in superficie, anche loro alla ricerca di qualche torsolo di mela galleggiante, fra sacchetti di plastica e grumi di catrame. Rischi di sporcarti il becco o le zampe e poi il pesce ormai ha il sapore dell’ottano. No, in discarica c’è più scelta.” Mi guardava con rassegnazione.

Non avevo parole. Mi vergognavo di aver pronunciato poco prima quel verbo evolvere.

“E’ triste.” fu la sola cosa che mi venne da dire.

Con un ingiustificato senso di colpa, pensavo che nel mio lavoro di chimico ambientale, per lo smaltimento dei rifiuti ero da sempre contro le discariche. Ma a loro non lo dissi.

“Lo sai che chiuderanno presto?” intervenne Beccaboghe.

“ Sì, ma ci vorrà ancora del tempo…” intervenni per non acuire il disagio di tutti e cinque.

“Quando saranno chiuse definitivamente, per noi sarà la fine. Lo sai questo?”

“Via, ragazzi, non siate così tragici: non vi scoraggiate. Il giorno che le discariche chiuderanno, vorrà dire che finalmente l’uomo avrà preso consapevolezza dei problemi che coinvolgono lo smaltimento del rifiuto. Quando la selezione, il riutilizzo, la trasformazione e l’incenerimento del residuo, non più utilizzabile, saranno realtà, allora anche il mare tornerà come una volta e riacquisterà il rispetto da parte di chi lo naviga, da parte di chi lo utilizza. L’acqua sarà di nuovo azzurra, pulita, trasparente e il pesce riprenderà a moltiplicarsi per tornare a essere una risorsa per tutti, per noi e per voi.”

“Sarà!…” intervenne Boccasciutta “Sarà!… Ma il fatto è che ormai ci siamo adattati alle discariche, i nostri piccoli non sanno più pescare e anche noi… Ti racconto questa. In Estate siamo andati quindici giorni in vacanza a Capo Teulada, in Sardegna. L’acqua là è pulita, c’erano gabbiani fortunati, cresciuti e residenti da quelle parti. Il pesce loro lo pescavano, noi… Una figura!…” scosse tristemente il capo “E poi era tutto uno sfotterci e insultarci. Ci chiamavano beccarifiuti e ci dicevano ogni due per tre: tornatevene a casa ché puzzate di lezzo! Non lo sentite? Insomma, voi vi riempite la bocca con la biodiversità. Ecco, di fronte ai gabbiani sardi, noi eravamo davvero biodiversi…” e una lacrima le scese lungo il becco.

“E allora, io non so cosa accadrà quando le discariche saranno finalmente dismesse.” fu lo sfogo di Acciughino. “Vorrei credere che hai ragione tu ma non ci credo. Occorreranno anni prima che noi gabbiani del continente si possa tornare a vivere sul mare. Occorreranno anni prima che il mare torni pulito e i pesci saporiti come un tempo.”

Avevo fatto male a fermarmi, a fischiare richiamando la loro attenzione, a illudermi che potessimo trascorrere un po’ di tempo insieme come già accaduto sulla banchina della darsena qualche mese prima. Quella volta avevamo parlato delle reti da pesca, dei loro nidi fra gli scogli di Santa Marinella, delle uova che covavano negli anfratti sui monti, non distanti da Tolfa e per fortuna quella volta l’argomento non era caduto sulle ceneri della centrale elettrica, anche se sulle ali di Filotto avevo notato qualche chiazza nera di particolato carbonioso sottile.

“E’ ora.” disse Beccaboghe. “Dobbiamo salutarci. Si sta facendo buio e a casa ci aspettano. Anche per oggi abbiamo mangiato e questo, in fondo, deve bastarci. Non ce l’ho con te, credimi. Quando all’inizio hai capito che venivamo dalla discarica, sai, ho provato un’umiliazione che non puoi immaginare. E’ per questo che ti ho risposto con un filo di impertinenza. Scusami, mi dispiace.”

“Dai, non fa niente. Non sono permaloso, ti capisco.”

“Ascolta.” disse Acciughino prima di spiccare il volo. “Tu che ti occupi di ambiente, fai presente la nostra preoccupazione. Se chiudono le discariche, sarà un bel guaio per noi gabbiani.”

Annuendo col capo, lasciai intendere che avevo capito. Nelle problematiche ambientali, nel ciclo delle materie commestibili, dalla culla alla tomba, non si poteva trascurare la sopravvivenza dei gabbiani. Era un problema in più da gestire.

Uno dopo l’altro, spiccarono il volo verso nord ovest, nella luce fioca che dall’arancio virava sempre più al rosso carminio.

Boccasciutta raccolse col becco il sacchetto di plastica rigonfio che aveva all’arrivo; con tutta probabilità la cena per i più piccoli.

Mentre si allontanava, mi ricordò la cicogna nell’atto di portare un bambino a qualche coppia di genitori in attesa.

 

Ettore Visibelli


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  1. Una riflessione poetica e che dovrebbe far riflettere adulti distratti e bambini.

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