

Partire dai fatti per superare la logica devastante del meno peggio
La puntata di ‘’Report’’ sull’urbanistica romana continua a suscitare scalpore. Non certo sui giornali controllati o condizionati dai ‘’Re di Roma’’ come ‘’Il Messaggero’’ (Caltagirone), ‘’Il Tempo’’ (Bonifaci), ‘’Il Corriere della sera’’ (Toti). Nel mondo politico della capitale campeggiano imbarazzo, deprimenti autodifese, indignazioni dei politici contro la Gabanelli, minacce di ricorso alle vie legali e contorsioni di chi sapeva e ha taciuto. ‘’La Repubblica’’, che in questi anni non ha certamente eccelso nel piglio dell’inchiesta giornalistica svolgendo più che altro un ruolo di acritico altoparlante degli annunci dal Campidoglio, si è svegliata producendo in questi giorni ampi servizi in vari quartieri. Alcune associazioni ambientaliste, che avevano introiettato come linea di azione urbanistica la logica del meno peggio, sembrano ridestarsi di soprassalto dal lungo torpore grazie alla gelida secchiata d’acqua lanciata in faccia a tutti da ‘’Report’’.
Speriamo che al di là delle polemiche politiche la documentata denuncia di Paolo Mondani e Milena Gabanelli serva a riaprire a Roma e nel Paese un serio dibattito sulle politiche urbanistiche che sono la principale base di uno sviluppo sostenibile soprattutto nelle grandi aree metropolitane.
Prima cosa da fare: riportare al centro del dibattito politico nazionale la questione della rendita urbana, vero motore della speculazione edilizia nemico giurato della sostenibilità. Nell’ultima campagna elettorale il problema non è stato nemmeno ricordato. Le forze storicamente più sensibili al tema, quelle progressiste, se lo sono semplicemente dimenticato. Nel programma di governo di Veltroni e del PD, per esempio, la rendita urbana speculativa e anche quella finanziaria non vengono neanche nominate. Per chi conosce la storia del nostro Paese, la cui rivoluzione risorgimentale e unitaria non ha dato luogo ad alcuna riforma agraria, sa che la rendita speculativa è stata e continua ad essere la prima palla di piombo al piede che impedisce l’affermarsi di un nuovo processo di modernizzazione. Occorre perciò porsi il problema di una legislazione che incida questo bubbone generatore di uno sviluppo insostenibile e non competitivo che sottrae risorse alla collettività, agli investimenti produttivi, al profitto imprenditoriale. Bisogna ridare ai Comuni il pieno controllo del governo del territorio.
La seconda cosa riguarda il futuro della nostra città. Le forze ambientaliste dovrebbero partire non dalle polemiche politiche retrospettive ma dai fatti e dai numeri. Roma ha una superficie comunale pari a 129.000 ha. Nel 1962 (censimento 1961) contava 2.168.000 abitanti e il consumo di suolo era di 11.400 ha. Dopo 40 anni (censimento del 2001) siamo a 2.546.000 abitanti, cifra confermata nel 2007, e al 37% di suolo edificato, circa 47.730 ha (dati del Comune). A fronte di un incremento demografico che nel quarantennio ha raggiunto la punta di 2.800.000 abitanti oggi Roma registra un aumento complessivo di meno di 400.000 unità. Il suolo consumato è più del 400% a fronte di un aumento demografico di appena il 17%.
Con il nuovo PRG nel 2011 a fronte di una popolazione sostanzialmente stabile – gli incrementi riguardano i comuni limitrofi dell’area metropolitana – i previsti 65-70 milioni di mc porteranno il consumo di suolo vicino ai 55.000 ha. oltre il 42% dell’intera superficie comunale quasi 5 volte di più del 1961. E’ sostenibile una cosa del genere?
Ma, si dice, il problema è il cosiddetto residuo di Piano. Siccome il PRG del ’62 prevedeva una Roma con 5 milioni di abitanti programmò edificazioni per 120 milioni di mc. Quegli abitanti non ci sono ma ci sono rimaste le cubature sotto forma di cosiddetti ‘’diritti edificatori’’ dei privati per cui, dice per esempio l’ex senatore Montino vicepresidente della Regione, averne tagliati 50-55 milioni è un gran successo.
In altri termini 120 milioni di mc previsti per 3 milioni di abitanti si riducono a 70 milioni di mc. per 400 mila abitanti, cioè le previsioni demografiche si riducono del 90% mentre i mc solo del 40-45%.
Non c’è la domanda della gente ma deve rimanere l’offerta per impinguare la rendita. E tutto perché ci sono i ‘’diritti edificatori’’ che secondo certi nostri amministratori sono più sacri dei famosi ‘’inalienabili diritti’’ dell’uomo e del cittadino. Ma non è così. Sebbene la legislazione italiana sia alquanto debole nei confronti della proprietà dei suoli, certo al di sotto del dettato costituzionale, non è proprio così imbelle.
Vi sono varie sentenze del Consiglio di Stato e di TAR che dicono il contrario. Il TAR della Lombardia, per esempio, sez. di Brescia, con sentenza del 12.1.2001, n. 2 afferma: ‘’Neppure la preesistenza di un piano di lottizzazione approvato e già convenzionato costituisce – per se sola – un ostacolo alla modifica delle previsioni urbanistiche vigenti su una determinata area, proprio perché il PRG non rappresenta uno strumento immodificabile di pianificazione del territorio, sul quale i privati possano fondare sine die, le proprie aspettative, ma è suscettibile di revisione ogni qual volta sopravvenute esigenze di pubblico interesse, obiettivamente esistenti ed adeguatamente motivate, facciano ritenere superata la disciplina da esso dettata”.
Quindi si può intervenire, modificare, condizionare. Basta avere una chiara visione della situazione e dell’obiettivo che ci si pone. Trasformare e riformare per rendere sostenibile lo sviluppo di Roma oppure disporsi a subire il meno peggio, 70 milioni di mc al posto di 120, spacciando tutto questo per una grande vittoria ambientalista.
Come dire: sarai schiacciato, ma invece di un masso di 120 tonnellate te ne arriverà in testa uno da 70. Allegria!
Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.