Elezioni: ‘autobiografia della Nazione’

Il talk show domina il confronto elettorale. Riemerge la figura del politico 'ciarlatano'. I cittadini trasformati da partecipanti in spettatori. Necessaria una ricostruzione dei partiti
di Aldo Pirone - 3 Febbraio 2013

La campagna elettorale politica nazionale è sempre stata in ogni luogo dove si siano svolte elezioni più o meno democratiche, con corpi elettorali più o meno estesi, il precipitato dove vengono a confronto le forze che si contendono la conquista del governo, i loro programmi e i loro candidati.

In Italia da qualche lustro a questa parte è qualcosa di più. Per parafrasare il Gobetti di “Rivoluzione liberale” essa sembra essere l’ “autobiografia della Nazione”. Nel senso che mette in luce, nel bene e nel male, le corde più intime e il vissuto storico della società, le sue radici culturali, i luoghi comuni che riescono ad avere la forza delle “credenze popolari” di gramsciana memoria. Il tutto aggravato dalle necessarie sintesi propagandistiche.

I comizi nelle piazze, il porta a porta, le riunioni di caseggiato, i “giornali parlati” diffusi da gracchianti altoparlanti nei mercati e nelle strade, le assemblee nelle sedi dei partiti cioè il confronto diretto con il cittadino elettore è stato abolito. Dominano i manifesti con le facce di candidati sorridenti e accattivanti incorniciati da slogan cretini che, visti i tempi che corrono, più che a partecipare inducono a scappare dalle urne.

I confronti aspri ma nutriti di programmi, idee, visioni del mondo di una volta sono stati via via sostituiti dalle battute televisive, dalle gag, dalla ripetizione noiosa di vecchi slogan e di vecchie promesse. Non ci sono più le Tribune elettorali di Gianni Granzotto e Jader Jacobelli dove il segretario di partito doveva rispondere alle domande del giornalista di parte avversa, spiegando concisamente le sue posizioni sul problema postogli. Adesso ci sono i talk show dove i politici si affrontano a suon di battute e baruffe sostenuti da claques di tifosi plaudenti; veri e propri pollai dove lo scontro più che il confronto avviene, urlato, tra galli, galletti e galline con i telespettatori che dovrebbero orientarsi in un bailamme di insulti dove raramente si capisce il merito del contendere o si riesce ad approfondire un problema.

Oppure ci si esibisce in salotti compiacenti dove fra una chiacchiera e l’altra il conduttore di turno, salvo rare eccezioni, si guarda bene dal mettere in imbarazzo l’interlocutore con domande appropriate e preferisce accattivarselo con aneddoti edificanti sulla sua vita privata. Tipo il risotto di D’Alema, la bicicletta di Prodi, il parroco di Bersani, i nipoti (ma non le nipotine) di Berlusconi, i cashmere di Bertinotti, le messe di Casini, il loden di Monti, le immersioni acquatiche di Fini e via incensando.

Da qualche tempo poi sta assumendo un’importanza sempre più grande il confronto sul web. La mitica “Rete internet” tra le tante meraviglie comunicative e informative consente anche scambi di interventi politici. Qualcuno, come il M5S di Grillo, lo utilizza non solo come mezzo comunicativo ma anche organizzativo. Non disdegnando tuttavia l’adunata di piazza. I leader di tutti i partiti l’utilizzano twittando brevi interventi che poi vengono ripresi e rilanciati dai mass media. Il luogo viene utilizzato da un gran numero di persone anche per deridere, spernacchiare, mettere in ridicolo l’avversario politico e fa emergere spesso più la voglia di litigare ed insultare che non la polemica piana o il confronto per convincere. Tutto ciò non sembra in grado di frenare la già massiccia propensione all’astensione elettorale in un Paese come il nostro dove le percentuali di partecipazione al voto erano bulgare e non per costrizione.

In questo, come viene chiamato, “circo mediatico” la figura del politico che riemerge oggigiorno è quella del “ciarlatano”. Una miniera per la satira militante. Ricorda quei personaggi di vecchi film western, come quel Merriweather interpretato da Martin Balsam in “Piccolo grande uomo”, che si presentavano nelle piazzette dei paesi della Frontiera americana e tentavano di appioppare ai gonzi di turno l’immancabile “elisir di lunga vita”. Dopo un po’ venivano rincorsi e, se presi, malmenati ben bene altrimenti la facevano franca e prendevano rapidamente il largo. Comunque andasse, il “ciarlatano” sapeva, tuttavia, che quella piazza era bruciata e cercava un altro paese dove rifilare il prodotto salvifico. In Italia invece, dove il ventre che partorisce i gonzi è sempre fecondo, abbiamo anche il privilegio di assistere al ripresentarsi del politico “ciarlatano”, di varia estrazione e a tutti i livelli, come se niente fosse. Egli è talmente sicuro della smemoratezza pubblica che non si perita neanche di cambiare prodotto. L’elisir che offre è sempre quello: meno tasse, meno burocrazia, meno Stato e più mercato, benessere e felicità per tutti. Anche i politici meno populisti e demagoghi sono costretti a scendere su quel terreno di confronto proprio perché sentono che il “ciarlatano”, malgrado i disastri già combinati, può comunque ancora far presa sulla massa di cittadini che da partecipanti sono stati ridotti a spettatori.

La ciarlataneria politica è come un virus che attecchisce tanto più facilmente nel corpo della Nazione in quanto sono venuti meno gli anticorpi che lo difendevano. In particolare sono venuti meno i partiti che nel bene e nel male organizzavano la democrazia e con la loro azione popolare formavano anche l’opinione pubblica oltre a selezionare una rappresentanza politica decente. Oggi i partiti sono per lo più dei contenitori di facce, dediti in prevalenza alla spasmodica ricerca del voto spicciolo, divoratori di risorse pubbliche, occupatori di ogni anfratto statale o parastatale, dominati dai capi carismatici o dalle correnti e sottocorrenti, infettati dalla corruzione. Non per caso fioriscono i partiti personali, le aggregazioni elettorali temporanee, le liste fai da te, i guru telematici, i comici che si fanno politici e i politici che sono comici. Ovviamente non sono tutti eguali: né i partiti, né i politici e neanche i comici. I fenomeni degenerativi indicati hanno investito le attuali forze politiche in modo e misura diversi. Tuttavia la tendenza ha avuto, purtroppo, carattere generale.

Quel che rivela oggi la campagna elettorale è maturato lungo un ventennio di destrutturazione ideale e culturale che ha fatto riemergere dal fondo della storia nazionale alcuni caratteri anarchico-guicciardiniani del Paese; sopiti ma non scomparsi. Si è cominciato col demonizzare le cosiddette ideologie ma si sono dismessi gli ideali, le weltanschauung o concezioni del mondo e l’etica che ne promanava così come ci si è allontanati dalle forze materiali e produttive della società, le persone in carne ed ossa, borghesi e proletari, imprenditori e lavoratori dipendenti o autonomi. Si è in sostanza dismesso quel complesso di azioni ideali e l’armatura di riferimenti sociiali che facevano dei partiti – di destra, di centro e di sinistra – soggetti ad identità forte, radicati nella società civile, produttori di leadership autorevoli ma non autoritarie e men che meno padronali: da De Gasperi a Togliatti, da Nenni a Saragat, da La Malfa a Malagodi, da Moro a Berlinguer.

Oggi il Paese è alle prese con una difficile crisi non solo economica, ma culturale ed etica. Manca la prospettiva soprattutto per le nuove generazioni. Sono necessarie molte cose per uscire da simile incertezza. Tra queste la ricostruzione nei tempi medio-lunghi di partiti degni di questo nome. Si può cominciare da subito rifuggendo intanto dal “ciarlatano” di turno. 


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