Eppure lo siamo stati anche noi …

La storia d’Italia e l’immigrazione straniera dal 1945 ad oggi: un libro di Michele Colucci
Francesco Sirleto - 27 Maggio 2019

 

“Sbarcheranno a Crotone o a Palmi, / a milioni, vestiti di stracci /

asiatici, e di camicie americane. / Subito i calabresi diranno, /

come da malandrini a malandrini: Ecco i vecchi fratelli ,/

coi figli e il pane e formaggio! Da Crotone o Palmi saliranno / 

 a Napoli, e da lì a Barcellona, a Salonicco e a Marsiglia, / nelle Città della Malavita …

 (P. P. Pasolini, da Alì dagli occhi azzurri).

“Eppure lo sapevamo anche noi/ L’odore delle stive/

l’amaro del partire/ lo sapevamo anche noi/

e una lingua da disimparare/ e un’altra da imparare in fretta/

prima della bicicletta … (G. M. Testa, da Ritals)

 

È un libro, quello di Michele Colucci (Storia dell’immigrazione straniera in Italia – Dal 1945 ai nostri giorni, Carocci editore, Roma 2018), che ha, come scopo non dichiarato ma evidente, quello di togliere l’immigrazione dall’ambito delle interessate e/o fuorvianti cronache giornalistiche, nonché dall’insidioso terreno della furibonda propaganda politica quotidiana (sarebbe meglio dire “elettoralistica”) di infimo livello, e restituirlo alla dignità di oggetto di ricerca storico-scientifica. Il suo lavoro, infatti, è un prezioso strumento di conoscenza per chiunque si avvicini alla materia con animo sgombro di pregiudizi e abbia intenzione non soltanto di “farsi” un’opinione basata su dati di fatto inoppugnabili, ma anche di dotarsi di un solido armamentario argomentativo da usare a fini educativi, soprattutto se si ha a che fare, per motivi professionali, con giovani studenti.

Sono molteplici le ragioni che ne raccomandano quindi la lettura e la diffusione:

a) innanzitutto perché è un’opera che si basa su un’amplissima documentazione: dalle ricerche effettuate da esperti, ma anche dallo stesso autore, in ambiti particolari, sia di ordine temporale che geografico, alle statistiche che, anno dopo anno, hanno registrato l’andamento di un fenomeno che, almeno dagli anni Sessanta in poi, ha modificato in maniera consistente la composizione antropologica della società italiana, rendendola irreversibilmente una società multietnica e multiculturale;

b) in secondo luogo perché, accanto alla puntuale analisi dei flussi immigratori verificatisi nel corso di circa sette decadi, il lettore può giovarsi di un’analisi e di una rassegna, altrettanto puntuale, degli atteggiamenti e dei provvedimenti di legge che hanno caratterizzato il mondo politico italiano (e i vari governi che si sono avvicendati nel periodo esaminato) almeno a partire dai primi importanti testi legislativi, e cioè dalla Legge Foschi dell’86 alla Legge Martelli del ‘90, dalla Legge Turco-Napolitano del ’98 alla Legge Bossi-Fini del 2002, senza trascurare le varie circolari che, o in mancanza di una norma adeguata o in presenza di una pluralità di norme niente affatto chiare, sono state poste in essere molto spesso da autorità amministrative;

c) infine perché il libro di Colucci mira, se ho ben inteso il disegno complessivo, a rappresentare l’immigrazione  straniera in Italia non come un fenomeno sociale simile a qualunque altro, bensì come il fenomeno con il quale la politica italiana (non solo essa, ma anche l’economia, il sindacato, la scuola ecc.) dovrà prima o poi fare i conti in maniera seria essendo esso il principale fattore di sviluppo e di cambiamento nei prossimi decenni. D’altra parte, che le migrazioni costituiscano un fattore di cambiamento e di sviluppo, per noi italiani non dovrebbe rappresentare una novità: la nostra emigrazione, tanto quella esterna che quella interna, ha svolto, a partire dall’Unità d’Italia fino ai decenni del boom economico, un ruolo rilevantissimo, cambiando e sconvolgendo fin nel profondo quelle strutture e quei rapporti sociali che per secoli erano sembrati inamovibili.

A questo proposito vorrei ricordare che il lavoro di Colucci sull’immigrazione straniera in Italia giunge a distanza di alcuni anni dall’altrettanto pregevole sua ricerca dedicata alla nostra emigrazione in Europa nel dopoguerra: “Lavoro in movimento. L’emigrazione italiana in Europa 1945/1957”, Donzelli, Roma 2008.

Mettere a confronto, o almeno richiamare alla memoria, ogni volta che il discorso cade sull’immigrazione straniera, che le storie collettive e/o individuali dei migranti si assomigliano tutte in maniera impressionante, nonostante le differenze di lingua cucina e religione, basterebbe ciò ad evitare paure, diffidenze, minacce o peggio, così come ad evitare di trasformare la questione dell’immigrazione in un problema di sicurezza o di ordine pubblico.

È ovvio, però, che, trattandosi di una vera e propria storia, la ricerca di Colucci non può non soffermarsi su quei fatti che hanno segnato, in maniera clamorosa e dolorosa al tempo stesso, la storia delle comunità di immigrati in Italia: a partire dall’assassinio del sudafricano Jerry Masslo (1989), agli incredibili sbarchi di migliaia di profughi albanesi nei porti pugliesi (1991), dalla strage dei sei braccianti ghanesi nella campagna di Castelvolturno (2008), alla rivolta di Rosarno del 2010; per non parlare delle innumerevoli “tragedie del mare” (naufragi di gommoni e di varie imbarcazioni, con centinaia e centinaia di morti), delle quali non si può tralasciare di ricordare quella di Lampedusa avvenuta il 3 ottobre 2013 e che è costata la vita a 368 migranti.

Eppure che l’immigrazione non sia soltanto un problema, sociale o securitario, dovrebbe essere chiaro a milioni di nostri connazionali, solo se si pensi ai positivi effetti del lavoro dei migranti (tanto quello regolare, quanto quello purtroppo irregolare) sulla nostra economia, in ogni suo settore, da quello agricolo a quello industriale e dei servizi. Così come, ormai da anni, è acquisita la consapevolezza da parte dei lavoratori immigrati stessi, di rappresentare essi una grande risorsa per l’Italia.

In un documento redatto nel 2010 dai lavoratori africani di Rosarno si potevano leggere queste parole: “Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono. Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze”.

Ecco, se dovessimo scegliere dei concetti per concludere questa breve recensione, potremmo sottolineare alcune delle parole contenute in questo documento: “esseri umani”,  “lavoro”, “speranza”. Non esiste lavoro che non sia prodotto dal sudore e dalla fatica (ma anche dall’intelligenza e dal bagaglio di conoscenze) di un essere umano il quale, solo attraverso un lavoro dignitoso e soddisfacente può nutrire la speranza di un futuro e contribuire a migliorare le sorti del Paese in cui vive.

Un altro aspetto del fenomeno immigrazione, nel quale è immediatamente percepibile il formidabile contributo offerto dagli immigrati allo sviluppo e al rinnovamento del nostro Paese, è quello costituito dall’istruzione. Nel mondo della scuola l’integrazione tra le diverse culture e le differenti etnie è un processo ormai in avanzato stato di realizzazione. Ciò grazie al lavoro degli operatori della scuola (docenti, dirigenti scolastici, personale ATA) ma anche ad una legislazione che, a partire dal D.P.R. n. 394/1998 e dalle successive linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri (2006), si è dimostrata complessivamente all’altezza nel compito di indicare principi, strumenti e metodologie adeguati per un inserimento e un’integrazione degli alunni stranieri in un contesto sociale nel quale l’azione di reciproco riconoscimento e arricchimento, di collaborazione, di cooperazione, di ricerca e di scoperta ha dato, nel corso di questi ultimi decenni, risultati molto positivi.

 

Francesco Sirleto


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