Fake news sul referendum sul divorzio

Aldo Pirone - 29 Aprile 2019

Nell’editoriale dell’Espresso di questa settimana, il direttore Marco Damilano si diffonde sulle vicende politiche in corso. Tra tante cose scritte, fa risalire il risultato elettorale del 4 marzo dell’anno scorso agli effetti prolungati della vittoria del NO referendum nel dicembre 2016 sulla riforma costituzionale voluta da Renzi. “Qualcosa di simile – dice – al referendum sul divorzio del 12 maggio 1974, vinto dai radicali, che rivelò un’Italia cambiata …”.

La frase di Damilano è stata ripresa, ovviamente, nella rassegna stampa di radio radicale di ieri mattina condotta da Marco Cappato. E’ interessante notare che nella generale smemoratezza storica, attivamente coltivata dall’ignoranza crassa di politici e giornalisti, è ormai divenuta senso comune l’opinione che in Italia, prima la legge sul divorzio e poi la vittoria del ’74 contro gli abolizionisti democristiani guidati da Fanfani e i fascisti da Almirante, siano tutto merito dei radicali. Questi ultimi, da parte loro, hanno fatto di tutto e di più per accreditare simile opinione facendo “strage”, per usare un termine da loro frequentemente usato, di verità storica.

E’ vero che i radicali sono sempre stati per il divorzio, che ne reclamarono a gran voce l’introduzione fin dal 1965 con la fondazione della Lega italiana per il divorzio (Lid), ma non furono loro a farlo. La legge 352/70 (Fortuna-Baslini) fu votata nel dicembre 1970 da un Parlamento dove i radicali non c’erano. A votare quella legge furono il Pci, i socialisti di Psiup e Psi, i socialdemocratici Psdi, i repubblicani, i liberali e la sinistra indipendente.

A parte, per usare un eufemismo, questo dettaglio, il referendum del ’74 fu vinto essenzialmente per tre ragioni.

La prima è che la legge era stata provata per più di tre anni dagli italiani e non aveva creato nessuno degli sconquassi che Fanfani e Gabrio Lombardi (il promotore del comitato abrogazionista) andavano paventando nelle piazze. Anzi aveva sanato molte situazioni familiari difficili, divenute insostenibili.

La seconda ragione fu una campagna elettorale condotta dal fronte laico all’insegna della civiltà e con un dialogo costante con le forze cattoliche che disapprovavano la condotta di Fanfani e del Vaticano di Paolo VI che, però, pur contrario al divorzio ed essendosi addirittura appellato al rispetto del Concordato, non fece una crociata del tipo di quelle in uso, per intenderci, ai tempi di Pio XII. Il Concilio Vaticano II voluto da Papa Giovanni XXIII aveva già inferto colpi pesanti all’integralismo cattolico.

Terza ragione, strettamente legata alla seconda, fu che i toni laicisti e anticlericali non ebbero spazio in quella campagna elettorale. I leader dei partiti del fronte divorzista s’impegnarono a fondo; in primis proprio Berlinguer e il Pci, sebbene avessero cercato fino all’ultimo di evitare il referendum considerato una iattura per il paese e per le masse popolari. Ma la società civile italiana era assai più avanti e matura dei loro timori, anche grazie alle lotte politiche e sociali condotte in quegli anni, di cui i comunisti furono parte promotrice essenziale, e a una nuova generazione studentesca e libertaria rivelatasi nel sommovimento del ’68. Infine, ma non per ultimo, ci sarebbe da considerare che nel fronte divorzista e laico c’erano partiti di massa profondamente innervati nella società; essi avevano una grande capacità di mobilitazione e intelligenza popolare che si espresse appieno. Anche le organizzazioni sindacali, allora molto influenti, come la Cgil, l’Uil e gran parte della Cisl si impegnarono a fondo insieme al vasto associazionismo progressista e di sinistra. Insomma fu tutto un campo democratico e di massa con l’apporto di settori significativi del cattolicesimo democratico che scese in campo determinando la vittoria del 12 maggio. A usufruire maggiormente di quel risultato fu, non a caso, il Pci che nei due anni successivi ottenne un’avanzata strepitosa nelle elezioni amministrative (’75) e politiche (’76). Berlinguer parlò di “carattere liberatorio” del risultato referendario, suscitando qualche gelosia fra i socialisti che recriminarono dicendo che mentre loro avevano “scosso l’albero” i frutti li avevano raccolti i comunisti.

Certo, nella lotta per il diritto a divorziare civilmente ci furono anche i radicali. Alcuni loro slogan furono molto efficaci, ma dire, come fa Damilano, che a vincere il referendum furono loro, è falsificare la storia.  E anche la cronaca.

 

Aldo Pirone


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