“Fate Pernacchie”

Aldo Pirone - 24 Giugno 2017

“Indovina chi viene a cena?” è un cult movie. Com’è noto è la storia di un vecchio liberal rooseveltiano americano, interpretato da Spencer Tracy, i cui princìpi antirazzisti vengono improvvisamente messi alla prova dalla figlia che vuole sposare di corsa un giovane nero, John Prentice, interpretato da Sidney Poitier. E’ stato l’ultimo film di Tracy con accanto la compagna Katharine Hepburn. Dopo una lunga resistenza dettata dall’affetto per la figlia che lo porta a guardare la cosa dal punto di vista del realismo e della praticità e che lo vede determinato a opporsi e a consigliare i giovani amanti a non sfidare così apertamente i pregiudizi razziali ancora molto diffusi in America, alla fine, dopo un colloquio con la madre di Prentice, torna in sé. “Ma mi venisse un corno!” esclama. La donna gli aveva domandato che cosa accade ai vecchi da non fargli più ricordare le loro passioni giovanili e a non riconoscerle più nei propri figli. La scena finale è dominata dal discorso magistrale di Tracy davanti a tutti i protagonisti della commedia. A un certo punto ci tiene a rispondere alla madre di Prentice. “Lei ha torto signora – dice -, ha torto assolutamente. Riconosco che non l’avevo considerato, che non ci avevo neanche pensato ma so con esattezza quello che lei sente. E non c’è niente nel modo più assoluto che suo figlio sente per mia figlia e che io non abbia provato per Christina. Vecchio…sì. Avvizzito, sicuro. Però vi dico che i mei ricordi ci sono tutti. Chiari, intatti, indistruttibili. E così rimarranno campassi cent’anni”. E se quelli dei ragazzi che qui si amano – aggiunge in sintesi – fossero solo la metà di ciò che ho sentito per mia moglie, sarebbero più che sufficienti per sfidare gli ostacoli, i pregiudizi, l’ignoranza di almeno cento milioni di americani che non avrebbero visto di buon occhio l’unione di un nero e di una bianca.

Il contenuto del film e il conflitto che lo attraversa mi sono venuti in mente leggendo la risposta che Michele Serra dava a Tomaso Montanari mercoledì scorso su “la Repubblica” a proposito delle prospettive della sinistra e del PD. A un Montanari che propone di ricostruire la sinistra partendo dai contenuti progressisti della Costituzione e da conseguenti politiche che allo stato delle cose sarebbero alternative a quelle perseguite da Renzi e dal PD giudicate di destra, Michele Serra oppone considerazioni di realismo politico basate sul conteggio dei voti, sic stantibus rebus (stando così le cose), e sulla considerazione che “Essendo Renzi segretario del Pd a furor di primarie (io, tanto per chiarire che il nostro è un dibattito tra piccoletti, ho votato per Orlando)” posso assicurarti che qualunque progetto di una maggioranza di centrosinistra è costretto, ripeto costretto a tenerne conto”.

Naturalmente quali dovrebbero essere i contenuti oggi di una rinnovata alleanza di “centrosinistra” con il PD, Serra non li accenna neppure, a parte un breve riferimento allo ius sòli. Anche perché dovrebbe parlare di lavoro, di occupazione, di politiche e diritti sociali che non possono essere espunti dai cosiddetti diritti civili, ma ne dovrebbero costituire il fondamento indissolubile per una politica progressista. E di comportamenti etici altrettanto importanti.

Il discorso di Serra, ma di tanti “saggi commentatori” come lui in questi giorni, è tutto centrato sugli schieramenti in presenza, dove i contenuti dell’agire politico e della costruzione o ricostruzione di una forza di sinistra, conditio sine qua non (condizione indispensabile) per qualsiasi discorso sulle alleanze, e di un blocco sociale conseguente con tempi necessariamente non brevi, non vengono percepiti neanche lontanamente. Eppure quelle sui rapporti di forza da mutare, delle alleanze sociali e politiche da comporre attraverso la lotta per imporre con i fatti di un consenso crescente i contenuti di una politica progressista, erano i pensieri dominanti della sinistra ammaestrata da Gramsci cui, da giovane, Serra aderiva convintamente. Anche con qualche irriverenza, se non ricordo male, verso i suoi riti e i suoi dirigenti comunisti considerati un po’ troppo seriosi, se non addirittura barbosi. Erano pensieri in cui il “dover essere” guidava l’azione, partendo dalla valutazione esatta dei rapporti di forza sociali e politici esistenti in quel momento. Il realismo non era la resa allo stato di cose presente, ma il punto di partenza per mutarlo in avanti. E oggi è realistica la constatazione di quanto ci sia da fare per mutare rapporti di forza enormemente favorevoli, anche sul piano ideale, ai potentati economici neoliberisti da una parte e dall’altra alle destre nazionaliste, xenofobe e sovraniste, che dominano la scena. La scorciatoia politicista non è realismo è illusione ottica.

Che cosa è successo, dunque, per far decadere e dimenticare quell’antica tensione giovanile? Che cosa è successo al vecchio Serra come a tantissimi altri come lui, che pur hanno avuto e sentito quelle passioni intelligenti, quell’impegno e quella tensione al futuro? E’ accaduto che c’è stata una sconfitta epocale del socialismo in tutte le sue versioni e gradazioni, utopiche e meno utopiche, comuniste e socialdemocratiche, travolte dall’irrompere e dal prorompere del neoliberismo. Una sconfitta di lungo periodo segnata da un lungo declino della sinistra italiana ridotta alle sue macerie materiali e morali attuali. E, di conseguenza, una disillusione e uno scetticismo permanente verso tutto ciò che si propone di cominciare a cambiare lo stato di cose presente. Come il tentativo che Montanari e tanti altri giovani presenti al Brancaccio domenica scorsa vorrebbero mettere in campo. “Voglio aggiungere solo questo: sono troppo vecchio ormai, – dice Serra rivolgendosi al suo interlocutore – per non sapere come andrà a finire il vostro tentativo di fare a meno del Pd. Andrà a finire con l’ennesimo flop, perché la politica non è campo per i virtuosi. È campo per gli sgobboni, che cercano il difficile punto di equilibrio tra la virtù e la realtà, dando il dovuto rilievo all’una e all’altra. Ripeto: all’una e all’altra”. Come se la politica malata di oggi non sia, per l’appunto, il frutto della messa da parte per alcuni lustri della virtù e dei virtuosi in nome di un realismo avvinghiato in modo subalterno allo stato di fatto. Sarebbe interessante sapere da Serra se i commerci politici del PD renziano e pre renziano con Berlusconi e Verdini, in predicato per divenire addirittura padri costituenti, e tante altre porcherie bipartisan o soltanto errori commessi in solitaria, siano da annoverare fra i punti di equilibrio “tra la virtù e la realtà”. O, invece, un accomodamento senza virtù con il paravento ipocrita del realismo.

Si può anche essere sconfitti nella vita e nella storia, ma quando questa sconfitta diventa non ripensamento critico e anche autocritico spietato e perfino eccessivo ma scoraggiamento e scetticismo riversato sul futuro e su quei giovani che vorrebbero, anche sbagliando a volte ma certamente sgobbando, e virtuosamente sgobbando, come hanno fatto nelle ultime campagne referendarie, rimettere in piedi qualcosa di consistente e di pulito a sinistra partendo dalla Costituzione, è deprimente. Meriterebbero qualche buon consiglio e qualche incoraggiamento per andare avanti e non l’avvizzito rimprovero, ammantato di vecchia saggezza, che non riesce a immaginare null’altro che non sia la riproposizione della minestra riscaldata e fallimentare del vecchio centrosinistra con tutti i suoi “realistici” opportunismi prescindenti da contenuti programmatici adeguati e da mezzi coerenti per perseguirli. Bisogna, dunque, che la politica della sinistra torni a essere il teatro dei virtuosi che sgobbano per il bene comune e l’interesse pubblico e generale e non per sgobboni intriganti e ciarlatani. Se, invece, ci s’ingegna a far passare quei giovani per estremisti da una parte e poveri illusi dall’altra, significa non solo che si è stati sconfitti ma che ci si è arresi; non al realismo politico ma alla realtà di una società diseguale e ingiusta, soprattutto con le nuove generazioni. Significa che, tutto sommato, ci si sente fra i “garantiti” nella società delle diseguaglianze e che si teme, nel proprio subconscio, che qualcuno possa rimettere troppo in discussione equilibri sociali ed economici così personalmente appaganti e soddisfacenti. Che si è avvizziti nell’animo e non solo nel corpo.

Tutto il contrario del vecchio Matt Drayton, alias Spencer Tracy, che alla fine, tornato il vecchio leone liberal, rivolgendosi alla figlia e al suo giovane amante nero, gli dice: “Fate pernacchie” a quelli che cercheranno di ostacolarvi “per i loro pregiudizi, per la loro bigotteria”.

 


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