Foresta di fiori di Ken Saro-Wiwa

Protagonista di fatto del libro è la Nigeria degli anni.'80
Maria Pia Santangeli - 2 Novembre 2015

Foresta di fiori ( A Forest of Flowers) è stato il primo libro di Ken Saro-Wiwa pubblicato in Italia – nel 2004 –  dalla coraggiosa casa editrice Socrates di Roma ed è stato ristampato nel 2009.

Già nel titolo l’ironia che percorre tutto il libro è totale: non c’è la foresta avventurosa del nostro immaginario, piuttosto c’ è la gente della Nigeria.

Diciannove racconti, diciannove storie, uomini e donne, analfabeti e laureati, giovani e vecchi, mendicanti e affaristi, poliziotti corrotti e candidi cantastorie, casalinghe e camerieri, abitanti della città e abitanti dei villaggi, in particolare di Dukana, il villaggio simbolo. Ognuno colto in un segmento della sua vita quotidiana, ognuno che racconta, spesso in prima persona in una scrittura chiara, asciutta, ritmata da brevi frasi, con frequenti dialoghi vivacissimi.

download (7)Libro corale dunque: protagonista di fatto è la Nigeria degli anni.’80, vista nella sua complessità, in bilico fra quello che noi occidentali chiamiamo progresso e le superstizioni del passato, fra il desiderio di riscatto e di onestà e la corruzione imperante, fra la ricchezza di pochi e la povertà di molti. Contraddizioni stridenti che si risolvono armoniosamente solo nell’unitarietà della scrittura – questo il fascino principale del libro-  che riflette lo sguardo in parte amaro,  ma più spesso affettuosamente ironico e divertito con cui lo scrittore osserva il suo popolo e in qualche modo se stesso.

Progres [un  vecchio camion traballante] era l’ orgoglio di Dukana, il suo collegamento rapido con il mondo moderno, con la città di mattoni dove attraccavano le navi, dove si compravano e si vendevano merci straniere. Percorreva quella strada ogni giorno e tutti lo tenevano in alta considerazione. Era una superba testimonianza dello spirito moderno, progressista e cooperativo di Dukana. Nonostante l’avviso di pessimo auspicio sulla sua sponda ribaltabile, “attento a dove metti la testa”, ero felice che ci si potesse viaggiare.

La denuncia, le amare considerazioni sul penoso destino del suo popolo costretto a vivere – o meglio a sopravvivere – in un territorio desolato, ferito dall’inquinamento, restano quasi sempre nello sfondo. Le fiammate dei pozzi di petrolio appaiono soltanto qua e là nel mezzo di una descrizione o di un dialogo e per questo diventano più reali, più vere.

Vedevamo spesso in lontananza una fiammata di gas, che ci rammentava che questo è un paese ricco di petrolio e che proprio dalle viscere di questa terra proveniva il liquido tanto ambito, che alimentava gli ingranaggi della civiltà moderna […] E il mio pensiero andò agli uomini e alle donne di Dukana che recitavano la propria vita sullo sfondo di grandi forze che non avrebbero mai capito.

E altrove: Un’anziana donna si era avvicinata a lui zoppicando: “Figlio mio sono arrivati stamattina e hanno scavato tutto il mio terreno. Hanno falciato il sudore della mia fronte, l’orgoglio di mesi di attesa. Dicono che mi daranno un risarcimento. Posso risarcire le mie fatiche? La gioia che provo quando vedo spuntare le piante? La rivelazione di cui Dio mi fa dono nella vecchiaia? O figlio mio cosa posso fare?” Cosa poteva rispondere lui adesso? “ Esaminerò la questione più tardi “. Aveva risposto umilmente

gasdotto-nigeria-europa-fameEsaminare la questione più tardi? Riuscì quasi ad odiarsi per aver detto quella bugia. Maledisse quella terra che faceva sgorgare il petrolio. Oro nero lo chiamavano. E maledisse gli dei che non prosciugavano i pozzi. Che importava che ogni giorno fossero estratti ed esportati milioni di barili di petrolio fin quando questa povera donna piangeva queste lacrime di disperazione? […] Ma gli avvocati erano alle dipendenze delle compagnie petrolifere e i governanti erano alle dipendenze degli avvocati. Quindi come poteva esaminare la questione più tardi?. Avrebbe dovuto dire alla donna di disperarsi. Di morire. Di non vivere nella morte. Questo sarebbe stato più rispettabile.

Eppure più che dalla denunci

Ken Saro-Wiwa nel 1993

Ken Saro-Wiwa nel 1993

a, che pure è presente ma non prevale nell’insieme dei racconti, lo scrittore, in questo libro, si è lasciato prendere dal piacere di raccontare, di sorridere, raggiungendo in questo modo un equilibrio sapiente tra l’amarezza e il sorriso.

Ad un poverissimo funerale, in cui il morto viene calato nella fossa senza neanche uno straccio che lo avvolga, un amico del defunto pronuncia un saluto di commiato: – Tu giaci qui coraggioso cacciatore. Giaci, pover’ uomo, lontano dagli esattori delle tasse, i grandi mentitori. Hai pagato l’ultima tassa a Oyeoku, il tuo dio. Giaci e guardaci vivere lentamente questa morte nella vita, la nostra vita che è un peso e un orrore. Ma guardaci sorridere come la luce del sole, cantare come il grillo, nonostante tutto

Un libro scritto magistralmente, un incitamento alla vita – nonostante tutto – che fa riflettere molto e molto sorridere e soprattutto amare Ken Saro-Wiwa non solo come un eroe dei nostri tempi, ma come scrittore di originali capacità narrative.

Certamente la Nigeria in questi vent’anni dalla morte di Ken Saro-Wiwa è cambiata. Ora, raramente giunge a noi occidentali qualche notizia di un oleodotto che perde barili di petrolio devastando terra e acque. Il delta del Niger è lontano, dimenticato. Ora è Boko Haram che fa notizia per le sue atrocità. Ma il disastro ecologico perpetrato dalle compagnie petrolifere resta – e continua ad allargarsi – nel  quasi totale silenzio dell’informazione.


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