Gay Comune e associazioni: più telecamere al Gay Village

Azuni: "perché ci si allarma sempre sul latte versato?"
di Alessia Ciccotti - 27 Agosto 2009

Dopo l’aggressione ai due omosessuali e il danneggiamento del Qube, locale gay molto in voga a Roma, il Comune e le associazioni Glbt (Gay, lesbiche, bisessuali, transgender) hanno approvato l’istallazione di un maggior numero di telecamere intorno al Gay Village alle Tre Fontane.

Dal sito del Comune di Roma si apprende inoltre che Campidoglio e associazioni omosessuali si sono trovati in sintonia anche sull’istituzione di un osservatorio sull’intolleranza sessuale, patrocinato e sostenuto economicamente dal Comune, con tutte le associazioni, e che l’amministrazione comunale ha assicurato il suo appoggio al progetto di legge che prevede l’aggravante per intolleranza sessuale nei reati contro la persona, perché «contro l’intolleranza omofoba – ha sottolineato il Sindaco Alemanno – l’amministrazione capitolina è in prima linea, dato che la legge e il rispetto dell’essere umano devono valere per tutti, senza eccezioni».

Ma la questione riporta inevitabilmente in luce vecchie riflessioni e antiche domande, sempre le stesse, sempre le solite, che ad ogni occasione mettono di nuovo in moto la rincorsa fra impegni presi, promesse fatte e, ovviamente, polemiche. L’ultima è quella dell’onorevole Maria Gemma Azuni, membro del Consiglio comunale per il Gruppo Misto, la quale si domanda: «Dobbiamo aspettare il sacrificio umano per vedere che a Roma c’è omofobia? Come mai ci si allarma sempre quando il latte è versato? La soluzione è mettere telecamere e maggiore controllo? Cosa deve ancora succedere per aggravare la pena nei reati contro la persona gay?».

Tutti interrogativi leciti e sacrosanti, guai se nessuno se li ponesse, anche solo quando si presenta l’occasione giusta. Ma come mai, ci chiediamo noi, nonostante ogni volta ci sia qualcuno che li ripropone, prima o poi torna sempre quel momento giusto per porsi ancora, di nuovo, i medesimi antipatici dilemmi? La risposta, forse, almeno per questa volta, ce la da la stessa Azuni che dice: «Fatico ad usare la parola “diverso” perché ancora viene interpretata come “differenza” e non come possibilità per aprire gli occhi verso una reale responsabilità collettiva. Sono veramente stanca – prosegue – che per il potere e l’autoreferenzialismo si giochi sulla pelle delle persone e sulla libertà dell’individuo. Non è certo con le annunciate visite di cortesia che si promuove la cultura dell’integrazione, né serve accettare compromessi, se poi non si ottengono azioni politiche concrete».

«Chiedo alle cariche politiche ed istituzionali – conclude la Azuni – agli esponenti delle associazioni gay, di porre la massima attenzione sulle modalità con cui si vuole portare sicurezza, libertà di scelta, progetti d’ integrazione e il rispetto alla persona con azioni di sistema nella nostra città». Che sia la volta buona?


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