Holden, ritratto dell’artista da adolescente incompiuto

Per una rilettura a dieci anni dalla morte, all’età di 91 anni, dello scrittore americano Jerome David Salinger
Francesco Sirleto - 26 Gennaio 2020

Sono passati dieci anni dalla morte, all’età di 91 anni, dello scrittore americano Jerome David Salinger, al cui nome è legato un unico romanzo, pubblicato nel 1951 e ben presto tradotto in tutte le lingue del  mondo: Il giovane Holden. Un romanzo che, a quasi 70 anni dalla sua comparsa, non smette di essere letto dai giovani e dai non più giovani. Un romanzo alla cui fama ha contribuito la scelta, compiuta dall’autore, di isolarsi completamente dal mondo, di non concedere interviste, di non pubblicare più nessuna di quelle molte opere che, nel silenzio del suo ritiro in una modesta casa di campagna, ha continuato a scrivere fino alla sua morte. Per rendere omaggio al grande scrittore e per aiutare i giovani adolescenti di oggi ad accostarsi alla lettura della sua unica opera, almeno al momento, disponibile al pubblico, ripubblichiamo una breve recensione di Francesco Sirleto apparsa nel 2002 in occasione di una sua ennesima edizione.

“Il giovane Holden”, di J. D. Salinger, un capolavoro della narrativa americana del Novecento, ma anche un ennesimo fantastico contributo al tema universale dell’adolescenza e della prima giovinezza, l’età dell’incompiutezza e della precarietà, della lotta quotidiana per la formazione di una personalità autonoma e di una visione del mondo non condizionata dai casuali accadimenti esterni. Un libro che ha rivoluzionato il linguaggio letterario e cinematografico.

 

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“Dico giorno e notte perché voi sapete, Ferdinando, che non la smettono mai nemmeno di notte di fornicare nei sogni, quei porci! E’ tutto dire! Ti scavo il comprendonio! Te lo dilato! Te lo tirannizzo! E intorno a loro esiste più soltanto uno schifoso guazzabuglio di rimasugli organici, una marmellata di sintomi di delirio in composta che gocciolano e ricadono dappertutto. Si hanno le mani piene di quanto rimane dello spirito, si diventa invischiati, grotteschi, sprezzanti, puzzolenti. Tutto crollerà, Ferdinando, il grande squagliamento! Voi siete giovane! Lo vedrete! …

(L. Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte)”.

 

Ciò che innanzitutto colpisce, nella lettura de “Il giovane Holden” di J. D. Salinger (ristampato e diffuso di recente dal quotidiano “La Repubblica”, nella collana Novecento), è il linguaggio, apparentemente del tutto nuovo e assolutamente tutt’altro che letterario. E’ il linguaggio, povero lessicalmente ma ricco di espressioni gergali e di termini e costrutti mutuati dalla lingua parlata, adoperato dai giovani adolescenti di ogni parte del mondo: interiezioni, ripetizioni, sovrabbondanza di coordinate, assenza di subordinate (un tempo si sarebbe detto: la paratassi al posto dell’ipotassi) e, sul piano dei contenuti, una presenza a volte esorbitante e fastidiosa del turpiloquio. Un linguaggio che, a ben guardare, ha invaso la nostra vita quotidiana – contrassegnata dall’ingombrante presenza dei media, in primis della televisione – facendo perdere, tuttavia, alle parole e alle proposizioni, che ne costituiscono il patrimonio segnico, qualsiasi originario riferimento al sesso e alle attività ad esso connesse.

Salinger, nello scegliere tale tipo di codice linguistico, si è volutamente calato, a partire dalle forme espressive, nella testa e nel modo di atteggiarsi di un sedicenne americano, proveniente da buona famiglia di media borghesia, in un’epoca (immediato dopoguerra) in cui il cinema, la radio, la televisione, la pubblicità, il consumismo, avevano già abbondantemente operato quella manipolazione delle coscienze che sociologi del calibro di Adorno e di Horckheimer, prima, e di Marcuse poi, avevano già descritto e analizzato nei loro testi (interessante sarebbe oggi una rilettura, anche parziale, de L’uomo ad una dimensione, dell’ingiustamente obliato Marcuse).

Il tema dell’adolescenza e della prima giovinezza, del resto, non è nuovo, nella storia della letteratura: a tal proposito si potrebbero citare I dolori del giovane Werther di Goethe, oppure Ritratto dell’artista da giovane di Joyce, o America di Kafka, o anche I turbamenti del giovane Toerless di Musil, e perfino Viaggio al termine della notte dello scrittore maledetto L.-F. Céline. In tutte queste opere l’adolescenza viene, per così dire, vivisezionata, messa a nudo in tutti i suoi aspetti, considerata nelle sue caratteristiche d’imperfezione, d’incompiutezza, di non-forma, di irrisolta e inquieta transitorietà tra l’infanzia e la maturità, ma anche di ricerca, di lotta, di autosuperamento, percorso accidentato in vista della formazione di un’autonoma personalità e di una visione del mondo che non sia più presa in prestito o condizionata dai casuali e accidentali accadimenti esterni.

Anche nel romanzo di Salinger si prendono di petto gli innumerevoli risvolti di una ricerca di una “forma” che continuamente sfugge. Ciò che differenzia “Il giovane Holden” dalle opere sopra citate è, oltre al linguaggio, la capacità di affrontare il tema “in presa diretta”, dall’interno: l’io narrante è lo stesso Holden, questo adolescente inquieto e ribelle, insofferente delle regole e delle convenzioni, che si fa espellere continuamente dalle scuole che frequenta, che fugge alla ricerca di una maturità e di un’autonomia per le quali, tuttavia, egli si sente del tutto inadeguato. Un giovane che tenta in tutti i modi di far credere di essere un ventiduenne invece che un sedicenne, che è attratto dal sesso (la chiave d’ingresso nell’età adulta) ma, contemporaneamente, non può fare a meno dell’affetto della sorellina Phoebe, di dieci anni, simbolo dell’infanzia innocente e sicura di sé.

La fuga di Holden dalla scuola (a proposito: tra le righe si pronuncia, nel romanzo, un’aspra sentenza di condanna nei confronti di un sistema educativo, quello americano, che proprio negli ultimi decenni ha bruciato, nei clamori e nei lutti suscitati dalle infinite stragi compiute nelle scuole da adolescenti non-si-sa-come-armati di micidiali strumenti di morte, le ultime residue potenzialità innovative), sebbene possa sembrare il contrario, rappresenta l’estremo tentativo di opporsi all’incombere dell’età adulta e al suo codazzo di compromessi, conformismi, adattamenti alle convenzioni e ai modelli di comportamento imposti da una società atomizzata e disumanizzante.

 

Francesco Sirleto

 


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  Commenti: 2


  1. Secondo me un romanzo sopravvalutato. Basta con questi baricchismi!

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