I prigionieri di guerra italiani in Austria

Giorgio Giannini - 6 Novembre 2022

Oltre 600.000 soldati italiani (il 3% dei quali – 19.500 – sono Ufficiali) sono fatti prigionieri dagli Austriaci e dai Tedeschi (la metà in occasione della “disfatta di Caporetto”, nell’ottobre 1917) e internati nei Campi di concentramento in Austria (400.000) ed in Germania (200.000). Quasi 100.000 (il 17%) muoiono di fame, per la carenza di cibo, e per le malattie, specie negli ultimi anni del conflitto.

Il numero dei prigionieri è impressionante. In pratica, un militare italiano su dieci è fatto prigioniero, considerato che complessivamente furono mobilitati per la guerra circa 5.700.000 cittadini. Addirittura, un soldato su sette, considerando che le truppe operative, schierate nella “Zona di guerra”, comprendevano circa 4.200.000 militari. Al “fronte” però ci sono i 3/4 dei soldati semplici arruolati, prevalentemente contadini ed in gran parte analfabeti, e solo la metà degli Ufficiali in servizio.

La percentuale dei prigionieri italiani è molto elevata, in rapporto a quelle degli Eserciti degli altri Paesi belligeranti. Infatti, i Francesi hanno avuto 540.000 prigionieri, su circa 8.400.000 soldati mobilitati, e gli Inglesi 190.000, su 8.900.000 chiamati alle armi (compresi quelli delle Colonie e dei Dominions).

Inoltre il nostro Paese ha anche il triste primato dei prigionieri deceduti: circa 100.000, il 17% del totale. Invece, i soldati francesi morti in prigionia sono stati circa 40.000, cioè circa il 7%.

Pertanto, il soldato italiano aveva in prigionia una probabilità di morire maggiore che al “fronte”, dove la mortalità era del 10%. Infatti, su circa 650.000 morti in guerra, circa 400.000 morirono in prima linea, dove furono schierati in tutto il conflitto circa 4.200.000 militari.

Gli Ufficiali morti in prigionia, invece, sono stati solo 550, cioè il 2,5% del totale.

L’altissima percentuale di morti in prigionia deriva dal fatto che i nostri soldati sono stati abbandonati al loro destino dal nostro Governo, poiché erano considerati vigliacchi e traditori, dato che si erano arresi al nemico invece di continuare a combattere. In pratica, i prigionieri erano considerati disertori e come tali trattati. In particolare, Gabriele D’Annunzio, li chiamava “imboscati d’oltralpe”.

Infatti tutti i Governi che si susseguirono negli anni del conflitto decisero di non inviare ai nostri prigionieri nulla: né alimentari, né abiti, né scarpe invernali. Pertanto, i nostri soldati prigionieri morirono essenzialmente per il freddo, le malattie e di fame, soprattutto negli ultimi anni de1 conflitto quando, in seguito al blocco navale applicato dal gennaio 1917 agli Imperi Centrali dai Paesi della Triplice Intesa, la popolazione tedesca e soprattutto quella austriaca iniziò a patire la fame per la penuria di generi alimentari. Quindi, la Germania e soprattutto l’Austria non potevano alimentare i prigionieri di guerra, come stabilito dalla Convenzione de l’Aja del 1907, secondo la quale i prigionieri devono essere mantenuti dal Paese belligerante che li ha catturati, riservando loro un trattamento analogo a quello dei propri soldati.

Dar Ciriola

In pratica, però, la razione quotidiana di cibo per i prigionieri era costituita da una tazza di orzo, la mattina, e da una misera “minestra”, con qualche rara foglia di rapa o di cavolo, a pranzo ed a cena, con una pagnotta di pane integrale (di  neppure un kg) da dividere tra tutti gli occupanti la baracca di legno (fino a 30 persone). Talvolta, era data un’aringa o un pezzetto di carne, sempre da dividere in più persone. In questa situazione di cronica penuria di cibo, i prigionieri nascondevano per alcuni giorni (finché era possibile) i corpi dei compagni di baracca morti, per spartire tra di loro le piccole razioni di cibo che spettavano ai deceduti.

Solo i parenti potevano inviare alimentari e vestiario ai familiari prigionieri, ma questa opportunità era goduta in genere solo dagli Ufficiali, dato che provenivano da famiglie benestanti. Anche per questo motivo, oltre che per il fatto che non erano obbligati a lavorare, la mortalità degli Ufficiali è stata molto più bassa di quella dei soldati semplici (il 2,5% contro il 17%).

La situazione alimentare dei nostri soldati prigionieri diventa ancora più critica alla fine del 1917, dopo la “disfatta di Caporetto”, con la cattura di circa 300.000 militari che porta al collasso la situazione alimentare, già precaria, nei Campi di prigionia austriaci. Per fortuna, circa 200.000 prigionieri italiani, catturati dopo Caporetto, sono inviati nei Campi in Germania, dove la situazione non è ancora critica.

Solo nell’estate 1918 il nostro Governo, guidato dal V. E. Orlando, decide di inviare in Austria 5 vagoni di gallette per i nostri prigionieri. Poi invia altri 30 vagoni di gallette in Austria e 15 in Germania. Questi sono stati gli unici interventi del nostro Governo a sostegno dei nostri prigionieri in 3 anni di guerra.

I prigionieri, tranne gli Ufficiali, sono obbligati a lavorare. Spesso si tratta di lavori pesanti, per 12-14 ore al giorno, anche in luoghi lontani dal Campo di prigionia. In genere sono impegnati nella costruzione o sistemazione di strade, di ponti, di ferrovie, di opere difensive, ma lavorano anche nelle miniere e nelle cave di pietra. La disciplina è molto rigida. Sono trattati severamente sia dai sorveglianti (che spesso sono Ufficiali italiani) sia dai Capi squadra austriaci delle Compagnie di lavoro.

Le punizioni, anche corporali, sono molto frequenti, anche per la minima infrazione. La più brutale è quella del “palo”, che consiste nel tenere appeso ad un palo il prigioniero, con le mani legate dietro la schiena e con i piedi che appoggiano appena a terra, con la punta delle dita. Per fortuna, questa punizione è abilita nel 1917.

I nostri Governi non accettano neppure lo scambio di prigionieri, soprattutto di quelli gravemente malati o feriti. Inoltre, instaurarono una rigida censura sulla corrispondenza, da e per i Campi di prigionia, soprattutto su quella inviata dai prigionieri alle famiglie, per verificare se hanno disertato o sono disfattisti. Al riguardo, nel 1917, è istituito, presso il Ministero della Guerra, l’Ufficio prigionieri, con il compito di controllare tutta la corrispondenza, anche quella inviata dai familiari ai prigionieri. L’attività di controllo e di censura è però talmente lenta, che si accumulano rapidamente grandi quantità di corrispondenza, che pertanto viene periodicamente distrutta. Al riguardo, nell’aprile 1918 sono inviate al macero ben 17 tonnellate di lettere e di cartoline.

Lo stesso “trattamento” riservato ai prigionieri, tutti i nostri Governi lo tengono anche con le centinaia di migliaia di cittadini che vivono nei territori del Friuli e del Veneto occupati dagli Austriaci dopo la “disfatta di Caporetto” dell’ottobre 1917. Il regime di occupazione militare instaurato dagli Austriaci era alquanto duro, con requisizioni continue di generi alimentari e di bestiame e con violenze sulla popolazione, specie le donne. Ciononostante il nostro Ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, nel dicembre 1917 rifiutò di rimpatriare in Italia i bambini o di trasferirli in Svizzera (che era un Paese neutrale).

Dopo la fine della guerra, con l’armistizio di Villa Giusti (Padova) entrato in vigore il 4 novembre 1918, il Governo asburgico si impegna a rimpatriare in Italia i 400.000 nostri militari prigionieri, al ritmo di 20.000 al giorno, a partire dal 20 novembre.

In realtà, i Campi di prigionia, allestiti soprattutto in Cecoslovacchia ed in Croazia, “si aprono” per lo sfaldamento dell’Esercito austriaco ed i prigionieri escono e cercano di tornare a casa da soli, a piedi o con mezzi di fortuna. Tanti muoiono durante il viaggio, per gli stenti, anche perché sono molto debilitati.

Quando arrivano finalmente in Italia, i nostri soldati sono internati in appositi Campi, allestiti in fretta in varie parti del Paese, soprattutto in Emilia Romagna, per interrogarli al fine di accertare le modalità della loro cattura, e quindi per capire se sono disertori, e per verificare se, in prigionia, sono diventati “disfattisti”. Di fatto, sono isolati, come potenziali “sovversivi” che nutrono sentimenti anti patriottici.

In particolare a Trieste affluiscono in pochi giorni circa 300.000 reduci dalla prigionia, la metà dei quali sono ammassati nel Porto e non ricevono nessuna assistenza per alcune settimane, perché considerati traditori e disertori, con la conseguenza che oltre un migliaio muoiono rapidamente per le malattie non curate e per la grave denutrizione.

Molti di questi prigionieri “rimpatriati” si dedicano all’accattonaggio ed alle ruberie per sopravvivere. La città di Trieste in pochi giorni piomba nel caos, tanto che le Autorità militari decidono di usare la forza, impiegando Reparti di Carabinieri e di Bersaglieri per riportare l’ordine in città.

Il quotidiano socialista Avanti! conduce una vivace campagna di stampa contro il Governo per il trattamento riservato ai nostri soldati reduci dalla prigionia e nel gennaio 1919 i Campi sono chiusi. I soldati rimpatriati sono inviati ai loro Reparti, dove rimangono altri mesi prima di essere finalmente “congedati” e poter ritornare alle proprie case.

In seguito, dopo un acceso dibattito parlamentare, è riconosciuta ad essi, per il periodo trascorso in prigionia, l’indennità giornaliera di guerra.

Il Parlamento istituisce la Commissione di inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti e delle norme di guerra e sul trattamento dei prigionieri di guerra, la quale, più che accertare il duro trattamento riservato ai nostri soldati prigionieri ed alle persone di lingua italiana sfollate nelle regioni interne dell’Impero asburgico, ha lo scopo di  fomentare l’opinione pubblica contro l’Austria e di  rafforzare le nostre rivendicazioni territoriali, di cui si sta discutendo alla Conferenza di pace di Parigi.

 

BIBLIOGRAFIA

L’INUTILE STRAGE. Controstoria della Prima Guerra Mondiale, Luoghi Interiori, 2018 Interiori,

Giorgio Giannini


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