I problemi della DAD che non possono essere ignorati

Tanti punti su cui riflettere
Annalisa Marcozzi - 26 Marzo 2021

La DAD, didattica a distanza, è stata l’unica soluzione che il Governo italiano ha saputo trovare per la scuola dall’inizio della pandemia, ormai più di un anno fa.

Scuole chiuse, l’apprendimento affidato a lezioni on line, studenti isolati e accesso alle lezioni affidato alla tecnologia.

È vero, c’è una pandemia, ma se si poteva giustificare una misura così drastica per la scuola il primo mese di esplosione dei contagi, poi si sarebbe dovuto pensare a misure diverse per la base della nostra società, il luogo dove non si sviluppa solo la conoscenza, ma anche la crescita tra pari, il confronto, la capacità di parlare guardando in faccia senza filtri, la socializzazione, la condivisione, la costruzione di un sistema in cui ognuno faccia la sua parte.

Uno schermo, non può sostituire il contatto. Da uno schermo non si socializza, si individualizza invece il sapere. Ed uno schermo, in questa Italia delle discriminazioni sociali non è nemmeno alla portata di tutti né economica né di conoscenza di funzionamento. In questa Italia sopraffatta dalle divisioni sociali la Didattica a distanza acuisce le differenze, favorisce l’abbandono scolastico, blocca anche il lavoro genitoriale e questo perché in Italia si fa una misura e non si pensa a tutti gli altri settori.

Non abbiamo servizi per le famiglie, non abbiamo orari flessibili diffusi per il lavoro, l’unica concessione sono stati i congedi parentali a metà dello stipendio per figli fino a 12 anni e a zero stipendio per figli dai 12 ai 16 anni.

Si minimizza l’impatto devastante sulle famiglie della DAD al grido “la scuola non è un parcheggio per i figli”! Certo che no. Ma senza alcun dubbio se i figli non vanno a scuola e non possono essere lasciati soli a casa un sostegno familiare è necessario. Ed ecco l’altra enorme contraddizione della DAD come misura per proteggere dai contagi.

 

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Coloro che non possono avere alcuna agevolazione nel lavoro, non possono prendere una babysitter e hanno i nonni a disposizione, a chi affidano i figli? Ai nonni. Quei nonni che vanno protetti. Le categorie fragili.

All’obiezione “ma se i figli stanno a casa e non vanno a scuola non contagiano i nonni”. No, però i genitori vanno al lavoro e/o i nonni escono per recarsi a tenere i nipoti. Un cane che si morde la coda.

Non è una situazione migliore per i ragazzi più grandi, delle medie e delle superiori che, se rispetto ai bambini delle elementari e più piccoli, hanno il vantaggio della maggiore autonoma personale, sono però più esposti ai danni psicologici della solitudine e della separazione.

Sono vari gli studi sul disagio psichico in adolescenti e bambini in questi mesi, dati allarmanti che emergono da fonti autorevoli come medici di ospedali pediatrici e psichiatri. Tutto questo non è un danno marginale, non sono passaggi che non lasceranno alcun segno nella società.

Cosa si poteva fare di più per la scuola? Al di là dei famosi banchi a rotelle che si sono rivelati inutili anche solo per il fatto che potessero essere utilizzati degli statici e già esistenti banchi monoposto, al di là delle lezioni con mascherina che sono difficili da sostenere per bambini e ragazzi, al di là della paura del contagio di molti insegnanti, poteva essere messa a punto da subito una riorganizzazione del trasporto pubblico, una variazione degli orari di ingresso e uscita con scaglionamenti e una fase di test COVID nelle scuole per lo screening dei bambini, dei ragazzi e degli insegnati. Quello che oggi, a distanza di un anno, si legge vorrebbe prevedere il premier Draghi per tenere aperte le scuole.

È stato troppe volte detto “La scuola è la priorità del Paese” dall’inizio di questo tempo infausto, ma sostanzialmente si sono tenute chiuse e basta.

Nel Lazio era stata lanciata una campagna di test salivari in nidi e scuole dell’infanzia alla riapertura di settembre 2020, campagna che non ha avuto alcun seguito, i risultati non sono stati diffusi e non se ne è saputo più nulla.

La scuola non è luogo di contagio primario, risulta da uno studio su 7 milioni di studenti e 700 mila insegnanti

In ogni caso, anche senza una campagna governativa di test nella scuola, i dati sui contagi che avvengono in essa qualcuno li ha studiati e qualcuno più che autorevole: un gruppo di epidemiologi, medici, biologi e statistici – tra cui Sara Gandini, scienziata dello Ieo di Milano e membro di Pillole di Ottimismo, il gruppo di scienziati cui ha dato vita il Prof. Guido Silvestri, delle Emory University di Atlanta (USA), per spiegare la pandemia in Italia con l’ottimismo che viene dalla scienza.

Lo studio condotto dal gruppo di cui fa parte la Gandini ha incrociato i dati del Miur con quelli delle Ats e della Protezione civile, coprendo più di 7 milioni di studenti e 700 mila insegnanti.

La conclusione dello studio è che “la scuola è uno dei luoghi più sicuri per le possibilità di contagio”. Sicuramente la scuola non è un luogo di contagio primario.

Uno studio come questo, su vasta scala, dovrebbe essere quantomeno preso in considerazione dal Governo e conosciuto dalla popolazione generale.

Infine bisogna analizzare anche i risvolti che potrebbe avere in futuro un’ideologia che si sta diffondendo sempre più insistentemente e cioè che la DAD potrebbe essere messa a regime e rimanere anche dopo la pandemia, in alcuni giorni della settimana, dalla scuola primaria alle superiori.

La tecnologia non va demonizzata, ma ne vanno conosciuti i rischi, in un mondo in cui la tendenza è quella di sostituire con la tecnologia molti servizi.

Ogni buon proposito può diventare controproducente nelle mani sbagliate. Tutta questa tecnologia, sempre più efficiente, che già non richiede la presenza umana in tanti settori, chi dice che un domani non potrebbe sostituire la figura dell’insegnante, con programmi di studio personalizzati per ogni studente previa fase test sempre digitalizzata e poi operazioni di verifica dell’apprendimento sempre meccanizzate?

Non è fantascienza. In alcuni campi, questo modus operandi è già qui. Riflettiamo.


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