Ignorato il Congresso del Partito del socialismo europeo (PSE) a Madrid

Le assise socialiste si sono svolte il 22 e il 23 febbraio. Varato il Manifesto programmatico per le prossime elezioni dell’Europarlamento. Manca la discontinuità con il recente passato
Aldo Pirone - 26 Febbraio 2019

“la Repubblica”, si sa, si definisce un giornale progressista, in prima fila nella battaglia contro l’assalto sovranista all’attuale Unione europea. Non passa giorno in cui nel quotidiano di via Cristoforo Colombo non c’è un “vade retro” contro i nazionalisti-sovranisti-xenofobi domestici ed europei e, di contro, l’esaltazione d’improbabili salvatori, tipo Macron (della Merkel non se ne parla più perché in uscita) e, si parva licet, l’incredibile Calenda, in grado di fare argine agli Orban, ai Kaczyński, ai Salvini, alla Le Pen e camerati al seguito. E non c’è domenica, ovviamente, in cui nei suoi articoli di fondo, sempre più prolissi quanto sconclusionati, l’ex nonno di Renzi, Eugenio Scalfari, il vate e fondatore del giornale, non lacrimi sul destino cinico e baro che vede i barbari alle porte di Strasburgo e Bruxelles, passando per Parigi, Roma, Varsavia, Budapest, Praga, Berlino ecc.

Ho sfogliato e risfogliato per tre giorni questo giornale campione di europeismo per leggere qualcosa sul Congresso svoltosi venerdì e sabato scorsi a Madrid del Partito socialista europeo in cui è stato presentato il Manifesto programmatico per le prossime elezioni di maggio dell’europarlamento. “Zero tituli”, zero commenti, zero informazioni. Evidentemente il Pse non fa notizia, nel bene o nel male, per il quotidiano discendente, tramite, Scalfari, dai Fratelli Rosselli.

Per la verità “la Repubblica” del nuovo direttore Carlo Verdelli non è il solo grande organo d’informazione ad aver “bucato” la notizia del Congresso dei socialisti europei, per altro non improvvisa e nota da tempo. Sta di fatto che l’avvenimento non è all’attenzione di quasi nessuno. Sia per l’estrema provincialità della politica italiana, sia perché a dominare nei mass media il dibattito sull’Europa qui da noi, finora, sono le sbruffonate propagandistiche dei sovranisti di destra contrapposte ai flebili lagni delle élite moderate semi sovraniste che si sforzano di chiamare a raccolta per difendere la loro Europa. Senza alcuna consapevolezza da parte di costoro –  anche perché ripropongono le stesse ricette avvolte in una spessa nube di retorica – che sono stati proprio essi che hanno aperto la strada ai nazionalsovranisti, alzandogli le vele con la loro politica economica fondata sull’austerità neoliberista. I partiti socialisti europei sono stati subalterni a codeste élite moderate delle proprie borghesie nazionali e si sono malinconicamente avviati, chi più chi meno, verso un disonorevole declino elettorale, culturale e organizzativo.

Le prossime elezioni europee potevano essere l’occasione per invertire questa tendenza, per sottoporre le proprie subalternità passate a un’autocritica spietata e quindi a ricominciare a far squillare le trombe di un socialismo che mette al centro del proprio programma il rifacimento dell’Europa nel segno del federalismo e della giustizia sociale e della sostenibilità ambientale, per farne un soggetto che sappia essere all’altezza di un mondo che si va facendo tripolare fra gli Sates di Trump, l’eterna Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. Invece non sembra che si sia colta questa esigenza e quest’occasione. Inoltre ci si è messa di mezzo pure una certa sfortuna nella scelta della location. Il Pse per le proprie assise aveva scelto Madrid, che era uno dei pochissimi posti dove un partito socialista era ancora al governo nel nostro continente. Poi anche il governo Sanchez è entrato in crisi e il premier socialista ha annunciato elezioni anticipate nelle quali, a quanto sembra, solo un miracolo potrebbe evitare la vittoria della destra con dentro di sé la nuova componente, Vox, sovranista, nazionalista e xenofoba. Una destra a tre punte (Pp, Ciudadanos e Vox) mentre a sinistra ancora non è noto se e come intendano unirsi per contrastare il pericolo.

Una lettura del manifesto evidenzia che il Pse avanza proposte concrete, sociali ed ecologiche, anche giuste in sé “per fare in modo che gli interessi economici non danneggino l’ambiente”. Sul piano sociale i socialisti dell’Ue propongono: salario minimo europeo dignitoso in tutti i paesi; istituzione di un budget proprio per l’Eurozona; la creazione di un’autorità contro il “dumping sociale” che contrasti la concorrenza al ribasso sul costo del lavoro; un’assicurazione europea per la disoccupazione; un piano europeo di investimenti di lungo periodo; una tassazione sui profitti che eviti i paradisi fiscali nell’Unione (Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Belgio, Malta). Sul piano ecologico puntano alla realizzazione di “un “fondo di transizione per sostenere con un giusto equilibrio sociale l’agenda per lo sviluppo sostenibile dell’Onu e i suoi obiettivi per il 2030” e “un rinnovamento dell’industria europea, con l’obiettivo di un’Europa leader nelle energie rinnovabili e climaticamente neutrali al massimo entro il 2050. Per ciò che riguarda la nota dolente dell’immigrazione, i socialisti propongono di “Aprire canali sicuri e legali di ingresso nell’Ue, sostenere le capacità di protezione nelle regioni adiacenti (da intendersi nord Africa, n.d.r.), combattere le cause dell’immigrazione inclusi i cambiamenti climatici”. Per quanto riguarda, infine, le Istituzioni europee si propongono di superare il “metodo semestrale” di governo europeo e di favorire la partecipazione democratica. Tutti buoni e ottimi propositi.

Che cosa manca dunque? Manca l’essenziale. Manca una critica e un’autocritica severa e spietata sugli errori commessi in questi ultimi due decenni di subalternità al neoliberismo. Manca l’obiettivo di una rifondazione dell’Europa come soggetto sovranazionale e federale con adeguate Istituzioni democratiche. Manca il nesso fra federalismo sovranazionale, giustizia sociale e ambientale. Manca l’obiettivo di mettere alla base della nuova costruzione costituzionale europea quel sistema di valori democratici, sociali e progressisti che metta fuori della porta chi a quei valori non aderisce. Manca, in sostanza, la discontinuità. Un deficit, questo, evidenziato dall’aver scelto come candidato Presidente alla Commissione europea quel Frans Timmermans che ne è stato vicepresidente, sotto Junker, nell’ultima legislatura dominata dalla politica economica dell’austerità dettata dalla Berlino di Frau Merkel.

Senza un approccio visibile di discontinuità nelle proposte e negli uomini, l’obiettivo del superamento delle politiche di austerità, che pure viene enunciato, così come tutti gli altri obiettivi di giustizia ed eguaglianza dei diritti, diventa una presa in giro.

Al manifesto manca, dunque, l’anima del socialismo internazionalista. Un’anima che sarebbe pure nelle corde del socialismo europeo se non fosse stata devitalizzata nell’ultimo ventennio dal blairismo che ha costretto i socialisti a un progressivo declino. E tutto ciò non può essere coperto dal canto di “Bella ciao” da parte dei delegati e il grido “No pasaran” rivolto ai nazionalsovranisti, come riporta la cronaca del cattolico L’Avvenire; fra i pochi giornali, insieme all’Huffington post, a essersi occupato delle assise socialista di Madrid.

“Bella ciao” potrebbe essere, ironicamente, rivolto all’Europa.

 

Aldo Pirone

 


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti