Il 31 agosto Giornata della Lingua Romena

Il prof. Ioan Aurel Pop e “La coscienza latina dei Romeni negli autori italiani del Rinascimento”
Federico Carabetta - 30 Agosto 2020

Il prof. Pop (terzo da sin) al Pontificio Collegio Teutonico in Vaticano, e l’Ambasciatore di Romania presso la Santa Sede

Il 31 agosto di ogni anno a partire dal 2013, si celebra la Giornata della Lingua Romena. Per l’occasione riteniamo di approfittare del suggerimento della dott.ssa Violeta Pupescu, partecipando anche noi alla Giornata, riportando parte del contenuto della conferenza tenuta dall’accademico Ioan Aurel Pop a Mantova, presso l’Accademia Nazionale Virgiliana il 21 aprile 2016, dal titolo “La coscienza latina dei Romeni negli autori italiani del Rinascimento”.

“Le fonti archivistiche e letterarie ci attestano decine di autori italiani, come umanisti, diplomatici, storici, viaggiatori, militari e missionari, che, nel corso dei secoli XIV-XVII hanno operato precisi riferimenti alla latinità dei Romeni. Essi hanno descritto, spesso meravigliati, la lingua romena, che per il suono e la morfologia appariva loro quasi latina o italiana. Il dato linguistico risultava poi suffragato, presso la loro sensibilità erudita e antiquaria, dallo stesso etnonimo dei Romeni, e dalla memoria dell’antica origine romana condivisa da quelle popolazioni, che iniziò in quell’epoca ad emergere con chiarezza: un dato custodito per secoli dalla coscienza storica delle genti carpato-danubiane e attestato dai reperti materiali come dai documenti. Questo fenomeno di progressiva riscoperta e presa di consapevolezza è stato ampiamente dimostrato, e in questa sede non appare necessario insistere sulla sua riconoscibilità culturale e storiografica. Vorrei piuttosto portare una serie di esempi tra i più significativi di questa speciale attenzione riservata dagli Italiani in Età moderna all’identità storica e culturale dei Romeni.

Una figura umanistica della grandezza del fiorentino Poggio Bracciolini (1380-1459) scrive ad esempio: “Ai Sarmati superiori (del settentrione) esiste una colonia rimasta, come si dice, da Traiano, la quale anche adesso, nell’ambito di tanti genti barbare, conserva la lingua latina dagli Italiani, chi sono arrivati la; loro dicono oculumdigitummanumpanem e molte altre parole, dalle quali risulta che tutti i coloni lasciati la discendono dai Latini e che quella colonia parla la lingua latina” (Apud superiores Sarmatas colonia est ab Traiano ut aiunt derelicta, quae nunc etiam inter tantam barbariem multa retinet latina vocabula, ab Italis, qui eo profecti sunt, notata. Oculum dicunt, digitum, manum, panem, multaque alia quibus apparet ab Latinis, qui coloni ibidem relicti fuerunt, manasse eamque coloniam fuisse latino sermone usam). Bracciolini è, forse, il primo umanista che parla dell’origine latina della colonia rimasta isolata, lontano, nel nord, ai confini dell’Impero, dove l’aveva fondata l’imperatore Traiano (Historia tripartita disceptativa convivalis, 1451).

Un autore altrettanto conosciuto dalla storiografia per il suo decisivo ruolo culturale nella presa di coscienza identitaria del popolo romeno è Enea Silvio Piccolomini (1405-1463), divenuto papa Pio II. Egli ha avuto un ruolo fondamentale per affermare nella coscienza intellettuale dell’Occidente l’idea della latinità dei romeni. Vorrei citare di questo papa umanista un passo fortemente esemplificativo: “Il parlare di questo popolo è latino, anche se cambiato in gran parte, essendo a pena intelligibile per un Italico” (Sermo adhuc genti Romanus est, quamvis magna ex parte mutatus et homini Italico vix intelligibilis). In italiano, egli affermò la stessa cosa: Questa stirpe ha conservato sino ad ora la lingua romana, che sebbene alterata in gran parte, puó essere ancora capita de un italico.

Piccolomini ebbe il merito di approfondire anche la legenda del generale romano Flaccus, mitico donatore del nome di Valacchi alle genti romene, il cui ruolo eponimo assunse un grande significato nella rappresentazione discorsiva della Romenità come diretta derivazione dalla Romanità. Successivamente, è stato appurato dagli studiosi che l’origine leggendaria di questo nome attribuito dagli altri europei ai romeni non presentava in realtà alcun fondamento storico. Il ricordo di questo grande papa umanista in questa sede mi sembra doveroso, dal momento che nell’ottobre del 1458 Pio II convocò i rappresentanti dei principi cristiani in questa bella città di Mantova allo scopo di intraprendere una comune iniziativa contro gli Ottomani che cinque anni prima avevano preso Costantinopoli e si accingevano a conquistare ciò che rimaneva dell’Impero bizantino. Ma in quegli stessi anni drammatici, al di là del Danubio, nelle terre romene l’eredità dell’Impero romano d’oriente, e, indirettamente, di Roma Mater, sarebbe continuata nel tempo, dando luogo a quel complesso e straordinario fenomeno culturale e istituzionale che il grande storico romeno Nicolae Iorga definì: Byzance après Byzance.

 

Ioan-Aurel POP, presidente dell’Accademia Romenaprofessore e rettore dell’Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca, è autore e coautore di oltre settanta libri, trattati e manuali e più di cinquecento studi e articoli, tra cui i più recenti Cultural Diffusion and Religious Reformation in Sixteenth-Century Transylvania. How the Jesuits Delath with the Orthodox and Catholic Ideas (The Edwin Mellen Press, Lewiston – Queenston – Lampeter, 2014), A Short Illustrated History of the Romanians (Editura Litera, București, 2017). Doctor Honoris Causa da dieci università della Romania e dell’estero. È membro dell’Accademia europea delle scienze e delle arti di Salisburgo (Austria), l’Accademia nazionale virgiliana di Mantova (Italia), l’Ateneo veneto di Venezia (Italia), l’Accademia europea delle scienze, delle arti e delle lettere di Parigi (Francia). È stato visiting professor presso alcune università degli Stati Uniti, d’Italia, Francia, Ungheria e Austria, e direttore dell’Istituto culturale romeno di New York (Usa) e dell’Istituto romeno di cultura e ricerca umanistica di Venezia (Italia). Dal 1993 è direttore del Centro di studi transilvani di Cluj-Napoca dell’Accademia romena.

 

Federico Carabetta


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