Il 4 Giugno 1944, 79 anni fa, non fu un giorno qualunque della nostra Storia

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini” - 4 Giugno 2023

Il 25 aprile 1945 è la data storica nella quale si ricorda l’Insurrezione Nazionale antinazifascista e la vittoria delle forze Partigiane sull’invasore tedesco ed il suo alleato fascista. La frase ormai divenuta famosa – “Aldo dice 26X1” e l’altrettanto famoso proclama di Sandro Pertini per il CNLAI (“Arrendersi o perire”) con i quali si dava ai Partigiani l’ordine di attaccare e sconfiggere il nemico – resteranno a connotare un momento fondante della nostra Storia nazionale. 

Per la città di Roma – dichiarata “Città Aperta” l’11 Settembre del 1943, ma di fatto occupata dalle truppe tedesche in violazione di quell’Accordo che voleva la città sgombra di truppe – un’altra parola resterà nella Memoria: “Elefante”. Si tratta del messaggio in codice – trasmesso il 2 Giugno 1944 da Radio Londra – che segnala alla Resistenza italiana e romana l’inizio dell’attacco finale, da parte degli alleati, per la liberazione della città.

Convenzionalmente si ritiene che la data della liberazione della nostra Città sia il 4 Giugno del 1944, giorno nel quale le truppe alleate, con alla testa il Generale Mark Clark, entrarono a Roma, ma in realtà ancora per tutto il 5 Giugno si svilupparono combattimenti tra i nazisti in ritirata ed i partigiani romani.

A testimoniarlo stanno le gesta (e la tragica fine) di tre Partigiani-minorenni: Ugo Forno (Ughetto), Francesco Guidi e Felice Rosi. Il primo, dodicenne, è ucciso mentre tenta – sparando con altri compagni tra cui appunto Francesco Guidi, anche lui giovanissimo – di impedire ai genieri tedeschi di minare e far saltare il ponte ferroviario sul fiume Aniene. Felice invece, quattordicenne, è ucciso da una raffica di mitragliatrice mentre – nei pressi di Prima Porta – tenta di distruggere un carro armato tedesco Tigre che poco prima aveva danneggiato con una bomba a mano. 

Ughetto non era inquadrato in nessuna Formazione partigiana, uscito di casa per vedere n i tedeschi in ritirata, e sentito della loro intenzione di far saltare quel ponte, raduna alcuni compagni, raccoglie delle armi e va a combattere. E’ il 5 Giugno ‘44, l’ultimo giorno della sua giovanissima vita. II Certificato di Partigiano che la Commissione rilascia ai familiari dopo la guerra, lo qualifica come “gregario”, appartenente ad una Formazione “isolata”, di cui faceva parte anche Francesco Guidi. A settant’anni dalla sua morte gli verrà conferita la Medaglia D’Oro al Valore Civile. 

Felice Rosi era, invece, inserito nella “Banda Roma” del Fronte Militare Clandestino di Resistenza del Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, una delle 335 vittime della strage delle “Cave Ardeatine” del 24 Marzo 1944, messa in atto dai tedeschi per rappresaglia all’attacco partigiano di via Rasella del giorno precedente; strage compiuta con la fattiva collaborazione dei fascisti romani e segnatamente del Questore fascista di Roma Pietro Caruso che, per questo atto criminale (sua la Lista con 50 dei 335 nomi dei fucilati alle Ardeatine) sarà processato, condannato a morte e fucilato al Forte Bravetta il 22 Settembre del 1944 (dove durante l’occupazione tedesca di Roma saranno fucilati 77 partigiani). Va ricordato che – dopo la guerra con un apposito Decreto tutti i 335 martiri innocenti delle Fosse Ardeatine sono stati dichiarati Partigiani combattenti.

Giuseppe Dosi, Il poliziotto che salvò i documenti del Carcere tedesco di Via Tasso

Si chiamava Giuseppe Dosi ed era un Commissario di Pubblica Sicurezza, ma non solo. Lo avevano soprannominato “Fregoli” (come il noto attore trasformista romano Leopoldo Fregoli) perché nel suo lavoro dimostrava, oltre a grandi doti investigative, un talento artistico notevole, soprattutto per i travestimenti. Per compiere le sue missioni cambiava, infatti, spesso identità, si travestiva ed assumeva le sembianze che riteneva utili a risolvere i casi che stava seguendo. Risolse così un numero imponente di casi, circa 30mila nei suoi 43 anni di servizio, tra i quali quello che aveva avuto come vittima Gabriele D’Annunzio. Travestito da pittore Dosi si introdusse, infatti, nella residenza del poeta e risolse l’enigma della caduta da una finestra del “Vate”, che pareva originata da disattenzione ed era, invece, dovuta all’azione violenta di un’amante gelosa.

Nel 1925, Dosi sventò un attentato a Mussolini e poi risolse un caso che aveva fatto scalpore, quello che aveva preso il nome da uno dei suoi protagonisti: Gino Girolimoni, fotografo, accusato ed arrestato per le violenze sessuali e l’assassinio di quattro bambine, delitti avvenuti a Roma tra il 1924 ed il 1928. Dosi riuscì a farlo scagionare scoprendo il vero colpevole, un religioso anglicano inglese. 

Dar Ciriola

Inviso ai superiori per la sua bravura investigativa e per la sua tenacia e rettitudine morale, Dosi fini prima a Regina Coeli, poi in manicomio, al Santa Maria della Pietà, il Manicomio di Roma, dove rimase 17 mesi. Rilasciato si trovò per caso davanti al Carcere tedesco di via Tasso proprio il 4 Giugno del 1944 e, mentre la folla si preparava a dare l’assalto al Palazzo – sede anche del Comando della Polizia tedesca di Sicurezza (SD) e delle SS – e a liberare i detenuti, Dosi salvò dalla distruzione parecchi faldoni contenenti i documenti sull’attività della prigione tedesca di Roma, a cui i nazisti in fuga avevano appiccato il fuoco per distruggerli. Se oggi possediamo ancora quei documenti e possiamo studiarli – dopo averli conservati per un certo tempo Dosi li donò al Museo della Liberazione di Via Tasso – lo dobbiamo a quel poliziotto-fregoli, tenace e intelligente.

Tra i documenti salvati da Dosi ci sono anche gli elenchi compilati dal Sottotenente delle SS Heinz Tunath, contenenti i nomi dei detenuti da portare dal Carcere di “Regina Coeli” alle Cave Ardeatine, luogo dell’eccidio delle 335 vittime innocenti. In una Nota, salvata dal Dosi, il Sottotenente scrive: “75 ebrei prelevati da SD”, il Servizio di Sicurezza nazista di cui facevano parte Hass e Priebke, due dei boia delle Ardeatine. La Nota è datata “23.4.1944”, il giorno prima della strage nazifascista delle Cave Ardeatine.

Dopo la guerra Dosi fu riammesso nei ranghi della Polizia di Stato e continuò la sua carriera. Divenne Questore di Trieste e fu tra i fondatori dell’Interpol. E’ morto a Sabaudia (Roma), il 5 Febbraio 1981, all’età di 90 anni.

Ugo, Francesco e Felice, tre morti, tre partigiani-bambini uccisi a città praticamente liberata, per la libertà e la democrazia di una città (e di un Paese) che aveva visto (e sopportato) 22 anni di violenta dittatura fascista e nove, pesantissimi, mesi di occupazione nazista. In questo giorno non dimentichiamo il loro sacrificio.

Addendum: le cronache del 5 Giugno del 1944 raccontano che il Generale americano Mark Wayne Clark, arrivato a Roma, sbagliò strada e invece di ritrovarsi, con le sue truppe, a Piazza Venezia, sotto il famoso balcone, arrivò a Piazza San Pietro. Lì, un prete, che conosceva l’inglese lo rimise sulla retta via. 

Intanto, quella Domenica 4 Giugno 1944, 271esimo ed ultimo, giorno di occupazione nazifascista della città – come annota Cesare De Simone nel suo “Roma, città prigioniera” (Mursia, 1994) – «A Porta Maggiore, un gigantesco MP americano, in piedi su una Jepp, dirige il traffico delle autocolonne della Quinta Armata che salgono dalla Casilina, smistandole su varie direzioni, con larghi movimenti del manganello, lungo e bianco.». «Si chiama Jim Delaway, è un Indiano Apache del Nuovo Messico.».

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”


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