Il boja, da Mastro Titta agli altri in Italia

Vittorio Polito - 31 Gennaio 2021

Il boia è colui che ha l’ufficio di eseguire le sentenze di condanna a morte, ovvero il carnefice o il giustiziere. Era una professione solitamente svolta da un uomo e veniva tramandata di padre in figlio.

Pare che, secondo il giornalista Elio Clero Bertoldi (umbriajournal.com), il boia più famoso della storia sia stato Mastro Titta (Giovanni Battista Bugatti 1779-1869), che esordì in Umbria a soli 17 anni. Eseguì 514 sentenze capitali, di cui 55 per ordine dei francesi. L’ultima esecuzione la eseguì l’11 giugno 1864.

Mastro Titta, annotava su un taccuino le date, i luoghi dell’esecuzione, i nomi e i reati contestati ai condannati passati per le sue mani. Qualche lustro dopo la sua morte fu pubblicato a dispense dall’editore torinese Edoardo Perino, a cura di uno scrittore rimasto anonimo, il romanzo “Mastro Titta, il boia di Roma: memorie di un carnefice scritte da lui stesso”. Fu un successo editoriale.

La figura del boia è stata da sempre temuta. A Torino la sua figura era così malvista che i panettieri della città si rifiutavano di vendergli il pane. Fu l’intervento del duca Amedeo VIII di Savoia, che li obbligò a desistere, pena di diventare clienti dello stesso esecutore. I panettieri non poterono far altro che obbedire, ma riuscirono a mostrare comunque il loro sdegno porgendolo al contrario, gesto che all’epoca veniva considerato segno di scherno. Il duca intervenne nuovamente, facendo creare un pane che fosse uguale da entrambi i lati e fu così che nacque il pancarré, che tutti noi conosciamo oggi.

Nella tradizione torinese, tra gli esecutori di giustizia, il boia più famoso fu Pietro Pantoni, che segnò le cronache giudiziarie del XVI secolo e che in pochi anni mise fine a ben 423 vite. Aveva persino un banco isolato in chiesa e un loculo riservato al cimitero, per tenerlo in disparte anche dopo la morte.

A Bari che succedeva? Pare che i trasgressori della legge non la facevano franca dal momento che c’era anche da noi un boia, impiegato per le esecuzioni capitali.

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La tesi sostenuta da Armando Perotti, che Bari fosse esente dall’uso inumano e barbarico del carnefice, si rivela infondata, dal momento che una deliberazione della Regia Autorità del 7 settembre 1576 non solo certifica la presenza del boia, ma risulta che egli era regolarmente stipendiato dalla stessa Autorità.

Il luogo delle esecuzioni non è facilmente reperibile, molto probabilmente, secondo Vito Masellis (Storia di Bari, Italstampa editore), si trattava di piazza Castello o davanti alla “colonna della giustizia” in piazza Mercantile.

 

Fonte: https://www.giornaledipuglia.com/2021/01/anche-bari-ha-avuto-il-suo-boia-alcune.html


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