Il Campo di Agramante

Aldo Pirone - 23 Dicembre 2016

Chi ha un po’ di memoria ricorderà che la geografia politica del nostro paese ai tempi della cosiddetta prima Repubblica, fu definita e anche studiata come il “caso italiano”. E un caso particolare, rispetto agli altri paesi europei, salvo la Francia per certi versi, lo era perché era vivo e operante il più forte partito comunista dell’Occidente euroatlantico. Se si va più indietro nel tempo, il nostro paese era già stato un “caso”, nella fattispecie assai negativo, con l’avvento del fascismo. Fummo i primi, facendo scuola in Europa, a produrre un movimento, prima, e un regime, poi, reazionario di massa come quello mussoliniano.

Lo storicismo idealistico crociano rovesciato da Gramsci nella “teoria della prassi” ci regalò, insieme a tanti altri fattori tra cui l’accorta sapienza politica togliattiana, quella “giraffa”, il PCI, di cui parlava Togliatti, ironizzando sul fatto che gli avversari politici, ma anche amici e alleati, non riuscissero a catalogarla nello zoo politico europeo. Non raggiunse mai quella giraffa, sebbene il suo collo svettasse, i piani alti del governo del paese, a parte il breve periodo dei governi di unità nazionale ’44-’47 e quello più limitato del ’76-’78 senza avere ministri. Governò bene città, comuni, province e Regioni importanti, ma nella “stanza dei bottoni”, come la chiamava Nenni, non riuscì mai ad entrarci stabilmente. Anche per la sua, sebbene non supina, collocazione internazionale, in un mondo diviso tra blocchi e alleanze militari contrapposti. Tuttavia quella giraffa si disse sempre “forza di governo” in quanto, oltre al compito di amministrare grandi enti locali, sul piano nazionale riusciva anche dall’opposizione a influire in qualche modo sulle scelte dei governi, con le lotte sociali, politiche e culturali che avevano in sé i segni di una forte egemonia ideale. Infine, “caso” notevole nella storia d’Italia, fu un elemento popolare antitrasformistico quant’altri mai, di elevazione della coscienza civile e di alfabetizzazione politica per grandi masse popolari.

Finito il Partito comunista sotto le macerie del muro di Berlino e, a seguire, tutti gli altri partiti del vecchio sistema politico della prima Repubblica seppelliti dalle macerie della “questione morale”, i maldestri eredi di Berlinguer, con a capo Massimo D’Alema uscito vincitore nel confronto con Veltroni dopo le dimissioni di Occhetto, pensarono giustamente di dare corso a una politica che superasse il “caso” italiano. D’Alema indicò al neonato Pds la meta della creazione di una forza socialista dentro un sistema politico che, superando le colonne d’Ercole dell’alternanza e della “democrazia bloccata” fondata sulla conventio ad excludendum verso i comunisti, portasse l’Italia e la sinistra, grazie alla nuova legge elettorale maggioritaria, a omologarsi virtuosamente al resto d’Europa.

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Un’altra parte della sinistra, quella antagonista, rimase invece sulle sue. Cercò di resistere dietro le vecchie e gloriose bandiere abbracciando il principio antagonista bertinottiano che in verità non era mai stato nelle corde del vecchio PCI, la cui cultura politica, semmai, era del tutto protesa all’egemonia basata su un sistema di alleanze sociali e politiche. L’antagonismo comunista era nelle cose, come punto di partenza nella collocazione sociale e politica ma non era l’alfa e l’omega della sua azione. Si potrebbe dire in proposito che il partito togliattiano, in quanto antitesi al sistema sociale capitalistico, portava in sé l’hegeliana negazione della negazione e quindi la prospettiva del governo per cambiare le cose.

A distanza di più di un quarto di secolo il bilancio della strada percorsa dalle due sinistre italiane post PCI, è abbastanza deprimente per non dire fallimentare. Intanto c’è da costatare che il famoso “caso italiano” continua a riprodursi a modo suo. Mentre nel resto d’Europa la globalizzazione neoliberista ha demolito la sinistra d’ispirazione socialista e la reazione dei ceti operai e popolari unitamente a quelli medi gonfia le vele della classica destra populista, xenofoba e sovranista, qui in Italia è sorto un movimento, il M5s, che non è riconducibile tout court né alla destra classica né alla sinistra, ma che di tutte e due ha raccolto notevoli porzioni di elettorato.
La destra populista, xenofoba e sovranista qui da noi, rappresentata compiutamente dalla Lega di Salvini e dalla ancor piccola formazione di FI di Giorgia Meloni, è in agguato, pronta a raccogliere le spoglie di un’eventuale implosione dei pentastellati.

E la sinistra? La sinistra, intendendo per essa i discendenti del socialismo italiano nel senso lato del termine, è messa peggio di tutti. Dentro al PD, la sua ultima creazione che doveva far rinascere in qualche modo il “caso italiano” in senso virtuoso, è diventata minoranza. Fuori dal PD continua a essere inconsistente. Il solo elenco dei soggetti o correnti in essere ci dice del suo stato. Nel PD ci sono almeno tre correnti, grosso modo, che fanno capo a Bersani, D’Alema, Cuperlo. Volendo allargarci a dismisura ci sarebbe da contare anche la cordata dei cosiddetti “giovani turchi” che, però, proprio per non farci mancare nulla, pare già divisa fra orlandiani e orfiniani. Fuori c’è Sel che sta dividendosi, con un pezzo, quello governista senza se e senza ma capitanato da Pisapia, in marcia di convergenza con Cuperlo, e il grosso, si fa per dire, di Vendola che si prepara a confluire con il pezzetto, D’Attore e Fassina usciti dal PD, più qualche altra piccola forza locale, in Sinistra Italiana. Poi c’è il podemos italiano, cioè “Possibile”, di Civati. Quindi quel che è rimasto, e non è molto, di Rifondazione comunista. Poi ci sarebbe anche qualche altra cosetta, ma non rilevabile dal radar della politica che, inoltre, non rileva più, se non marginalmente e occasionalmente, anche gli eredi della nobile tradizione socialista del PSI. Tutti soggetti intenti a coltivare guicciardinianamente il proprio “particulare”, senza alcuna tensione unitaria e senza alcun significativo collegamento sociale con i subalterni: operai, lavoratori precari, giovani tecnologizzati, ceti medi impoveriti ecc. . I quali subalterni, vigorosamente manifestatisi nel referendum del 4 dicembre, per ora preferiscono starsene col M5s.

Più di un anno fa, al Teatro Quirino di Roma, ci fu la presentazione del raggruppamento parlamentare di SI. Era l’annuncio, non nuovo per la verità perché negli anni passati ce n’erano stati altri, di un “nuovo inizio” a sinistra. Dissero allora, i “promotori della speranza”, che si sarebbe fatto un Congresso costituente per una nuova formazione politica alternativa alla politica vigorosamente condotta dal PD renziano. Ci si sarebbe aspettato che dopo l’annuncio, tutte le forze del gruppo dirigente e costituente la nuova sinistra da rifondare si dedicassero anima e corpo a creare un movimento nel paese, magari dando vita subito a comitati popolari aperti che iniziassero a raccogliere nel tessuto sociale e nei territori le forze disponibili, soprattutto giovani da mettere in prima fila, per sostanziare dal basso e nel corpo sociale la creazione di SI. Invece dei comitati uscirono le candidature alle elezioni amministrative. Le più rilevanti a Roma e Torino con risultati per niente brillanti. Al che, molti che avevano guardato con una certa speranza al tentativo, se ne sono ritratti un po’ delusi. E’ sembrato loro che si ripetessero in forma nuova i vecchi errori di un ceto politico chiuso, autoreferenziale, refrattario a ogni apertura all’esterno. Un limitato ceto politico per gran parte uso, come nell’altra parte della sinistra, a pensare al posizionamento personale e non al rapporto con chi del corpo sociale si vorrebbe, e non solo narrativamente a parole, rappresentare. E che è urgente riconquistare. O conquistare soprattutto fra i giovani.

Sta di fatto che il campo della sinistra – per usare una parola gradita a Pisapia, ma che nella sua proposta subalterna al renzismo sarebbe solo un campetto – appare nelle sue piccole e grandi divisioni e liti un “campo di Agramante”. Unire questi soggetti, alcuni come il “possibile” di Civati, assai personali, non è semplice. La questione non è risolvibile se non attraverso un processo di rifondazione sociale della sinistra. Senza un bagno permanente e organizzato fra i sofferenti della “questione sociale”, è inevitabile che i resti di un antico e glorioso passato non riescano a mettersi d’accordo neanche sul come farsi la barba.
Le due sinistre dovrebbero interrogarsi su una semplice constatazione. La sinistra “riformista” sul perché parte grande del suo elettorato popolare e giovanile se n’è andato per altri lidi, dall’astensione al M5s, e quella “antagonista” sul perché quella dipartita non l’ha intercettata lei. E tutte e due dovrebbero chiedersi perché alcuni strati operai del nord già negli anni ’90 votavano la Lega di Bossi o addirittura Berlusconi.

Senza un’analisi precisa e autocritica sul passato prossimo, sul come si è stati dentro i cambiamenti epocali del neoliberismo globalizzatore, sul rivoluzionamento tecnologico delle forze produttive e della comunicazione, sulla forza dell’ideologia del “pensiero unico” innestatosi sulle gagliardi spalle di quei mutamenti dei mezzi di produzione e riproduzione capitalistici e sulle contraddizioni profonde, sociali ed ecologiche, che il moderno capitale finanziario porta con sé, è difficile tornare ad essere qualcosa di significativo nell’agone politico. Sapendo che ci vorrà tempo per ricostruire una sinistra consistente con i materiali nuovi, sociali, ambientali e culturali, messi a disposizione dalla moderna formazione economico sociale. Il problema non è risolvibile con le narrazioni letterarie sulla necessità di avere in campo una sinistra. Con i paternalismi manzoniani verso i deboli, gli indifesi, i disagiati. Ci vuole ben altro. Ci vuole l’arma potente dell’analisi critica e quella spietata dell’autocritica sul perché e sul come si è stati, per parafrasare il Gramsci del 1924, travolti dagli avvenimenti e un aspetto della dissoluzione generale della sinistra italiana (articolo “contro il pessimismo” sull’Ordine nuovo del 15 marzo). Ci vuole l’empito della denuncia indignata per le diseguaglianze e le ingiustizie che gridano vendetta, bisogna sentire l’empatia verso i soggetti sociali soccombenti ai quali non basta proporre di volerli rappresentare ma che, invece, occorre organizzare per renderli protagonisti con la lotta sociale e politica del proprio riscatto. I tre referendum sociali proposti dalla Cgil sugli appalti, sul reintegro e allargamento dell’art. 18 e sui voucher se verranno convalidati dalla Corte costituzionale, oltre al valore in sé di rimettere in campo la questione della difesa dei lavoratori e del lavoro nel nostro paese, possono rappresentare l’occasione per riunire in una battaglia nel vivo del corpo sociale tutte le anime sparse della sinistra italiana.

E poi c’è, come sempre in politica, la questione del tempo. Il lavoro di ricostruzione non è di poco conto e di breve periodo, tuttavia il tempo urge. Non è da escludersi che nel medio termine il M5s possa non superare le proprie inadeguatezze e contraddizioni, lasciando per strada qualche milione di delusi che a esso si sono aggrappati più per rivolta contro l’élite attuale che per adesione identitaria. Chi ci sarà a quell’appuntamento? Attenzione perché dopo i pentastellati potrebbe arrivare la destra dura e pura. Insomma dopo Grillo, in mancanza di una sinistra come si deve, potrebbe esserci il duo Salvini-Meloni o chi per loro.

E allora sarebbero guai, assai più seri di quelli attuali che già sembrano inarrivabili, per i lavoratori e per l’Italia.

 


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