Il debito pubblico dell’Italia

Ettore Visibelli - 26 Maggio 2020

Osservando il grafico rappresentante l’andamento del debito pubblico italiano, resto sorpreso nen prendere atto che, nel secondo ventennio postbellico, esso sia rimasto pressoché stabile e ai minimi storici. Verrebbe da dire, quasi appartenente a un’Italia virtuosa, quella 1945-1965.

 

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Poi, con l’avvento del boom, là dove sarebbe naturale pensare a una più sana e talentuosa politica  economica, gestita dai governanti, si assiste invece, con sorpresa, che inizia la voglia di campare sui debiti. Perché fintanto che le entrate compensano ampiamente le uscite … hai voglia te! … Chi sopraggiunge pagherà per noi, e… l’ultimo liberi tutti!

Per la salita del debito, nel periodo1965/1995 possiamo ringraziare il CAF (Craxi- Andreotti-Forlani), in prima battuta, e la finanza allegra di opere pubbliche, talvolta inutili, appaltate- subappaltate-non ultimate che si sono succedute in Italia.

Quello che comunque emerge è che nei periodi, così detti di pace, il debito quasi sempre, aumenta. Con gli impegni bellici subisce delle impennate, per poi ridiscendere a fine guerra.

Se gli sforzi imposti dai governi che hanno lavorato per entrare nell’euro, rispettando le regole richieste dall’Europa, hanno permesso l’inversione di tendenza nel decennio 1992-2002, è stata sufficiente la crisi iniziata nel 2008, per riprendere la corsa all’indebitamento. Adesso, con la crisi in atto per il covid-19, sarà tutta da vedere e da analizzare la reazione economica dell’intero pianeta, perché saranno ben pochi i Paesi che potranno dichiararsi indenni dai danni prodotti dalla pandemia.

 

Tornando invece all’Italia, esiste un altro fattore a penalizzare la nostra economia: l’evasione fiscale. Si fa presto a dire che si tratta di una piaga che affligge tutti i paesi, ma non è esattamente così. Se il grafico, ripescato in rete, risponde a verità, se potessimo posizionarci su un livello tipo Francia – che non è di certo tra i più bassi- potremmo godere di un risparmio annuo,  grosso modo, di 70 miliardi di euro, oggi sottratti al fisco. Il che non sarebbe poco. E allora, io che non sono un economista, mi chiedo quale siano i motivi che non ci fanno essere talentuosi come i nostri compagni di avventura nell’Unione Europea. La corruzione, le mafie? Forse. Sta di fatto, tuttavia, che esiste un tarlo, un’anomalia tutta nostra che è riuscita a rendere incapace qualsiasi governo, tra quelli che si sono alternati alla guida del Paese negli ultimi 50 anni, a frenare la crescita dell’evasione, nonostante le dichiarazioni d’intento, avanzate da qualunque coalizione sia andata al potere.

A maggior ragione, torna oggi d’attualità, insieme a due argomenti a dir poco inquietanti: la trattativa Stato-mafia (non ancora chiarita, come altri buchi neri, destinati a rimanere insoluti) e i tentativi di nominare a tavolino e sottobanco le cariche del Csm. Se poi a tutto ciò vogliamo aggiungere anche la tacita istituzione, motu proprio, di sessantamila vigilanti volontari a contenere le movide notturne, che sfuggono al controllo dei sindaci, allora subentra in me un senso di afflizione dal quale non è facile risollevarsi, nonostante tutto il buonumore e la costante ironia di cui mi sono nutrito, durante l’intero corso della vita.

 

Ettore Visibelli

 

 

 


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