Il Natale tra Romania e Italia nei ricordi di Ana Danca

La scrittrice di origine romena e mantovana di adozione, a breve presenterà a Roma e a Colli Aniene il suo ultimo libro in italiano

Approssimandosi il Santo Natale, abbiamo voluto incontrare ed intervistare Ana Danca che è una scrittrice, romena di origine e mantovana di adozione, che ha già scritto tre libri autobiografici e si prepara a presentare a Colli Aniene, l’ultimo suo lavoro dal titolo “La voce del silenzio”. Covid permettendo, l’evento avverrà prima al nuovo Museo Nena a Colli Aniene. Con “La voce del silenzio”, la scrittrice apre nuovamente una finestra sul suo passato e appena uno spiraglio sulle restrizioni derivanti dalla dittatura di Nicolae Ceausescu.

Ci parla per favore del suo Natale in Romania?

Natale è la festa che mi fa sentire di nuovo bambina nel cuore; è il giorno in cui vorrei essere veramente felice insieme con tutti quelli che, come me, sono lontani dalla loro casa per scelta o per necessità, tutti quelli che per sentire meno struggente la nostalgia dei propri cari, rievocano i più lontani ricordi dell’infanzia e di quelle care tradizioni che facevano di questa Festa un evento unico e ricco di significati.

Vivo in Italia da oltre 23 anni e purtroppo per Natale non sono mai potuta tornare nel mio Paese se non col pensiero; un pensiero che ogni anno mi riporta indietro, alla sera della Vigilia vissuta nell’infanzia, quando in Romania Crăciunul, il Natale, aveva un sapore diverso. Poi tutto cambiò, venne la dittatura di Ceausescu, e diventammo improvvisamente poveri, ma non di spirito e di desiderio di condivisione. Se provo a chiudere gli occhi, mi sembra di tornare ad assistere ai riti sacri nella nostra parrocchia a Buruneiesti, e vedo ancora a casa il mio papà che prepara l’albero di Natale, un pino vero, sento ancora il suo profumo che riempie l’aria, mentre in cucina mia mamma prepara le pietanze che mi sembravano le più buone del mondo.

Cosa ricorda delle usanze di quel Natale?

Quando ero piccola, a casa nostra a Buruienești, i regali non si mettevano sotto l’albero ma sotto il cuscino: erano dolciumi e anche qualche giocattolo. Quando andavo a letto faticavo non poco a restare sveglia, non era solo per i regali, ma perché volevo a tutti costi vedere il “Moș Gerilă” cioè Babbo Natale, ma il sonno mi vinceva e così non sono mai riuscita a incontrarlo.

La Vigilia di Natale era usanza per i più giovani girare per le case vicine e cantare le “Colinde”, i canti natalizi dell’antica tradizione. E poco importava se il freddo pungente fosse tra i 15 e 17 gradi sotto zero, perché noi bambini non lo sentivamo per quanto eravamo immersi nella allegra magia del Natale.

Ricordo, con nostalgia, come al mattino scartavamo con cura le caramelle trovate sotto il cuscino e come stendevamo la carta stagnola colorata tra le pagine dei libri di scuola, dove rimaneva lì a conservare il suo profumo fino alla Vigilia del Natale successivo.

Come vive oggi in Italia questa festa?

Dopo tutti questi anni lontana dalla Romania e della mia città Roman dove mi ero trasferita dopo il matrimonio, vivo la festa con lo stesso profumo della carta stagnola colorata che la Vigilia di Natale del 1998 abbiamo portato dalla nostra città nel Nord-Est della Romania, a Villimpenta, un paese nel Nord-Est d’Italia.

Ricordo la Vigilia di quel Natale, il nostro primo lontano dalla Patria, quando la luce dei lampioni stradali illuminava i fiocchi bianchi di neve che cadevano in terra così fittamente,e la gente diceva meravigliata “da tanti anni non abbiamo visto nevicare così per Natale”; quando le nostre impronte sulle vie imbiancate erano le sole a quell’ora prima della messa solenne mentre accompagnavo i miei bambini a cantare la “Colinda” nelle case dei nuovi vicini.

Erano tutti gioiosi e sorridenti i nostri vicini, che non capivano la nostra lingua ma mostravano di apprezzare i canti della tradizione e come ricompensa ci riempivano le mani di caramelle finché il suono delle campane non avvisava l’inizio della Messa. La chiesa era gremita di bambini, giovani, adulti e anziani. Noi eravamo l’unica famiglia di nazionalità romena, lontana dai propri cari, dagli amici, dalla propria terra.

Delle nostre impronte lasciate sulla neve quella notte di Vigilia del 1998, anno dopo anno i bambini ne hanno conservato memoria, fino a quando, per motivi di studio i figli e di lavoro i genitori, la famiglia si è dovuta trasferire in città, a Mantova.

Se in campagna a Villimpenta non è stato difficile farci conoscere e apprezzare dai locali con le nostre usanze, non è stato altrettanto facile nella nuova città più fredda e dispersiva.

Ha parlato di “Colinde” che andavate a cantare nelle case vicine, cosa sono?

Le Colinde sono canti della tradizione folklorica romena caratterizzati da elementi rituali. Di solito sono eseguite durante il periodo natalizio.

Gli strumenti musicali che accompagnavano le nostre Colinde erano

quelli più essenziali, una piccola toba cioè un piccolo tamburo, e una campanella. E ciascun anno c’era una nuova Colinda perché era un’invenzione del momento e non una scelta da libri o da raccolte. Ricordo come i miei cugini, compagni di classe e amici di mio fratello maggiore si univano a casa nostra nelle vacanze natalizie, e componevano il nuovo canto che avrebbero portato nelle case. Nel frattempo il mio papà si occupava di costruire per i colindatori, il tamburo con un setaccio rovinato: sostituiva la retina con la vescica del maiale e una volta ben stesa la pelle, il tamburo veniva messo ad asciugare sulla stufa di terracotta.

Così quando la Colinda era pronta, uno dei ragazzi batteva la toba con le mani, un altro suonava la campanella e mio fratello cantava. E la musica che si sentiva in tutto il paese annunciava la Buona Novella che riempiva di gioia i cuori.

 Ora ci parli di lei.

Sono la seconda di 9 figli, nata a Buruienești piccolo paese tra le colline e la valle del fiume Siret della regione Moldavia in Romania dove il tempo era ancora scandito dal suono delle campane. La mia famiglia che era agiata, semplice, genuina, ha vissuto gli anni del comunismo con la espropriazione forzata e violenta dei beni, la nazionalizzazione della proprietà privata dei terreni e dei mezzi di lavoro tutta la durezza del regime dittatoriale, anni duri di povertà e di libertà negata.

I miei genitori contrariamente al pensiero comune che destinava i figli maschi al lavoro nelle cooperative statali e le ragazze in casa al telaio, vollero che studiassimo innanzitutto poi lavorare. Lo hanno voluto per me, come per i miei fratelli. Questo ha fatto sì, che tutti della famiglia abbiano raggiunto posizioni importanti nell’ambito dell’insegnamento, della religione, della medicina, della legge, della finanza e della politica.

Dai miei genitori ho appreso ed ereditato il valore della famiglia e del lavoro. Eredità che ho trasmesso anche ai miei figli con il coraggio di superare il passato con tutte le forze.

Come è stato apprendere e pure scrivere in italiano?

La voglia di esprimermi, di raccontarmi, è stata forte specialmente dopo che ho trovato nella lingua italiana una alleata. Sono così nati “Come vuole la vita” nel 2016, “Patrie interiori“ nel 2018, “La voce del silenzio” nel 2021.  Ho lavorato e studiato, studiato e lavorato. C’è voluta tanta tenacia ma sono stata facilitata dalla grande somiglianza tra il romeno e l’italiano.  Studiando mi sono infatti stupita di conoscere già così tante parole. Poi l’aspetto che mi ha fatto affezionare alla lingua italiana è che, come tutte le lingue romanze, è particolarmente musicale e si presta facilmente all’apprendimento.  Certo è che per poter raggiungere una padronanza e un livello da poter dirmi scrittrice, ho dovuto perfezionare la conoscenza di questa lingua studiando il più possibile con regolarità e costanza. Questo mi ha dato il coraggio di affrontare il passato, e con lo sguardo rivolto al futuro ed ai miei figli ai quali ho dedicato i miei lavori.

 


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